Altritaliani
Editoriale

Il balletto di bronzo

sabato 17 aprile 2010 di Veleno

La storia dei tre volontari di Emergency, sequestrati in Afganistan, questa volta non dai terroristi talebani, ma dalle autorità governative, conclusasi fortunatamente bene per i nostri connazionali, è emblematica della crisi della politica in Italia.

Un Paese, il nostro, incapace di guardare all’interesse comune, a difendere i simboli stessi della nostra patria, priva di un senso dello Stato. Il governo partecipa alle vicissitudini dei nostri sequestrati, per presunti colori politici, per appartenenza di scuderia. Ecco allora che il mercenario che fa il karatè, sequestrato e poi tragicamente ucciso dai terroristi, diviene un eroe, perché si presume di area di destra, mentre quelli di Emergency, così “freakettoni” vengono considerati di sinistra e quindi guardati con sospetto da governanti, indolenti nel richiamare il governo afgano ai suoi doveri politici verso uno Stato, il nostro, che, fino a prova contraria, è comunque lì anche per ricostruire una parvenza di democrazia.

In un paese sano dove la politica fosse un bene di tutti e condiviso da tutti e non lo strumento per gli interessi di caste e lobby e specialmente del nostro premier e del suo partito-azienda, ci si sarebbe preoccupati solo del fatto che dei nostri connazionali, fossero pure mercenari o volontari, erano in pericolo.

Per questo anche se lui, il cavaliere, continua a parlare di presidenzialismo (non alla francese ma alla Silvio, ovvero lui se la canta e se la balla) esigendo altre leggi “ad personam”, per proteggere se e i suoi, si deve salutare con piacere l’iniziativa autorevole di Gianfranco Fini che avverte come anche a destra sia necessario riportare la politica nel suo alveo naturale, fatto di confronto e scontro di ideali e progetti, ma sempre nell’interesse comune della nazione. Insomma un’altra spallata al berlusconismo, e alle sue perversioni politiche, che si dimostra in costante e forse irreversibile declino.

C’è molto da lavorare. C’è da dare regole ad un paese che appare sempre più diviso ed ineguale. Con un sud ormai uscito dall’agenda politica, con un rischio secessione oggi molto più forte di quando la Lega urlava e minacciava di prendere i fucili per liberare la “Padania” dalla “Roma ladrona”.

Ci sono divisioni profonde, non solo geopolitiche ma anche generazionali. Con giovani che hanno un’aspettativa di vita del tutto negativa ed anziani a rischio nel lavoro o che nelle migliori delle ipotesi devono soccorrere dei giovani (i propri figli) senza più prospettive e che affondano in un precariato senza fine. C’è da dichiarare guerra ai privilegi di pochi e ai disagi di tanti, e ad una televisione imbavagliata come la stampa che continua a perdere tempo, parlando delle stantie voci di corridoi della politica da salotto (qui diventa davvero importante il ruolo della rete nell’informazione), mentre in Italia si è al limite della disperazione.

Questi anni di politica della così detta seconda repubblica, spesso goffa e ridicola, caratterizzata da episodi surreali quanto non decisamente comici, si va concludendo nella migliore tradizione della commedia all’italiana, con uno strascico tragico, caratterizzato da un Paese che dopo venti anni di paralisi economica è piombata in una triste recessione, fatta di piccole imprese che chiudono, di lavoratori cinquantenni cassaintegrati e prossimi al licenziamento che si preparano ad abbandonare ogni sogno per la propria famiglia per cercare riparo presso i propri genitori pensionati, i nonni dei loro figli, costretti a forme estreme di proteste (l’occupazione dei tetti dell’imprese, l’isola dei cassaintegrati, solo per citare qualche esempio).

Per non parlare dei giovani, prima precari, poi direttamente licenziati, senza protezioni e che non hanno la forza neanche d’immaginare un futuro.

Questa è la tragedia, quando il destino della nazione è affidata a chi non è un politico, a chi sa mettere su un baraccone di showgirl da varietà, illusionisti da circo, risultando poi, totalmente incapace di avere una programmazione economica, una politica industriale e di sviluppo. Essere grandi comunicatori è una grande cosa, a patto che si abbia qualcosa da comunicare.

La tragedia si consuma in uno stillicidio, pressoché sottaciuto dai mezzi d’informazione, di suicidi. Non si suicidano gli extracomunitari, o meglio non solo, malgrado siano stati in assenza della politica i sistematici “capri espiatori” su cui si sono accaniti, i nostri governanti.

Si suicidano maturi imprenditori del nordest, non aiutati dal Paese, preda della vergogna di chi non regge a mostrare, magari nella propria piccola comunità, l’impossibilità di fare fronte ai debiti contratti per tirare avanti le proprie imprese, in cui hanno investito tutto, compreso il futuro dei propri figli. Si suicidano lavoratori, stremati dalla pressione della crisi, dall’avvicinarsi sempre più del momento della perdita del lavoro, si suicidano giovani, dequalificati da una scuola devastata dalla incompetenza del governo e della sua ministra in particolare, privati di qualsivoglia prospettiva, finanche precaria di lavoro.

C’è tanto da fare e i politici onesti (intellettualmente e trasversalmente) di destra e sinistra si devono svegliare da questo balletto di bronzo e mettere mano ai problemi delle persone e soprattutto spegnere un’inutile televisione di regime ed iniziare ad ascoltare la gente.

Non occorrono ronde in Italia di cittadini frustrati, occorrono partiti che presidino i quartieri, divenendo terminali della politica pronti a ricevere e ad interpretare le istanze dei cittadini e delle loro categorie. Occorrono politici capaci d’interpretare la realtà e di dare risposte coerenti ad un progetto politico.

Non occorrono pupi sorridenti e vallette dalle cosce lunghe, lasciamoli al varietà e al cabaret che sono pur sempre cose serie.

Veleno


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