Altritaliani

Come accade la democrazia...

di Felicia Tafuri
lunedì 9 marzo 2009 di Felicia Tafuri

La democrazia come modello di vità e relazione fra le persone. Un’analisi psicologica del sistema politico attuale che aiuta a comprendere le radici della crisi del modello democratico. Fra pregiudizi e inconsapevolezze, la crisi dei valori etici dello Stato. Alcuni consigli ai futuri prossimi leader politici.

DALLA PLURALITÀ DELLA MENTE ALLA PLURALITÀ DEI CONTESTI

Sandro Pertini affermava: « È meglio la peggiore delle democrazie che la migliore di tutte le dittature». Pertini, settimo Presidente della Repubblica Italiana, intendeva sottolineare l’importanza di una gestione democratica e partecipata dei rapporti, della distribuzione delle risorse e del potere tra gli individui e tra i gruppi.

Occorre, tuttavia, riconoscere che è poco agevole definire la democrazia e ancora più realizzarla, cedendo, sovente, alla tentazione di identificarla con una concezione individualistica della libertà, con un liberalismo, a volte estremo, in cui si diventa meno abili a stabilire una classificazione fra i bisogni percepiti, ragion per cui non è possibile procrastinare il soddisfacimento dei tali bisogni.

La democraticità non riguarda solo l’agire politico od organizzativo, piuttosto tutti i rapporti della cultura e della società, dunque i legami genitori-figli, i rapporti di coppia, le relazioni amicali e di lavoro, la conduzione di affari e trattative, l’educazione e la formazione in tutti i cicli scolastici, le scelte religiose e l’orientamento sessuale e così via elencando. Si pensi alla differenza tra un sistema educativo che mira a far raggiungere al bambino, prima, all’adolescente e al giovane, poi, l’indipendenza il prima possibile ed un sistema educativo che tende, al contrario, a tenere gli stessi in una condizione di soggezione e di riverenza, che proclama, ma non attua nei fatti, l’incremento di uno spirito critico e i presupposti per una crescita autonoma. Pertanto, per favorire il cambiamento delle collettività umane in senso democratico e perché siffatto cambiamento sia stabile, la modificazione deve interessare tutti gli aspetti della vita

Le istituzioni didattiche di ogni ordine e grado, ivi incluse quelle preposte alla formazione permanente – quindi di adulti, che, spesso, già lavorano e vogliono o devono aggiornarsi –, prediligono lezioni frontali, conferenze da un podio, sedie non spostabili; le riunioni di lavoro si svolgono intorno a tavoli, che assecondano una ripartizione del potere sbilanciata, fatta di atteggiamenti difensivi e competitivi, di rapporti di subordinazione, riducendo occasioni di collaborazione e di interazione; la sistemazione dei rappresentanti politici in Parlamento, che si dispongono in due schieramenti, accentua la logica oppositiva e agonistica, la contestazione piuttosto che lo scambio. Non mi riferisco a mere questioni logistiche, bensì ad un vero e proprio quadro concettuale, che produce dipendenza e limita il dialogo, quello affiliativo, alla pari, multipersonale, che funziona senza verità finali e riguarda relazioni e collegamenti.

Il dialogo è fondamentale, dal momento che promuove la Koinonia, una specie di solidarietà che porta ad un’unione di risorse, un’esperienza di messa in comune, in cui la gente può parlare, ascoltare, vedere e pensare liberamente, un terreno adatto per l’umanizzazione del contesto, intesa come coltivazione di ciò che è umano e che determina il cambiamento da persecutorio ad amichevole, la possibilità di trattare le diversità, il rispetto dell’individuo senza il rischio della massificazione o del controllo psicologico e politico in ogni momento della vita.

La democrazia, essendo, allora, il sistema del pensiero plurale, permette di accettare ciò che accade, le leggi con minore passività: in essa, premessa è il valore del pensare a ciò che si fa e si dice, perché se uno pensa a ciò che fa e dice pensa anche agli altri. Lo psicologo sociale Kurt Lewin asseriva che il ragionamento mette le persone che vi sono impegnate su una base di eguaglianza e che dare delle spiegazioni razionali è un «procedimento educativo democratico».

Una relazione, una nazione, un’organizzazione sono tanto più democratiche quanto più la riflessione e la decisione collettiva svolgono un ruolo essenziale nell’andamento delle vicende comuni, della res-pubblica, come cosa pubblica, mentre lo sono tanto meno quanto più l’inconsapevolezza, i pregiudizi, le pratiche ed i sentimenti inconfessati ed inconfessabili sono predominanti.

Vorrei ipotizzare che le moderne patologie da dipendenza (cibo, alcol, droga), i comportamenti delinquenziali e vandalici, le difficoltà a stabilire contatti diretti ed intimi, il bullismo, la violenza sulle donne e gli abusi sui bambini, la mancanza di rispetto per gli altri e per le regole, l’esasperato bisogno di vincere e di competere, lo sfruttamento di persone e situazioni a proprio vantaggio, l’incapacità a riconoscere e dare un nome ai propri desideri e ai propri sentimenti, l’ambivalenza verso l’autorità, l’individualismo, la falsa tolleranza verso le diversità, l’assenza di riflessione e la tendenza all’agito sono tutte malattie della democraticità. E ancora che le guerre, i fondamentalismi, gli estremismi politici, i razzismi, i regimi lassisti ed autoritari sono l’espressione della logica dell’o-o, dell’assioma “o con me o contro di me, o con te o contro di te”, tipico del duello dal quale sopravvive o l’uno o l’altro secondo il criterio del vincente e del perdente, di un modello monistico, che si fonda su uno squilibrio di potere tra le parti

Si tratta di situazioni sociali, culturali, politiche, nelle quali operano processi di paranoiagenesi, nell’accezione di Jaques (1976), per cui diviene impossibile avere relazioni improntate alla fiducia e alla confidenza, che vengono scalzate, viceversa, da sospetti, invidia, rivalità ostile, preoccupazione che gli alleati facciano un voltafaccia. Diversamente, l’assetto democratico si costituisce come strada altra, che concepisce soluzioni basate sulla collaborazione conseguente alla comprensione che il problema è di tutti, sulla manifestazione del conflitto e sulla sua risoluzione in modo creativo ed efficace per tutti, sul rispetto delle reciproche esigenze, sull’uso delle differenze, sull’essere certo di contare molto per l’altro, sul principio del vincere insieme, cioè dell’e-e, che preferisce non contrapporre e separare, ma distinguere ed integrare. Si pone, perciò, come strada altra rispetto sia ad un governo che cerca di plasmare, controllare e valutare il comportamento sulla base di criteri assoluti, che dà rilievo all’obbedienza, al rispetto per l’autorità, alla tradizione e scoraggia l’interscambio, l’indipendenza e l’individualità, sia ad un governo che non aiuta gli individui ad essere in grado di prevedere le conseguenze e le reazioni che inducono nell’altro, i bisogni altrui. Si propone come via, che può essere percorsa senza forzature, ma solo attraverso un processo di partecipazione volontaria e responsabile, che implica la prontezza nell’accettare veramente le critiche, il rispetto per i sentimenti e le opinioni altrui seppur divergenti ai propri e, che, di conseguenza, declina ogni ideologia che rischia di trasformarsi in una verità assoluta, che omogeneizza, esclude tutti coloro che non la condividono o crea stereotipi sociali, politici, religiosi a cui aderire.

Le analisi sociologiche e politiche segnalano che viviamo in un’epoca post-ideologica e questa constatazione genera reazioni antitetiche: in alcuni rimpianto, in altri sollievo. Congetturo che, forse, gli individui avvertono in misura minore o maggiore la necessità di un sistema di credenze condivise – per proteggere la propria identità, sempre più sfaccettata – sulle funzioni della comune vita sociale, sulle richieste e sulle aspettative culturali ed etiche che essi rappresentano per la loro società, a causa di una certa fluidità della realtà attuale, contraddistinta da una continua ridefinizione dei confini personali e collettivi, geografici e relazionali, in cui le persone transitano da un gruppo all’altro o appartengono a gruppi apparentemente contrapposti

Il clima democratico sviluppa nelle persone, per esempio membri di un gruppo, un forte senso di appartenenza e atteggiamenti collaborativi, per cui i fini dell’intero gruppo vengono a coincidere con i bisogni e gli scopi della persona. Il concetto di interdipendenza è la chiave perché ciò si concretizzi: un individuo che comprende di avere un destino comune agli altri, che il suo destino individuale dipende da quello del gruppo (nazione, organizzazione, ecc…) nella sua totalità, è disposto ad assumersi spontaneamente una giusta parte di responsabilità per il suo benessere. L’acquisizione di questa visione, che pone l’accento sui bisogni e sui desideri di tutte le parti in causa, che fa delle persone degli individui adulti responsabili dei problemi e delle soluzioni agli stessi, responsabili delle emozioni e delle loro conseguenze, responsabili di se stessi e delle proprie azioni in rapporto agli altri e all’ambiente è lenta e richiede leader che siano realmente democratici.

Per gestire una leadership efficace, non è sufficiente mettersi i distintivi da capo o abdicare all’esercizio dei propri compiti – così da sembrare democratici, laddove si è solo permissivi –, piuttosto, superando il proprio narcisismo, è indispensabile porsi come un maggiorasco, che si fa inconsciamente servitore dell’insieme che guida, si dispone a seguirlo e a non precederlo, ne promuove l’autonomia. È evidente, a questo punto, la dissomiglianza con un leader autocratico, che, all’opposto, si presenta come la sola fonte di autorità, su cui tutti proiettano il proprio Super-Io, con l’effetto che vengono, sì, liberati dalla responsabilità di decidere, del peso dell’autocritica e del dubbio, però perdono il senso della moralità individuale e la capacità di pensare e giudicare in modo libero, come è accaduto durante il nazismo.

L’effettiva messa in pratica delle idee di autenticità e non dogmaticità, di cooperazione e di integrazione, di ascolto e di libertà chiede una democrazia all’interno della mente prima ancora che esterna, nei tanti ambiti sociali, economici, politici, educativi, lavorativi, familiari, nazionali. Una democraticità in cui ogni pensiero, emozione, desiderio ha diritto di essere e che ha come valore il cambiamento. Una democraticità che si ottiene sviluppando un pensiero di gruppo, ossia un pensiero che riconosce la molteplicità dei modelli, degli individui, degli scopi, dei metodi conoscitivi, delle dimensioni temporali e la loro eguale validità. Desidero evidenziare che, per lo sviluppo di un pensiero di gruppo, occorre un enorme lavoro psicologico, affinché, tramite la partecipazione e il coinvolgimento in contesti realmente democratici – come situazioni gruppali –, le persone evolvano verso stati di coscienza più allargati. In ogni caso, non basta mettere insieme un gruppo di persone a discutere su qualcosa perché ciò avvenga, piuttosto è necessario che il gruppo (piccolo, medio, grande) sia condotto con un metodo che realizza le condizioni per una ricerca ed una crescita comune, per la conoscenza di sé e dell’altro, per uno sviluppo non secondo dei canoni relativi ad un modello pre-definito cui bisogna conformarsi.

Il metodo gruppoanalitico, applicato a tutte le forme di raggruppamento umano, è il metodo che ritengo democratico, poiché allarga le possibilità di tutti e permette, attivando risorse e competenze, di liberarsi dell’autoritarismo e del lassismo residuo ed inconscio presente in ciascuno. Proprio Foulkes, a proposito del metodo gruppoanalitico – del quale è stato il promotore, sostenendo l’esistenza di un inconscio sociale –, ha detto: «Forse qualcuno di vaste vedute, riuscirà a scorgere in esso la risposta, nello spirito della comunità democratica, alla manipolazione delle masse e dei gruppi da parte dei regimi totalitari». Era da poco finita la Seconda Guerra Mondiale.

Felicia Tafuri


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