Altritaliani
A villa Cernigliaro, vicino a Biella, dall’8 al 30 maggio l’associazione Zero Gravità ospita un’esposizione di

Lino Cringoli : Zuppa d’Anguilla o i Cammini dispersi

Vedi il portfolio delle opere dell’artista.
sabato 24 aprile 2010 di Barbara Musetti, Giuseppe A. Samonà

La necessità istintiva di tracciare segni, di manipolare materie per comporle in una forma, in una immagine é stata un’attività che da sempre lo ha accompagnato. Senza mai farne veramente una professione, nella inconfessata convinzione che “cosa vuoi che importi ciò che importa solo a se stessi?”
Dopo un lungo peregrinare é approdato, per il momento, alla realizzazione di disegni di grande formato. ( Il disegno: mezzo espressivo che implica il meno di mediazione possibile tra il sentire e la traduzione/concretizzazione di un pensiero ).
Disegni in cui Labirinti di linee/percorsi a volte danno vita ad immagini codificabili, ma più spesso si perdono in un errare senza cammino. In una Scrittura muta, come segno di cancellazione, quasi a voler dimenticare i fiumi di parole che fanno il rumore del mondo, che esprime l’impossibilità e l’mpotenza di un racconto possibile e la persistenza di un vuoto di memoria. ...

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Amo la pittura, ma non me ne intendo : m’intendo piuttosto (se questa parola, intendersi, a un senso) di letteratura e di religioni antiche, di cui sono studioso. Per questo, credo, amo il lavoro di Lino Cringoli, che ho conosciuto per via della sua arte, e che attraverso quella ho imparato ad apprezzare, in profondità. Perché in profondità, e spesso al di là delle sue intenzioni – com’è proprio dei veri artisti – Cringoli mi riporta in territori a me cari, trasfigurati in immagini fortemente evocatrici, e come ridotte all’osso, quasi a voler cogliere la realtà nel suo farsi primordiale, o anche, prima del suo essere la realtà quale noi la conosciamo : le frontiere, la frontiera, la traccia, il labirinto, la memoria, la scrittura.

Tuttavia, questa ricerca degli « archetipi », per usare una parola cara all’artista (a me verrebbe piuttosto di dire : schegge, frammenti, briciole...), al di là della sua pretesa purezza, primordialità, si porta dentro tutto il senso sofferto della nostra storia collettiva, quella di noi « Occidentali » : esiste dietro, dentro le linee essenziali tracciate da Cringoli, una trama dissimulata di itinerari, una sorta di « chassés croisés » di forme e contenuti, per cui l’eredità mitologica antica è sopravvissuta, ha continuato, trasformandosi attraverso il Medio-Evo, il Rinascimento, giù giù sino a noi, oggi, sino a lui. Esiste, ma scompare, resta solo come eco, sensazione, in chi si soffermi a guardare queste opere apparentemente spoglie – ed è questa sobrietà, questa ricchezza « dimenticata » ma presente, una delle caratteristiche che più apprezzo, in questo artista. (Chi abbia la fortuna, come me, di accedere al laboratorio di questo artista discreto potrà, del resto, rendersi conto di quanto ampia sia la sua esplorazione di temi iconografici diversi, insieme alla complessità della sua biblioteca)

Per altro (ed è questo per me un altro elemento, fondamentale, di bontà artistica, e di grazia), non c’è nulla di intellettualistico nella pittura di Lino Cringoli, perché la sua ricerca « sapiente » è, in senso forte, esperita in prima persona, come incrociandosi, nutrendosi con la sua storia individuale, e sempre consapevole della propria « inermità » – noi ne vediamo emergere il nitido velo esterno, la sua composta geometria apparentemente statica, frutto di un lavoro minuzioso, ossessivo di eliminazione, pulitura, ma anche sentiamo che quella costruzione è fragile, un nulla potrebbe incresparla, addirittura farla crollare. Mi sono venute in mente, e ho riletto, le parole con cui Ulrich Raulff conclude le sue osservazioni su Il rituale del serpente, di Aby Warburg (i cui echi non a caso è possibile ritrovare qui e là nell’arte di Cringoli) : "La conquista dei simboli e la precarietà di tale vittoria: questo il dramma terribile di fronte al quale ci pone Warburg, in un testo in cui lo sfondo autobiografico è ancora ben presente" ; e viene anche da pensare a Ernesto De Martino, al Mondo magico, e ai lavori d’etnologia sul meridione italiano. (Associazione di immagini e di letture : la prima volta che mi sono trovato di fronte ai « viluppi » di Lino, ho pensato a Cnosso, al Minotauro, ma anche a Laoconte e alle mura rese vane di Troia, o ancora alla demartiniana terra del rimorso, con la danza rituale dei tarantolati, e ad alcune immagini proprie degli indiani Pueblo del Nordamerica, descritte appunto da Warburg…).

E forse, più che di un generico vissuto individuale, dovrei parlare, più esplicitamente, di un’originale avventura di emigrazione, simile e diversa a quella di tanti di noi. (Anche mi è venuto da pensare di fronte a questi quadri, e ho sentito un fremito, che Lino ed io fossimo approdati, partendo da da punti di vista diversi, allo stesso spazio). Le linee sono anche, soprattutto, frontiere, percorsi : ma non da innalzare, patriotticamente (come per affermare la superiorità delle une sulle altre), bensì da confondere, disperdere, o ancora muovercisi dentro, plasticamente, passando dall’una all’altra (così come ogni giorno passiamo dall’italiano al francese, perché jongler fra le lingue fa parte della nostra realtà quotidiana, e oramai ci piace, non ne possiamo fare a meno). Partire, insomma, sarebbe estraniamento dal proprio luogo, ma anche fuga dal proprio buco nero, o ancora tentativo di tracciare un proprio percorso, evocare un mondo possibile. Quasi che sempre, e comunque, su questa terra, fossimo tutti emigrati, immigrati, e tutti i percorsi « labirinti ... che a volte danno vita ad immagini codificabili, ma più spesso si perdono in un errare senza cammino. Scrittura muta che esprime l’impossibilità e l’mpotenza di un racconto possibile e la persistenza di un vuoto di memoria ». (Rubo qui a Lino alcune delle sue rare e tanto più preziose parole).

Lasciare una traccia, in questo senso (che è a mio modo di vedere il « senso » di Lino Cringoli), ha un senso in sé, proprio perché ci aiuta a vedere la vanità di quella in quanto traccia, come le orme di passi sulla sabbia che il mare in continuazione lava via : ci aiuta a riconciliarci con la storia dell’umanità tutta, sin dall’inizio, ci riporta all’origine. Ci aiuta a raccoglierci in noi stessi, nel nostro essere « umani ».
Questa assolutezza quasi metafisica, tuttavia, non significa rinnegare la specificità del proprio, individuale, percorso, dello spazio da cui si è partiti : significa semplicemente affermarne la pudica privatezza, che non dà diritti, mais qui marque à jamais e che per questo, scheletricamente, geometricamente, può restituirsi come struttura universale. Così più che di patria dovremmo forse parlare di Heimat, luogo di memoria, che per Lino è, struggentemente, inequivocabilmente, il Gargano. Cioè, per chi non lo conosce e lo ritrova solo nelle forme dipinte da lui: uno zikkurat, una piramide, una sorta di Ararat sperduto in un orizzonte che non ha fine…

A questo penso innanzitutto se devo cercare di « spiegare » con parole cosa mi dà, cosa mi ha dato la pittura di Lino Cringoli, e quel che di lui, della sua visione del mondo, di mondi, son riuscito a grattare dietro le sue tele. Ma poi, lo confesso, ho l’impressione che le parole non riescano a dire, arrivino sempre dopo, sopra. Dietro. Come, dentro la serie Z.D.A, alcune immagini (le mie preferite) in cui, a sfondo di un groviglio di linee, anche a evocazione di danza, di corpi, qualcosa formicola, ed avviciniamo il naso – ed eccole, le parole : tante, fitte, minute, come una pioggia, non più per quel che d’altro significano, ma per il loro essere segni, come se fossimo risaliti al momento in cui, forse per regalo divino, gli uomini cominciarono a giocare con le parole, e poi a scriverle.
Meglio mi sembra, allora, semplicemente, suggerire di andare a scovare questo artista raro, che abita fra le Puglie e Parigi, nelle troppo rare esposizioni che fa del suo lavoro – cominciando almeno – questo si puo’ fare subito – ad afferrare la traccia sottile disponibile nel mondo virtuale : http://cringoli.free.fr. E da lì viaggiare, fuori e dentro se stessi,, per arrivare lontano.

Giuseppe A. Samonà



Lino è un uomo di poche parole.

Ad indicare la direzione dei suoi pensieri ci pensano i suoi capelli, una massa energica e compatta, ultima testimonianza di una chissà quale gorgona felice che forse un tempo abito’ il suo corpo. Nessuno è mai riuscito a varcare la soglia di quella massa, in ogni caso, nessuno è mai riuscito a tornare in dietro, per raccontare.

Una cosa pero’ è certa: la dentro c’è VITA. Tanta.

Lino è un uomo di poche parole.

Ad indicare la direzione dei suoi pensieri ci pensa il fumo delle sue sigarette, meduse galleggianti che ti vengono a cercare per condurti in un mare senza acqua, ma cosi’ grande.

Lino è un uomo di poche parole.

Ad indicare la direzione dei suoi pensieri ci pensano le sue opere, kilometri di parole senza lettere, che non hanno bisogno di una lingua per raccontare, perchè quella lingua è il SEGNO, che di volta in volta si fa’ traccia, si fa forma, si fa storia.

Cosi’, quando le architetture del disegno incontrano quelle della memoria nascono i labirinti di Lino, carte geografiche dell’anima, che tracciano la via per un viaggio senza tempo, verso città invisibili, che non hai mai visto altrove, città sedotte e abbandonate dalle antiche lusinghe di un’era gloriosa, che riaffiorano ora in superfice come su un negativo. Per sua stessa ammissione, i labirinti di Lino a volte danno vita ad immagini codificabili, ma più spesso si perdono in un errare senza cammino. Scrittura muta che esprime l’impossibilità e l’impotenza di un racconto possibile; racconto che cerca un supporto, e il supporto di Lino è fatto di carta. Carta marrone che sembra legno, sul quale le tracce del tempo s’inchiodano, il tempo di un ricordo, ma poi ripartono veloci e si fanno segno. Forme del tempo, direbbe Georges Kluber che ci aiuta a capire come la storia delle cose (la storia delle forme), sia strettamente collegata alla nostra interpretazione rispetto allo spazio, alla storia, al momento in cui facciamo una scoperta e, in quale modo questa diventerà esperienza utile per la nostra vita.

"Supponiamo che il nostro concetto di arte possa essere esteso a comprendere, oltre alle tante cose belle poetiche ed inutili di questo mondo, tutti i manufatti umani in genere, dagli strumenti di lavoro alle scritture. Accettare questo significa far coincidere l’universo delle cose fatte dall’uomo con la storia dell’arte, con la immediata e conseguente necessità di formulare una nuova linea di interpretazione nello studio di queste stesse cose".

E per fortuna Lino è un uomo di poche parole.

Barbara Musetti

Links: Villa Cernigliaro - Lino Cringoli.



Portfolio

Paris. 2005. Crayon couleur sur papier kraft. cm 70x100 Paris. 2005. Crayon couleur sur papier kraft. cm 70x100 Paris 2006. Crayon couleur sur papier kraft. cm 70x100 Paris. 2006. Crayon couleur sur papier cm 70x100 Paris 2006. Crayon couleur sur papier cm 70x100 Paris 2007. Crayon couleur sur papier kraft. cm 70x100 Paris 2006. Crayon couleur sur papier kraft. cm 210x100 Paris 2006. Crayon couleur sur papier kraft. - cm.70x200 Paris 2006. Crayon couleur sur papier kraft. cm 200x140 Paris 2007. Crayon couleur sur papier kraft. cm 70x200 Paris 2007. Crayon couleur sur papier kraft. cm 160x120 Paris 2008. Crayon couleur sur papier kraft. cm 160x120 Paris 2008. Crayon couleur sur papier kraft. cm 160x120 Paris 2008. Crayon couleur sur papier kraft. cm 160x120 Paris. 2009. Crayon couleur sur papier kraft. cm 160x120 Paris 2007. Crayon couleur sur papier kraft. cm 160x120 Paris 2008. Acrylique et Crayon sur carton. cm 160x180 Paris 2008. Acrylique et Crayon sur carton. cm 160x180 Paris 2010. Crayon couleur sur papier kraft. cm 120x160 Paris 2010. Crayon couleur sur papier kraft. cm 120x160 Z.D.A.projet_01. Crayon couleur sur papier kraft. cm 480 x 120
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