Altritaliani
IL PDL è alla resa dei conti ? O per la destra si apre una nuova stagione politica ?

L’ora della destra

mercoledì 5 maggio 2010 di Nicola Guarino

Fini e i suoi costringono il PDL ad essere un partito e non più un’azienda. Lo scontro tra i due fondatori del partito al Consiglio nazionale apre le porte ad un congresso e alla risistemazione del Popolo della Libertà. Anche la destra come la sinistra deve darsi una nuova ideologia, adeguata alla realtà dell’Italia di oggi. Il ruolo del PD. Il ruolo della Lega Nord e quali i possibili scenari futuri.

La direzione nazionale del PDL (Popolo della Libertà) è stato lo spettacolo emblema dell’attuale destra italiana. Il teatro in cui si consuma tutta la contraddizione e il contrasto tra politica e antipolitica che segnano questo periodo che gli storici già chiamano della seconda repubblica. Un periodo che potrebbe, come ha ricordato il politologo Emidio Diodato, o dovrebbe preparare ad un nuovo periodo dai contorni non chiarissimi che forse sarà ricordato come: “La terza repubblica italiana”.

Parallelamente, anche se su motivazioni e presupposti diversi, il disagio politico di quello che, con termine classico, definiremmo la sinistra o il centro-sinistra si ripresenta nella destra o centro-destra. Abbiamo più volte trattato la “riva gauche” della politica italiana con corposi interventi come la “Crisi della democrazia” e più di recente: “Moderati contro”. E’ giunto il momento di visitare la “riva droite” della polis italiana.

I due contendenti di questa direzione sono Berlusconi e il “dissidente” Fini. Ma colpiscono dalle immagini e dalle foto mostrate in televisione, sui blog e nei giornali, il contesto di questo scontro. I volti dei colonnelli o ex colonnelli di Fini oggi, approdati a Berlusconi, quelli dei fedelissimi del “dissidente” e quelli dei tanti esponenti e parlamentari assurti perlopiù a ruolo di claque del premier/padrone.

Alcuni (forse quelli più coscienziosi) hanno il capo chino, altri (i rampanti) cercano di mettersi in mostra, alcuni sono attoniti ed altri, falsamente, indignati. Coraggiosamente il presidente della Camera affronta il “padrone”, il capo del partito azienda, in una parola “l’antipolitica” lo fa con il coraggio di chi creda nella politica, con la dignità di chi sa di avere una storia, lunga complessa piena di alti e bassi, di sofferenze che l’hanno portato ad una difficile transizione da partito neo-fascista ad un’idea di destra europea, laica e moderna.

Sia chiaro, un percorso ancora tutto da definire, che non sarà scevra di passi indietro, di confusioni, di difficoltà, di amarezze, ma che parte da una esigenza profonda (che vale anche per la sinistra) : interpretare la realtà di oggi, creando un’ideologia che anticipi i tempi, che possa diventare per la gente motivo del presente e progetto per il futuro, un “Fare futuro” parafrasando la riuscita fondazione “finiana” da cui l’interessante omonimo sito.

L’attuale Presidente della Camera ha, per ora, il sostegno di pochi, pochi ma veramente convinti. Intendo dire convinti nelle idee e nella volontà di costruire un progetto che abbia coerenza e prospettiva. Gli altri sono simili ai servi del padrone, la claque appunto, quelli “dalla gallina oggi piuttosto che l’uovo domani”, vedette del presente ma che non avranno (almeno si spera) un futuro. Quelli che sanno che se vogliono mantenere il posto in parlamento con tutti i privilegi e i comfort del caso devono dire sempre sì al capo e battere le mani ad ogni suo cenno.

Anche questo episodio, come le crescenti fobie di Berlusconi, verso l’informazione libera, i magistrati, finanche la sua ex moglie, come le ultime elezioni con i duemilioniquattrocentomila voti persi, dimostrano che il berlusconismo sta sprofondando sempre più in qualcosa di molto più grave che il semplice declino. Se fosse esistita un’alternativa coerente e credibile probabilmente la pratica Berlusconi sarebbe stata già archiviata con soddisfazione di tutti; italiani e finiani compresi. Ma si sa gli italiani non amano l’incertezza, preferiscono un rozzo capo decisionista, piuttosto che gli incerti chiaroscuri di partiti che pavidamente nel scegliere tutto e niente finiscono per non delineare alcuna prospettiva chiara e sicura e in definitiva per scontentare tutti.

Si sa, oggi la sinistra ha poche idee e molto troppo confuse. Inoltre non sembra essere un modello di rinnovamento, con i suoi Bersani, D’Alema & C. Ecco quindi il parallelo se a destra la politica è scomparsa dietro i paravento di Forza Italia e poi il PdL, che sono creature di Berlusconi come la Finvest o Mediaset, e che quindi non rispondono a logiche democratiche e di partecipazione con le naturali, in democrazia, condivisioni e critiche, ma a logiche da impresa con il capo che vede e dispone, che detta regole e priorità (quasi sempre le sue).

Così a sinistra, dove il rinnovamento è stato soffocato dalle nomenclature della vecchia politica, incapaci di rinnovarsi in quelli che un tempo erano detti i quadri medi, che se un tempo erano il vero tessuto politico che garantiva l’impegno e la partecipazione della base, oggi è solo uno stretto nucleo di potere territoriale, l’arma dell’attuale leadership che ha stroncato sul nascere le velleità di rinnovamento nei contenuti, nelle forme e negli uomini che furono di Veltroni prima e di Franceschini dopo.

Curiosamente proprio Veltroni e Fini sono stati gli unici politici di sinistra e destra che hanno avuto la capacità e l’onestà intellettuale per provare, anche con incontri pubblici, un dialogo per riformare la politica.

Sono accomunati dalla intuizione che oggi, nell’era della globalizzazione, la politica non può essere più quella di cinquanta anni fa quando essere fascisti o comunisti poteva avere ancora un senso, un significato, loro hanno capito che alla politica s’impone un rinnovamento. Ma tutto ciò non è gradito a quell’antipolitica che con diverse motivazioni a destra e a sinistra difende concezioni superate dalla storia, privilegi di casta quando non decisamente personali.

Tutto ciò con parole a cui non seguono fatti, in una sostanziale disonestà intellettuale. Quando mai la sinistra ha dato seguito, avendone l’opportunità per risolvere l’annosa questione dei conflitti d’interessi (uso il plurale perché non c’è solo quello macro di Berlusconi); quando mai la destra ha liberato l’economia dalla politica, si pensi alle banche di cui ora la Lega reclama addirittura una fetta; quando mai l’attuale leadership della sinistra è riuscita a premiare il merito e non piuttosto i propri portaborse, o ha voluto dare spazio ai cittadini. Si pensi a come si sono svolte le ultime primarie (Bersani, Franceschini, Marino) quando queste avvennero senza procedere prima ad un reale rinnovamento politico in quei quadri medi ancora oggi egemonici nelle città grandi e piccole, dove l’apparato è tenuto saldamente dai vecchi e spesso compromessi esponenti politici locali che hanno finito per gestire l’evento fino al telecomandarlo con lo scontato esito pro-Bersani.

E quando mai la destra ha fatto serie politiche in difesa delle famiglie, che non si limitassero a sporadiche e populistiche occasioni di corto respiro? Rinnovare in modo profondo la politica s’impone, il minimo comune denominatore per gli eroi, oggi minoranza nel PDL come nel PD è la nostra Costituzione, le nostre coscienze di cittadini e quindi, va da se, la nostra coscienza politica.

Torniamo nello specifico alla destra.

Parlare del declino del “Berlusconismo” non deve illudere sulla certa vittoria della politica sull’antipolitica. In primo luogo, perché si è in questi anni portato avanti un sistematico screditamento della politica, un’operazione scientifica volta ad indurre nei cittadini una totale rassegnazione e sfiducia nella classe dirigente del Paese. Una corruzione non solo rilevante sul piano penale, ma anche nei costumi, l’indurre a ritenere che lo Stato è inefficiente, un peso per la società e che quindi va scavalcato, aggirato.

Si è disintegrata una cultura della vigilanza democratica, della partecipazione dei cittadini, si è privato il pubblico del sacro esercizio del diritto di controllo e di opposizione a qualsivoglia progetto che andasse a ledere la solidarietà e la coesione nazionale. In modo falso e pretestuoso si è indotto nel pubblico l’idea che le vicende personali di Berlusconi fossero ad emblema e simbolo di tutta la comunità.

Come se la libertà o meno di Berlusconi fosse il simbolo della libertà degli italiani. Si è involgarita la politica italiana, attraverso una televisione sempre più instupidita, dove la donna è stata ridotta a mero oggetto di scenografia, quando non di pornografia, si è confuso libertà con volgarità. Si sono persi anni importanti nell’azione di governo per gli italiani per garantire al premier leggi e leggine che ne favorissero gli interessi o lo tenessero immune dalle sue responsabilità davanti alla legge.

L’elenco è sterminato dall’abolizione delle imposte sulle donazioni e successioni (chiaro conflitto d’interesse) alla riforma della televisione (chiaro conflitto d’interesse), dai lodi Schifani e Alfano (chiaro conflitto d’interesse), alle leggi sul legittimo impedimento (chiaro conflitto d’interesse), alla riforma elettorale “il porcellum” (chiaro conflitto d’interesse), lasciando per il resto poco o niente per la comunità, se non provvedimenti inutili quando non populisticamente dannosi (le ronde, l’abolizione dell’ICI anche per le case degli ultraricchi, colpendo a morte gli enti locali). Per il resto zero politica industriale, zero riduzione delle tasse, zero lotta all’evasione fiscale, zero politica energetica, zero impegno sulla ricerca scientifica, zero politiche per il mezzogiorno d’Italia, zero politiche di difesa del territorio (i dissesti idrogeologici in Italia sono ormai episodi di cronaca quotidiana), zero politiche di sicurezza sul lavoro (quattro morti al giorno in media in Italia, la più alta mortalità europea). Sono solo i primi esempi che affiorano alla mente, ma l’elenco sarebbe sterminato e il risultato finale sarebbe zero in politica.

Una politica di annunci deleteri a cui non fanno seguito fatti. Un annuncio finanche dire che questo del PDL e della Lega Nord è il governo del fare, meglio sarebbe, più onesto, dire che questo è il governo del fare… niente. L’attuale governo che ha una maggioranza schiacciante e che ha una opposizione timida e balbettante, incapace di proposte e di presenza sul territorio, che ha in Di Pietro un megafono dell’inutile sfogo populista di “sinistra”, si fa per dire, questo governo, non riesce a fare una sola riforma strutturale.

La riforma delle pensioni è una chimera, politiche economiche spesso caratterizzate da populistiche azioni come condoni edilizi e fiscali, se non peggio come lo “scudo fiscale”, con tutto il suo carico diseducativo ed immorale, oppure da sporadiche e dispersive elemosine che nulla risolvono. Del resto si parla di un governo il cui premier diede degli eroi a mafiosi come Mangano, o che incitava come giusta l’evasione fiscale (in Italia la più alta d’Europa).

Nessuna seria politica sull’immigrazione ma anzi una campagna di odio verso lo straniero che spesso ha portato l’immiserito popolo italiano ad una inutile ed odiosa guerra tra poveri. Ora la gente sta aprendo gli occhi, ma i partiti sono in ritardo ed il berlusconismo può presentare pericolosi colpi di coda. La sua endemica mancanza ideologica, la sua fragilità organizzativa, l’assenza di profonde motivazioni politiche, il fatto che i partecipanti al PdL, tranne lodevoli eccezioni sono legati da affari o dalla semplice possibilità di fare affari rende questo partito, un partito inevitabilmente a guida unica come un’azienda, un’impresa.

La pubblicità è l’anima del commercio ed il populismo berlusconiano è simile alle tecniche della pubblicità, ma la pubblicità è superficiale e non mette radici. Ecco quindi che facilmente lo spessore politico della Lega finisce per condizionare lo stesso premier. Come un patto con cui la Lega dice: “La politica la facciamo noi, voi fate gli affari”, ma il disegno della Lega è sempre stato chiaro : disarticolare l’Italia, rendere il sud un peso morto al punto che la gente del nord sempre più privata di senso nazionale (l’Italia è pur sempre uno Stato giovane) e di solidarietà verso i compatrioti del sud sia indotta ad invocare la secessione, come giusta ed inevitabile. Del resto l’economia è retta da Tremonti, uomo caro alla Lega Nord, il PDL non ha, come detto e visto, nessuna politica coerente, quando Berlusconi non ci sarà più la Lega non avrà più interlocutori credibili nella sua coalizione, si sarà rafforzata ancor più ed il gioco è fatto.

Del resto appare chiaro che oggi chi vota PDL vota per Berlusconi, non certo per il partito che appare inconsistente ed incoerente come l’ultimo consiglio nazionale dimostra.

Del resto qual è la linea del PDL?

Sui temi etici le divisioni sono lampanti, sull’immigrazione se Fini parla di integrazione altri esponenti reclamano maggiori restrizioni ai diritti degli immigrati. Se alcuni invocano più Chiesa nella politica, altri reclamano più laicità. Se alcuni propongono riforme condivise, altri vogliono riforme a colpi di maggioranza. Se alcuni condannano la politica economica di Tremonti (vedi Brunetta, Baldassarri) altri la difendono strenuamente, se alcuni vogliono meno controllo sull’informazione, altri addirittura la vorrebbero totalmente sottomessa al governo; se alcuni vogliono una diversa legge elettorale, altri pur in presenza di una riforma presidenzialista vorrebbero mantenere l’esclusione della scelta libera dei candidati attraverso il voto di preferenza.

Insomma, tutto questo per dire che non c’è progetto e nemmeno e chiaro chi dovrà guidare il PDL quando il 74enne Berlusconi avrà deciso di pensionarsi.

Viceversa la Lega Nord un’ideologia, piaccia o no, ce l’ha. Un’ideologia protezionista, limitata all’interesse di quella strana entità chiamata Padania, un’ideologia fortemente cattolica e per nulla disponibile ad aprire ad altre religioni, una cultura xenofoba, mirante a difendere le piccole imprese del nord, ad ogni costo. La Lega è presente nel territorio, è organizzata, ascolta i cittadini e li orienta, è antieuropeista, rappresenta larghi strati popolari, non solo le piccole e medie imprese, che sono la parte predominante dell’economia regionale italiana, ma gli stessi operai. Un partito della plebe, direi un partito simile, nella sua ortodossia e nella sua organizzazione, a quello che fu il Partito Comunista Italiano negli anni settanta.

Non ha caso ne ha ereditato gran parte degli elettori. Un partito che fomenta certo paura, che istilla odio verso gli immigrati e i diversi, che fa del carroccio e della croce i suoi simboli storici e populistici, di Cattaneo le sue radici culturali, che oggi esce da certe sue rozzezze culturali e comincia a presentare finanche dei suoi pensatori (eredi di quello che fu in origine Miglio), insomma un partito che cerca una sua credibilità e che per la sua coerenza e presenza conquista sempre più consensi.

Fini e i suoi no. Fini ha un registro politico diverso. Ha una storia diversa e questo suo percorso fa capire quando sia difficile per lui la convivenza con Berlusconi e l’alleanza con la Lega.

Intanto Fini in questi ultimi anni ha sempre creduto nella necessità di riformare la destra, rendendolo un partito “sarkoziano” più moderno, decisamente laico, si pensi ai temi della procreazione assistita, della ricerca scientifica, ma anche spinto per una riconsiderazione (dopo la legge Bossi/Fini) sul fenomeno della immigrazione arrivando a chiedere semplificazioni per la concessione della nazionalità agli stranieri che vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia, concedendo il riconoscimento al voto per gli stranieri (almeno alle amministrative).

Inoltre, sul federalismo, Fini non dimentica le sue origini di destra sociale, e nazionale, non opponendosi ad un’Italia federale ma invocando un federalismo più solidale e responsabile che accorci anziché allungare le distanze storiche tra il nord e il sud del Paese. Non si oppone quindi ad una multi etnicità e multi religiosità dell’Italia nell’era della globalizzazione.

Allo stesso tempo nella sua visione della politica non si perde il senso dello Stato, delle regole. Fini, anche per il suo attuale ruolo istituzionale, si pone come garante a destra di quella riforma della politica che punta alla coesione nazionale, che non esclude le stesse opposizioni dai processi di riforma dello Stato che non possono essere ad appannaggio esclusivo della sola maggioranza e peggio ancora di solo alcuni gruppi di potere garanti e rappresentativi della maggioranza.

E’ chiaro che questo piano da un lato contrasta con l’antipolitica populista di Berlusconi, che continua ad intendere la politica come strumento di potere personale e al limite di caste e affari connessi al suo impero economico e mediatico, dall’altro con le mire secessioniste della Lega, il cui federalismo, lo dico con preoccupazione, sembra solo una tappa intermedia o un “piano B”, verso quel cammino di distacco dal sud e da quella Roma “ladrona” che continua ad essere il totem di tutte le lagnanze del nord.

Insomma, una sorta di balcanizzazione del nostro amato stivale. Ora Fini diviene a destra quello che Veltroni prima e Franceschini dopo sono stati e sono a sinistra. Il fautore di quella sacrosanta riforma della politica.

A mio avviso, pertanto è in corso una guerra di risistemazione del quadro politico che è trasversale e che si trascinerà ancora, salvo pericolose tentazioni egemoniche se non golpiste, per alcuni anni. Una lotta che vede da una parte schierati i vari Berlusconi, Bossi e loro colonnelli, più la nomenclatura di D’Alema, Bersani & c. contro i rinnovatori e riformatori Veltroni, Franceschini ed altri più Fini e soci.

Sia chiaro Berlusconi a differenza di Bersani costituisce un modo nuovo di fare politica, ma questo modo non costituisce un aiuto alla democrazia, ma semmai un tentativo di superare (rozzamente) questa forma politica per giungere ad una moderna forma di dittatura.

Le regole, la partecipazione delle persone, la fiducia nello Stato e la coesione del Paese, costituiscono oggi per il cavaliere soltanto delle variabili da utilizzare, se il caso solo per convenienza e non per principio. Per contro Bersani non rappresenta il rinnovamento, non garantisce quella sferzata laica, non difende quel processo di rinnovamento che il PD voleva essere alle sue origini, ma tende ad essere la continuazione sia pure aggiornata di un modello mal rappresentato di continuazione con il vecchio PCI.

Cosi paradossalmente l’idea Finiana della politica è più vecchia di quella di Berlusconi (di una politica giocata tutta sulla comunicazione al pubblico) ma sicuramente più solida e democratica nella convinzione che la politica non possa essere solo “spot” come non poteva negli anni settanta essere solo “slogan”.

Ecco perché sono convinto che il centrosinistra faccia malissimo a tenersi fuori nello scontro interno alla destra, perché qui non siamo di fronte ad uno scontro semplicemente interno ad un partito, ma ad uno scontro sulla concezione della politica e da uno scontro simile un partito come il PD, con la sua forza rappresentativa, non può tenersi fuori.

Si tratta non di prendere posizione per uno o per un altro, ma di cogliere l’occasione perché questo scontro divenga il momento della verità interna a tutto il sistema partitico, su cosa si intende oggi per politica, per democrazia, per partecipazione popolare. Se è ancora valido il sistema bipolare, se sono possibili conflitti d’interessi economici-politici così devastanti nel nostro sistema. Su cosa si intende per un paese moderno e se questa modernizzazione può passare attraverso il federalismo partendo da situazioni cosi sperequative come il nord e il sud d’Italia o se non debba essere riconsiderata la cultura nazionale e regionale del nostro Paese.

Come sarebbe un errore che il centrosinistra non dialoghi con la destra sulle riforme istituzionali e un errore che non si prenda parte e si estenda a tutto l’arco parlamentare il discorso su quello che noi (Altritaliani) dalla nostra nascita abbiamo battezzato come la riforma della politica.

Si è gridato allo scandalo per il teatrale scontro al consiglio nazionale tra Berlusconi e Fini, passato drammaticamente e impietosamente davanti alle telecamere della televisione, ma in realtà un vincitore ci è stato ed è Fini che per la prima volta ha costretto il PDL ad essere un partito “normale” non semplicemente un’assemblea che ascolta rapita il verbo del capo, ma un partito che non più carismatico è divenuto un partito vero, dialettico, anche duramente, capace di confrontarsi e di ragionare. Una cosa essenziale, per una destra nazionale e non regionale come quella della Lega.

Si apre una pagina che ripeto riguarda non solo il PDL ma l’intero Paese. Fini per la prima volta a rotto il populismo berlusconiano, quello che aveva fatto si che il PDL nascesse per volontà del cavaliere in una sola notte (per fare il PD ci sono voluti, come è normale che sia, anni e il lavoro è tutt’altro che compiuto). Berlusconi con uno dei suoi colpi da teatro riuscì a farne uno in poche ore. Non va dimenticato, del resto, che Forza Italia due mesi dopo la sua nascita fu ben capace di distruggere la gioiosa macchina da guerra della sinistra e di vincere l’elezioni.

Il punto è se agli italiani basta questo essere spettatori inermi della politica o piuttosto è necessario che dicano la propria, che siano parte del dibattito o solo gli spettatori, gli utilizzatori finali. Affidando tutto ad un duce mediatico, che s’impone non con proclami retorici e belluini, ma con accattivanti sorrisi e spot pubblicitari o piuttosto che dare credito e carta bianche a questo condottiero non occorra partecipare nelle scuole, nei quartieri, nelle città e nei luoghi di lavoro perché la politica sia di tutti e per tutti. La politica è una cosa seria e nessuno può tirarsi fuori, perché bisogna conoscere e formarsi una coscienza sociale e politica, proprio perché la politica mette in gioco, inevitabilmente, il futuro nostro e dei nostri figli.

La destra deve puntare a rinnovarsi, ma non può perdere di vista quella conservazione di valori e principi così penosamente messa a rischio dalla condotta e dalle scelte degli attuali governanti, dovrebbe riscoprire quei valori liberali che non si rintracciano nell’attuale anomalia italiana, dove le spinte a sopprimere il libero mercato, soffocandolo in interessi e giochi oligopolisti se non decisamente monopolisti.

Non c’è settore dell’economia, dell’informazione, della produzione e del terziario che oggi veda una seria politica d’incentivo alla concorrenza. A differenza della Lega una destra moderna dovrebbe immaginare l’Europa come un’opportunità, per la conservazione della civiltà occidentale, ma anche per incentivare lo sviluppo di tutte le nazioni che ne fanno parte, puntando ad un’Europa più autorevole e meno divisa nel contesto internazionale. La destra dovrebbe essere portatrice di regole, non troppe, ma molto chiare, difendere le proprie tradizioni culturali ma non chiudersi in senso feudale, allo scambio e all’incontro con le altre culture. Favorire la responsabilizzazione dei consociati anche a costo di colpire interessi lobbistici e di casta che non favoriscono la libera iniziativa.

Fini l’ha detto chiaro lui è il co-fondatore del Popolo della Libertà e non intende uscirne per formare un nuovo partito. Non si facciano illusioni chi si aspetta un Fini a braccetto con i centristi o addirittura alleato della sinistra. Niente di tutto questo. Fini è di destra. Ha ribadito più volte che crede in una leadership carismatica, riconosce l’autorevolezza del leader e il suo diritto di governare, ma Fini intende la destra come una destra moderna, a tempo con le esigenze del Paese, coniuga senso dello Stato e unità nazionale e non è contrario a priori al federalismo, ma non è disposto a delegare questo federalismo alle sole volontà dei leghisti.

E’ cosciente che il federalismo deve essere un’occasione per riequilibrare le sorti del Paese e non un ulteriore passo per allargare la faglia tra il nord e il sud. Crede nelle istituzioni, come la magistratura e non è disposto a riforme pasticciate che servano solo a proteggere la persona Berlusconi dalle sue vicissitudini giudiziarie. Vuole che termini il conflitto istituzionale tra Governo e Magistratura, in tal senso salda la sua visione politica a quella del garante istituzionale, il Presidente della Repubblica.

Proprio questa circostanza dovrebbe favorire un discorso più ampio sulla politica e sui valori nazionali, che coinvolga tutto il quadro politico, democratici inclusi. Un’occasione da non perdere.

Proprio questo richiamo ad una politica che recuperi il suo ruolo e la sua dignità a cominciare dal parlamento, comporta dei problemi ai fautori dell’antipolitica e ai loro alleati leghisti. I quali rumoreggiano, minacciano elezioni anticipate, nella speranza che queste penalizzino l’attuale Presidente della Camera, epurandolo così di fatto dalla scena politica.

Berlusconi non sopporta il confronto (non sopporta il confronto con l’opposizione), tanto che pur avendo una maggioranza schiacciante in parlamento, ha ridimensionato la funzione legislativa a favore di un abuso continuo di decreti legge finalizzati non tanto alla velocità dell’intervento legislativo, ma all’evitare appunto il confronto parlamentare. Ancor meno sopporta l’idea di un confronto interno.

Si ritiene l’ideatore e pertanto il proprietario del PDL e non può accettare quella dialettica interna comune a qualsiasi partito che per statuto deve prevedere un confronto. Oggi invece, per la prima volta, nel PDL, dopo il Consiglio Nazionale si osa immaginare finanche un congresso. Un congresso vero, con mozioni di maggioranza e di minoranza, a tutto questo il padrone fra l’altro della Mediaset, della Mondadori, di Milano 2, della Fininvest, non è preparato. Ecco, perché ha cercato di mettere alle strette il co-fondatore, ecco perché quasi si augura che Fini vada via con i suoi, magari a formare l’ennesimo partito.

Viceversa Fini, uomo di destra vorrebbe creare una destra più forte non solo negli effimeri numeri, ma nella sostanza delle idee e dei progetti. Non ama un’idea di destra populista, immagina politiche economiche, di creare un rinnovato rapporto tra le istituzioni, un federalismo non solo di propaganda ma effettivo. Immagina una destra capace di mettere radici nel territorio.

In tal senso riconsidera i rapporti tra le istituzioni sulla base di regole certe, il confronto con le opposizioni, non come una rissa sistematica, una sorta di permanente campagna elettorale, ritiene che la stagione delle riforme debba essere condivisa con tutte le forze politiche, che la rinascita della Repubblica italiana, parti da una diversa e più rispettosa considerazione tra i soggetti politici.

Probabilmente già pensa al dopo Berlusconi, quando bisognerà capire se il PDL esisterà ancora o scomparirà con il suo inventore. Già si chiede se la destra italiana somiglierà a lui; laica, con regole, moderna, moderatamente conservatrice, federalista ma nazionalista o a quella di Tremonti, alleato della Lega Nord oppure a quella dell’attuale governatore della Lombardia, Formigoni, quindi fortemente cattolica, ispirata alla democrazia cristiana e al “fondamentalismo” di Comunione e Liberazione.

A tutto questo l’attuale Popolo delle Libertà deve prepararsi e non è possibile prepararsi se il partito non diventa davvero un partito, capace di ragionare, confrontarsi e discutere. Questa destra deve come nelle più classiche tragedie greche liberarsi del suo padre (padrone), magari lo farà dando alla scadenza del mandato di Napolitano, il Quirinale al cavaliere, ma il cavaliere vuole prima che si arrivi ad una repubblica presidenziale e non si accontenta degli attuali poteri del capo dello Stato.

Ma per giungere a questa riforma occorre passare sui Finiani, oltre che su tutto il resto dell’opposizione, cosa non semplice. Inoltre Fini ha determinato un precedente che presto potrebbe avere un seguito e anche l’intervento di altri personaggi, che scalpitano per eliminare con l’anomalia politica attuale anche l’ingombrante presenza politica di Berlusconi.

Si è parlato di vietnamizzazione del conflitto interno al PDL e tutti i commentatori politici sono convinti che una guerra di logoramento interno può giovare solo a Fini. Ma la prospettiva di elezioni anticipate sarebbe a dir poco paradossale visti i numeri in parlamento che lascerebbero ampia libertà all’attuale governo se solo ne fosse capace e ne avesse il coraggio di fare qualsiasi riforma ritenesse.

Ecco perché la Lega Nord spinge per il federalismo subito o elezioni, per offrire sponda a Berlusconi che privo di una visione politica accetterebbe di delegare il ruolo di guastatori al Carroccio, così da avere l’alibi per le elezioni e la conseguente possibile epurazione. I nodi sono veramente al pettine e tutti devono assumersi le proprie responsabilità a cominciare dai cittadini e dalle forze politiche, tacere su quando sta accadendo potrebbe essere un rischio non per gli equilibri della destra, ma per la stessa democrazia italiana, potrebbe tutto precipitare in un ritorno indietro ulteriore in una nazione, ebbene ricordare, la nostra, che da venti anni e ferma che attende modernizzazione e rilancio economico, che vive in uno stato di stagnazione sociale e culturale, dove ai giovani non si offrono più opportunità ma solo precarietà. Con una sperequazione tra nord e sud che è arrivata a livelli drammatici.

E’ evidente che questa seconda repubblica resta un’incompiuta, che il terremoto innescato nei primi anni novanta fa ancora registrare le sue violente scosse di assestamento che mettono a rischio finanche il bipolarismo, cosa non difficile in un paese che è stato per sessanta anni e tolto il ventennio fascista, prima ancora nella forma del multipartitismo esasperato.

Come a sinistra anche a destra si chiede uno scatto d’orgoglio ed anche un sussulto degli intellettuali che non possono limitarsi a girare la testa ne va del destino di tutti.

Forse è veramente l’ora di lanciare la terza repubblica. Un’epoca nuova per il paese che chiede ai politici di ogni orientamento più coraggio nel farsi da parte per rinnovare la politica e ai nuovi che verranno più coraggio nel fare le scelte giuste e responsabili per il bene comune.

(nell’ordine le foto: due momenti del Consiglio nazionale del PDL; un manifesto della Lega Nord; un fun della Lega; Veltroni e Fini insieme; Berlusconi con il ministro Tremonti; il governatore della Lombardia Formigoni; Berlusconi ad un comizio con Bossi).

Nicola Guarino


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