Altritaliani

Il bel Spaese: Attenzione alle Idi di Marzo

Tra Craxi e le elezioni del prossimo Marzo i vincitori non saranno gli italiani.
venerdì 29 gennaio 2010 di Nicola Guarino

Evocando il fantasma di Craxi, come un novello Cesare, ed in prossimità delle elezioni regionali di Marzo, la politica dà ulteriori segnali del suo distacco dalla società reale. Balletti di poltrone ed interessi di bottega in nome dei quali si sacrificano gli interessi dei cittadini. Un ulteriore segnale dell’importanza di rifondare la politica in Italia.

Due temi sono rivelatori della concezione attuale della politica in Italia. L’affaire Craxi e le prossime elezioni regionali di Marzo, un importantissimo test elettorale, poi capiremo perché.

La pratica del revisionismo è particolarmente diffusa nello stivale. Nell’ordine si sono revisionati la lotta partigiana messa sullo stesso piano della lotta dei repubblichini di Salò, i libri di storia, accusati di essere troppo a “sinistra”, Mussolini, Pio XII che da silenzioso testimone dell’olocausto ora è prossimo santo grazie all’attuale Papa, e Craxi che, da corruttore della politica e del Paese, dopo aver spinto i socialisti a destra, avendo quale peggior avversario l’allora Partito Comunista Italiano, dopo essersi sottratto al carcere fuggendo ad Hammamet in Tunisia, se non santo è perlomeno in odore di santità. Ciò grazie anche alla recente riabilitazione operata dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, e dal silenzio (appena un brusio) del PD o della Lega (appena un brusio), che, è ben ricordare, in quegli anni mostrava minaccioso al “beato” addirittura un pendaglio da forca.

Come lo spettro di Cesare, Craxi sembra aver riconquistato la scena italiana ed ammonire gli artefici della politica di oggi, quasi a voler vendicare il suo sacrificio.

In realtà, credo abbia ragione l’editorialista e scrittore Curzio Maltese quando afferma che la beatificazione di Bettino Craxi sia del tutto strumentale e aggiungo che questa è anche un errore. Se ricordiamo i fatti e il clima di quella stagione, ci rendiamo conto che la fine della prima repubblica fu determinata dalla coraggiosa azione dei magistrati che dopo anni di degenerazione politica, misero fine ad un sistema di clientele e corruzioni su cui si era retto il paese, specie con l’avvento di Craxi alla presidenza del consiglio dei ministri.

Sono testimoni di quei tempi e ben si ricorda che non senza ragione, ma sostanzialmente inascoltato, in quegli anni Berlinguer poneva la questione morale come una vera emergenza del paese. Quel sistema che fu scardinato dall’azione della magistratura, ma sostanzialmente cadde come un castello di carte implodendo sotto i colpi delle confessioni delle vittime e dei colpevoli di quelle corruzioni. Quel sistema aveva un nome: “CAF”, vale a dire: Craxi – Andreotti – Forlani.

Un sistema illiberale, che imponeva per qualsiasi appalto, o anche per concessioni, l’essere sottomessi ai politici locali e di governo e si poteva ottenere non per meriti ma solo in cambio di favori e dietro pagamento di gravosi dazi che andavano nelle tasche dei politici o nelle casse dei loro partiti, il tutto sottomettendosi al CAF e ai suoi galoppini, ringraziandoli pure.

Tale era la degenerazione politica che in assenza di un controllo democratico dei cittadini, si era arrivati al punto che per avere qualsivoglia diritto, anche un semplice certificato, bisognava bussare alla porta di qualche galoppino, ultimo sensore di quel sistema poc’anzi nominato. L’Italia fu attraversata da nord a sud da una tale quantità di scandali da rivoltare l’intero paese, mentre un finto benessere portava l’Italia ad un debito pubblico enorme che ci colloca ancora oggi al secondo posto nel mondo tra i paesi debitori. Ricordo il clima di allora. I magistrati visti come eroi (ed in un certo senso lo erano anche se facevano solo il loro lavoro), cittadini nelle piazze che festeggiavano la liberazione raggiunta e la riacquistata dignità. Non c’era giornale di destra o di sinistra passando per il centro che non celebrava la caduta del sistema e dei suoi artefici (in primis il beato). I canali televisivi di Berlusconi martellavano quotidianamente contro i politici corrotti, dando continue “dirette” del popolo in piazza contro i corruttori.

Non ci fu rispetto nemmeno per il padre putativo di Berlusconi, ovvero Craxi, che ne fu lo scopritore, l’amico, il mentore. La lega arrivò ad invocare la pena di morte contro gli artefici del “sistema” che aveva fatto precipitare il Paese in una delle sue pagine più buie, dal dopoguerra. I cittadini sembravano rinati. Non era una questione di colore politico, si poteva essere di destra o di sinistra, passando per il centro o anche apartitici, tutti festeggiavano.

Quasi venti anni dopo si parla di “ingiusto esilio di Craxi morto malinconicamente lontano dalla sua amata patria”. Quasi dimenticando che quell’esilio altro non fu che la fuga di Craxi che così si sottrasse alla furia disperata del popolo che lo inseguiva lanciandogli le ultime monete sottratte ancora alla corruzione. Oggi il sindaco di Milano, Letizia Moratti, vuole dedicare una piazza a Craxi, il Presidente della Repubblica scrive una sentita lettera di riabilitazione per il protagonista del CAF, esponenti politici e ministri vanno ad onorarlo, sulla tomba in Hammamet, con corone di fiori e lacrime.

Perché?

Non era meglio l’oblio, oppure non era meglio la memoria storica per intimare agli attuali e futuri potenti il rispetto delle leggi e dei “sacri” principi della nostra Costituzione?

La realtà è che, passata la sbornia di allegria per la fine della prima repubblica, la seconda non è mai di fatto veramente nata o forse si tradurrà in una più o meno lenta transizione verso l’attesa terza repubblica. Sono cambiati (e non tutti) gli uomini che governavano la politica del tempo, ma non sono cambiati i metodi. Ritengo che in fondo il “Berlusconismo” sia l’erede naturale del “Craxismo”, che produsse insieme a tanto malcostume e corruzione, una grande e fatua allegria finanziaria ed economica illudendo gli italiani di un benessere che non c’era e che ci costò la triplicazione del debito pubblico. Ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

Il paese è fermo, in crisi la sua produttività, in affanno, i redditi cresciuti negli ultimi sette anni solo dell’uno per cento, mentre la popolazione è cresciuta, il che significa una perdita economica procapite più che sensibile. Ma come allora la sensazione è che tutto va bene, il Paese è in salute, poi ci accorgeremo, come allora che non è così e piomberemo nella realtà della nostra crisi economica, politica, sociale e direi morale.

Ha ragione “Le Monde”. Il nostro paese non ha mai avuto memoria, i cittadini vogliono essere governati, lamentarsi, ma non vogliono sentirsi responsabili, non vogliono essere attivi controllori degli interessi propri e del Paese. E allora Craxi è morto? Viva Craxi! Ma c’è di più e di “meglio” nell’uso strumentale di questo revisionismo. A destra come vedremo anche a sinistra, c’è ben poca attenzione all’ascolto dei cittadini, che saranno smemorati, ma che soffrono egualmente.

Certamente l’allora “traditore” Berlusconi ha pur sempre un debito di riconoscenza verso il suo padre putativo, Bettino Craxi, ma è anche vero che in tempi di “processi brevi”, di “sottrazione ai giudizi per giusta causa”, “d’immunità parlamentare”, insomma di ulteriori leggi “ad personam” che liberino il premier dai suoi problemi con la giustizia, una revisione storica di quel periodo viene utile. Quei magistrati acclamati ieri, oggi vengono, nel silenzio generale (fatta eccezione per l’Italia dei valori dell’ex magistrato Antonio Di Pietro) additati come persecutori inclementi, una sorta di aguzzini, che vollero colpire a morte il potere politico legittimamente eletto dal popolo (la scusa è sempre quella).

Il Presidente Napolitano ha parlato di “persecuzione senza pari” nei confronti di Craxi.
Morale della favola, bisogna colpire i magistrati, sottoporli al giogo, impedire a loro d’intralciare quel potere assoluto che il governo e il suo leader pretendono.

In altri tempi l’opposizione avrebbe avviato una seria campagna per il rispetto della memoria storica, avrebbe attivato tutti i suoi canali, per iniziative a sostegno della democrazia e per la difesa della dignità popolare. Oggi tace. Per incapacità, probabilmente, e la cosa è finanche più grave, per complicità.

Non si costruiscono ideologie, progetti politici, se non vi è tra i partecipanti alla politica (quelli che una volta erano i militanti) una memoria comune e condivisa. L’analisi storica è fondamentale per interpretare e capire il nostro Paese e il mondo, ma la confusione, l’oblio, la deresponsabilizzazione continua dei protagonisti della storia non è un favore che si fa agli italiani, alla loro coscienza, alla loro vita.

Del resto, e vengo al secondo spunto, le prossime regionali dimostrano come oggi è vissuta la politica e il suo rapporto con i cittadini-elettori.

A destra, Berlusconi, per quieto vivere e garantirsi l’appoggio parlamentare della Lega Nord per le leggi che lo mettano in sicurezza, cede il Piemonte e il Veneto alla Lega. Togliendo il governatore di quest’ultima regione Giancarlo Galan, accontentato con un ministero, per fare posto ad un candidato leghista. Si sa che Galan era molto apprezzato nel Veneto e ampiamente sostenuto dai suoi concittadini che certamente l’avrebbero voluto riconfermare alla Regione.

Orbene, in totale disprezzo della certa volontà dei cittadini e dei suoi elettori, Berlusconi toglie il bravo Galan solo per motivi di “bottega”. La UDC di Casini e Cesa decide di fare il Jolly e di allearsi un po’ a destra e un po’ a sinistra, nelle varie regioni a seconda di come spira il vento.
Nel Lazio sosterrà Renata Polverini, contro la radicale Emma Bonino, la ex sindacalista di destra della UGL, “Finiana”, non gradita al giornale di Berlusconi proprio per questa sua contiguità al presidente della Camera. Certamente la Polverini è una candidatura forte, apprezzata sindacalista, molto presente sul territorio laziale, lontana da certe arroganze e presunzioni del Potere, appare una candidata più che credibile. Ma una sua larga vittoria (cosa non improbabile) sarebbe una vittoria di Fini, che potrebbe alzare le sue rivendicazioni verso Berlusconi nel PDL. Ancora una volta è la Lega che soccorre il cavaliere. Imponendo l’out out a Casini.

“Non abbiamo bisogno di lui, non venga sulle sponde del Po!” sogghigna il loro leader Bossi. Casini minaccia quindi di non sostenere più la Polverini nel Lazio se non potrà avere alleanze con PDL in altre regioni, specie al nord. Ancora una volta questioni tutte interne al palazzo, come se il punto non fosse la gestione delle Regioni, i bilanci delle cose fatte o da fare; le mancanze e le qualità dei governanti e dei loro assessori nelle varie realtà regionali. Ma semplicemente la sommatoria di schieramenti e di presunti voti assegnati alle varie liste o meglio ai vari partiti.

Una visione irreale della società, una visione tutta chiusa nei giochi interni delle “bande” che gestiscono a proprio piacimento i partiti politici, senza avere ormai più alcun rapporto con la società e i cittadini che la compongono.

Va anche peggio nel PD. Il quale sta arrivando a disconoscere il suo statutario dovere di primarie nella scelta dei candidati. Questo perché l’asse Bersani – D’Alema (il nuovo che avanza n.d.r.) ritiene prioritaria l’alleanza con la UDC di Casini e Cesa, piuttosto che considerare il reale rapporto tra i candidati e i cittadini delle varie Regioni. Ecco che allora si arriva al paradosso della Puglia e Calabria che va brevemente raccontato.

Da una parte l’attuale governatore della Puglia, Nicola Vendola, che immune dagli scandali sulla sanità che hanno investito la sua regione, non ha ricevuto nemmeno un avviso di garanzia, ha, peraltro, cosa rara in Italia, preteso e ottenuto le immediate dimissioni dei coinvolti, è senza altro sostenuto dai risultati della sua Regione, tra i più brillanti in Italia (in tempo di grave crisi economica), avendo sostenuto la scuola (sottoposta ai tagli governativi), avviato un piano importante per la conversione energetica nel territorio, per citare solo due esempi, ma va aggiunto l’indubbio rilancio turistico della Puglia.

E’ sostenutissimo dai suoi concittadini, ma, non è gradito all’UDC e pare neanche dall’Italia dei Valori di Di Pietro. Pertanto la sua candidatura è messa in gioco dal PD il quale ha finanche cercato di dissuadere l’attuale governatore dal ricandidarsi, tanto che lui stesso ha dovuto, non esponente del PD, invocare le primarie per non essere estromesso.

In Calabria invece, abbiamo l’opposto. Il governatore uscente, Agazio Loriero del PD, alla testa della più inquisita e screditata amministrazione regionale d’Italia, non vuole rinunciare all’incarico, dopo che in passato aveva minacciato di andarsene per timore delle pressioni della ‘Ndrangheta (la mafia locale a beneficio dei nostri lettori all’estero) e questo la dice lunga. Qui il PD, suo malgrado, vorrebbe le primarie per estromettere il “problema Loriero” dall’agenda politica delle prossime elezioni di Marzo.

Il tutto mentre i più discussi e molti di loro collusi alla ‘ndrangheta, esponenti della sua coalizione stanno trasmigrando in massa verso il PDL considerato il sicuro vincitore in Calabria. Tutto ciò ce lo dice l’On. Napolitano del PDL, presidente della Commissione antimafia della Camera che si è recata sul posto per verificare il rapporto politica-mafia alla vigilia dell’elezioni.

La triste realtà è che mentre ci si preoccupa dei sostegni leghisti o dell’UDC non si pensa a quei serbatoi di voti soggetti alla malavita organizzata che i partiti non riescono a liberare.Tutto questo è cronaca, e su questa cronaca va fatta una riflessione. Appare evidente che le ultime primarie del PD hanno rafforzato la vecchia nomenclatura del partito, che dopo aver silurato Veltroni si è liberata (legittimamente) anche del suo braccio destro Franceschini, ponendo alla testa Bersani.

Orbene dal vecchio comunista ci si attendeva almeno un rafforzamento sul piano organizzativo del partito, un suo radicarsi nel territorio sulle orme di quella che fu la grande presenza territoriale del PCI. Ma a distanza di mesi, nulla è avvenuto, anzi, occasioni di democrazia e di dibattito nel partito e tra i propri iscritti, come le primarie (ricordiamo sancite nello statuto dello stesso partito) vengono sacrificate o sminuite per giochetti politici miranti ad inseguire alleanze di facciata con l’UDC che in Italia conta non più del 4 o 5% degli elettori.

Nel nome di ciò si sacrificano le regole del partito, le speranze dei milioni d’italiani che hanno finanche pagato per partecipare ad un momento di democrazia. Non si è provveduto a quel repulisti che la gente dei democratici chiede. Se in Campania Bassolino non si presenta è solo perché non ha voluto, ma i suoi apparati rimangono vivi e vegeti. Il rinnovamento della politica avviene nelle persone e nel rispetto delle regole. Nelle persone appare evidente che il rinnovamento non ci è stato e le regole sembrano, sempre più, meno rispettate.

La diversità politica tra le forze in campo si manifesta nei programmi (ignoti ai più) e nei metodi.
La realtà è che per opposti motivi queste elezioni regionali sono importanti ma non per le amministrazioni di quei territori ma per tutt’altri motivi. Berlusconi punta al successo netto per poter ancora una volta sostenere l’insostenibile teorema della sua immunità sancita dal consenso popolare. Quasi che qualsivoglia giudizio anche di colpevolezza per i suoi trascorsi, non meriti punizione al cospetto della vittoria elettorale. Il PD spera di limitare la sconfitta (quattro anni fa, vinse con un sonoro 11 regioni a 2), per poter procedere alla sua confusa e contraddittoria costruzione. Come al solito, nessuno parla dei programmi, di cosa fare, tutti parlano solo di formule e formulette per ottenere la maggioranza.

Quel che è peggio è che a destra non si vuole fare i conti sul punto che quando Berlusconi non ci sarà più, non ci sarà più neanche la destra che non ha ancora chiarito quale modello di società vuole costruire. Lo stesso PD sembra aver definitivamente accantonato il suo sforzo di rinnovamento, lasciando orfani tutta un’area politica che un tempo si riconosceva negli ideali comunisti, socialisti dei cattolici impegnati nel territorio, nei progressisti e poi nell’Ulivo e che oggi sembra aver perso definitivamente un qualsivoglia barlume d’identità.

Occorre che a destra e a sinistra prevalga il senso di una politica partecipata tra i cittadini, che all’inutile rumore delle tifoserie dei talk show televisivi si opponga oltre ad una politica dei fatti e dei metodi, una delle idee, degli ideali e della partecipazione. Anche perché questo paese nella sua immobilità (politica, economica, sociale e culturale) non può vivere di presunte e perenni emergenze.

Occorre far crescere una nuova cultura politica (che abbatta le attuali lobby e le attuali caste politiche), un senso della “normalità” a cui si chiedono non revisionismi di comodo o giochi di bottega per vincere qua e là qualche elezione, ma di trasformare radicalmente il paese, nel suo senso civico, nel suo bisogno di responsabilità e legalità, nella sua educazione, facendolo uscire dal suo spaesamento. Rendendo questo paese un luogo dal quale non si fugge più per disperazione economica o per disagio morale, ma di cui si possa essere fieri non solo della sua storia, della sua arte, ma anche del suo presente.

(nelle foto: Papa Pio XII, Craxi e Berlusconi, Renata Polverini, Nicola Vendola. Affianco al titolo una statua di Giulio Cesare)

Nicola Guarino


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