Altritaliani
Oltre la polvere. Nuove riflessioni sulla letteratura del ‘900.

Nel museo di Reims, di Daniele Del Giudice

martedì 30 marzo 2010 di Carlo Baghetti

Quando si chiude un libro e una serie di dubbi cominciano ad assalirti, quando non hai neanche il tempo di alzarti dalla poltrona e andare a preparare il caffè perché altri pensieri affollano la tua mente, vuol dire che il libro che hai appena chiuso è buono.
Questa la sensazione dopo la lettura del testo di Daniele Del Giudice, “Nel museo di Reims”, edito da Einaudi nel 1988 con la presenza, nell’edizione originale, di sedici dipinti d’autore, frutto della lunga collaborazione che Del Giudice ha coltivato durante gli anni con numerosi artisti figurativi.

Ho incontrato questo scrittore attraverso la traduzione francese di Jean-Paul Manganaro (Seuil editore, 12€), e, colpito dalla profondità del testo e dagli echi filosofici che risvegliava, l’ho cercato in una libreria italiana. Con grande stupore ho appurato che il testo in questione è fuori catalogo da qualche anno.
Come mai un testo simile finisce fuori catalogo? Per le poche vendite, per la scarsa pubblicità o per la cecità degli editori, accostati in questo modo al protagonista del romanzo?

Difatti, personaggio principale del breve testo di Del Giudice, appena una novantina di pagine, è un giovane uomo italiano, Barnaba, che, sul punto di divenir cieco, decide di sfruttare la sua vista per fissare nella memoria alcuni capolavori artistici. In questa “lotta contro il tempo”, noi lettori conosciamo il protagonista quando si trova a visitare il piccolo Museo di belle Arti di Reims. Per quasi tutto il tempo della narrazione Barnaba si trova all’interno del museo intento ad ammirare alcuni capolavori, da Delacroix al famoso "Marat assissiné" di David.

Gli ostacoli che la scarsa vista gli oppone sono aggirati grazie all’aiuto di Anna, una giovane donna che compare tutto ad un tratto nella vita del protagonista. Grazie all’ausilio di questo personaggio, Barnaba ha un confronto diretto con la visione oggettiva delle opere di cui è alla ricerca e, allo stesso tempo, può approfondire il rapporto con sé stesso e con la propria malattia.
Se inizialmente prova un sentimento di fastidio e d’imbarazzo nel chinarsi per mettere a fuoco le lettere che indicano il titolo e l’autore dell’opera, dopo l’incontro di Anna non è più necessario. Allo stesso tempo, ed è per questo che possiamo definire il testo un romanzo di formazione, Anna si rifiuta di donargli troppe informazioni sulle caratteristiche delle opere, come colori o posizione delle figure. Molto spesso di fronte alle sue insistenti domande lei risponde in maniera elusiva, cerca di farlo staccare da una realtà che oramai più non gli compete. Nel momento in cui la sua vista è nulla, o sta per diventarlo, il dato fenomenico non deve interessarlo più di tanto. Una nuova primavera dei sentimenti! Quando Barnaba le chiede quale colore è presente in tale quadro non è raro leggere una sua risposta tipo “giallo come l’amore adultero”. Una scomposizione del piano del reale, la comparsa della capacità immaginativa, che sola può salvarlo dall’eterno rimpianto.

Questo testo narra anche una storia d’amore che va oltre le differenze, che vede le diversità come caratteristiche peculiari di un individuo piuttosto che difetti.

Come non notare il tempismo di questo scrittore? Appena qualche mese dopo sarebbe caduto il muro di Berlino. Persone che abitano la stessa città e che sono separate da un muro, vivono vite completamente differenti fin nei più piccoli dettagli. Ed ecco che quando nel muro cominciano ad aprirsi dei passaggi le persone iniziano a circolare. Abitanti dell’est sono andati ad ovest, quelli dell’ovest si sono riversati ad est, tutti mossi dal desiderio di conoscenza dell’altro, di stabilire una comunicazione con persone estremamente prossime ma che con le nostre costruzioni mentali, e politiche, abbiamo allontanato, nascosto dietro il muro della differenza.

Capirete bene come è strano notare che un libro simile, per giunta coniugato ad un ottima prosa ed un incedere narrativo molto originale, difatti lo scrittore alterna capitoli in prima persona e capitoli in terza, sia introvabile presso le librerie italiane.
Non ci resta dunque che metterci alla ricerca di questo testo su internet o nei mercatini di libri o in qualche piccola libreria, con la speranza che ci sia ancora qualche copia invenduta.

Carlo Baghetti

Daniele Del Giudice vive a Venezia. I suoi libri sono: Lo stadio di Wimbledon (Einaudi 1983), Atlante occidentale (Einaudi 1985), Nel museo di Reims (Mondadori 1988), Staccando l’ombra da terra (Einaudi 1994), Mania (Einaudi 1997) , I-TIGI Canto per Ustica (2001) e I-TIGI. Racconto per Ustica (2009), entrambi con Marco Paolini, e Orizzonte mobile (2009). Ha pubblicato inoltre saggi su Italo Svevo e Primo Levi, per il quale ha introdotto l’edizione delle Opere.

Tradotti in sedici lingue, i libri di Daniele Del Giudice hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Viareggio nel 1983, il Premio Selezione Campiello nel 1995 e nel 1997, il Premio dell’Accademia dei Lincei per l’opera narrativa nel 2002.


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