Altritaliani
Oltre la polvere

La pazienza dell’Arrostito, di Guido Ceronetti

martedì 30 marzo 2010 di Marco Rognoni

Questo libro mi ha creato dipendenza.
Queste pagine sono una "collezione di ripugnanze ".

Pubblicato nel 1990 da Adelphi come giornale e raccolta di ricordi che coprono gli anni dal 1983 al 1987, la “Pazienza dell’arrostito” di Guido Ceronetti si presenta come una sorta di monologo interiore - esteriore dove si prende nota
delle scritte sui muri, dei nomi sulle lapidi di cimiteri, dei prezzi ai ristoranti e dove si cerca di coagulare ossessivamente frammenti accesi all’improvviso come "un’Intero accessibile e concentrato".
Un libro nato come germoglio malato di continui spostamenti sulla penisola stanca con aggiunte di frantumi sparsi, francobolli, "lunarii perduti".

Ad imbarazzare il lettore è soprattutto questa forma cosi’ intima e spregiudicata dove ai ricordi apparentemente reali si avvicendano pensieri arroventati sul presente vissuto con disperazione.
Il sasso lanciato con fermezza cruda verso il bersaglio potrà sembrare "particolarmente scorretto" e solamente la calma di una citazione da Orazio oppure Virgilio (nomi tutelari del libro) riporterà pace alla voce
dello scrittore intento a lanciare invettive a coloro che non sanno più svuotare la "mente, ormai generatrice d’imperdonabile brutto".

Nessuna frase perfetta e definitiva nel libro ma gesti verbali rotti sulla punta, concetti espressi l’ombra muschiosa della lingua, in uno stile contratto e spasmodico, nel tragico intermezzo di una luce intravista di sbieco.

Perché leggerti, Ceronetti ?
Perché legare le mie notti insonni al tuo vagabondare metropolitano alla ricerca di un buon letto in alberghi nascosti, tra facce insozzate di quotidiano spento " privo di pensiero" ?

E poi mi domando quale sia l’immagine riflessa di questo "albergo Italia " che ne fuoriesce.

Città miasmatiche, lucori venefici, panchine abbandonate come un rebus, cibi privi di sapore gettati sulla carta di giornali, carne e corpi soffocanti, debolezze più o meno raccontabili al limite del barbaglio didascalico.

Eppure ...

M’incanta la sua vesperale malinconia, il suo prodigarsi per una giornata riuscita all’insegna del bello estetico, il rifiuto maniacale di una volgarità sempre più onnipresente.
Si scopre un ritratto fitto di gemme dolorifiche da leggere in controluce con un’occhio gettato "sull’altrove".

Non si puo’ respirarlo interamente come libro. Emerge il tragico della lingua italiana balenato in pochi scrittori negli anni ’80.
Una lama di parole che ancora agiscono come una grancassa nella mia testa penzolante – leggo :
« un velo triste ha coperto le cose e non è illusione dell’animo malinconico transitivo; c’è qualcosa che somiglia ad un calo d’irrorazione d’amore » .

Questo è il nostro pane quotidiano, meschino e tragico, il nostro ripostiglio dell’anima convulsa.

Mi si chiede se si ride nel libro e rispondo che ad occhi chiusi rimangono certe macchie di colore pennellate ad arte sulla pagina , di una comicità irrisolta , un riso amaro da ferire gli angoli della bocca.
Dietro le quinte si percepisce il gesto dell’editore che non ha posto limiti al nostro, dandogli carta e penna per questo catalogo di allucinazioni, di memorie raggrumate.
Ai bordi delle pagine i soliti vecchi fantasmi (per chi legge i suoi libri da sempre), l’attrazione esoterica per la decifrazione enigmatica di un quadro di Giorgione oppure Velasquez, versi tradotti di poeti amati (Kavafis, Baudelaire),
costruiscono l’ossatura segreta di una scrittura affine al taglio biblico dei profeti veterotestamentari.
Penso sia passata inosservata alla critica questa melodia sconsacrata di frasi da taccuino e me ne rallegro.
Non saprei dire perché con aria sonnambolica ho ripreso queste pagine.
L’infinita devozione verso colui che le ha scritte mi gela il senso nascosto di una giusta risposta.
Troppo calore brucia la chiarezza della frase. Troppa materia verbale ingombra il fluire del pensiero risolutivo.

Che rimanga libro per pochi, manuale per solitari pedoni, scoperta infelice per studenti distratti, un lento scorrere di orecchie obbedienti alla voce che da sempre ci chiama.
Congedandomi , riconsegno il libro al suo spazio silenzioso. " Spento il lume , il chiarore perdura."

Marco ROGNONI


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