Altritaliani
Letteratura

Manganelli e la letteratura

martedì 30 gennaio 2018 di Carmelina Sicari

La letteratura è menzogna piuttosto che verità ? Una riflessione di Carmelina Sicari a 50 anni dalla pubblicazione del testo “La letteratura come menzogna” (1967) di Giorgio Manganelli, del gruppo ’63, e in occasione della recente uscita del libro “Manganelli e la non necessità della letteratura” di Anna Longoni.

Corrotta, sa fingersi pietosa; splendidamente deforme impone la coerenza sadica della sintassi; irreale, ci offre finte e inconsumabili epifanie illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. La sua coerenza nasce dall’assenza di sincerità. Quando getta via la propria anima trova il proprio destino.
(G. Manganelli – “La letteratura come menzogna”).

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E’ un testo fondamentale da un punto di vista storico come Opera aperta ipotizzata da Umberto Eco che includeva nell’opera letteraria ed artistica sempre il giudizio del lettore, ma è pure cosi attuale.

L’idea della notizia falsa (fake new) che manipoli l’opinione pubblica, comincia da qui a ben riflettere: da La letteratura come menzogna.

Il testo sembra operare una vera e propria rivoluzione nell’ambito letterario. Risponde alla domanda: Che cos’è la letteratura? E’ la domanda di Jean Paul Sartre, il padre degli esistenzialisti, che s’interrogava sull’essere e concludeva che la letteratura è travestimento.

Ora essa è stata ripresa, per dare un contributo bibliografico, come sigla globale interpretativa da Anna Longoni, in un saggio molto interessante sull’intera opera del grande scrittore: Manganelli e la non necessità della letteratura, edito da Carocci.

La letteratura ha funzione di discontinuità emozionale.
Per Manganelli essa è mascheramento, copertura, un modo per sfuggire alla caccia del lettore e nello stesso tempo per attirarlo.
La Longoni vede, nella concezione della letteratura, l’elemento della ricerca stilistica di Manganelli, la sua ammirazione per Nabokov, il grande scrittore russo, e nello stesso tempo la sua concezione di avanguardia letteraria.

Ma dicevamo che c’è strenua attualità in tale concezione, non solo per il fatto che la verità si mescoli alla menzogna, ma anche perchè dolore e ilarità si integrano nella suprema categoria che Manganelli definisce ilarotragedia.

La vita è miscuglio di gioia e dolore come Giano Bifronte.
La continua metamorfosi del reale è il suo divenire ed ingloba in se’ i mutamenti.

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Giano bifronte

Per Manganelli la lingua, il suo pastiche, riesce a darci la dimensione dei mutamenti. Gocce di stile è il titolo di un suo celebre libro.

Manganelli aveva inteso l’avanguardia come costruzione della parola non solo magica con un suo potere intrinseco, ma come elemento di conoscenza, perchè la lingua è conoscenza.

L’arte suprema per gli orientali consiste nella decifrazione del mutamento, come dire nel disvelamento delle forme perennemente trascoloranti nel loro mutare e essere altro. L’inerte pieno viene compensato dal vuoto e crea un perenne movimento.

Ma più che agli orientali Manganelli guarda al mondo nordico, all’umorista inglese O Henry, pseudonimo di William Sydney Porter, autore di racconti ricchi di spirito e giochi di parole che egli considera un maestro.

L’ironia è l’arte suprema del gioco, copertura e disvelamento. Il lessico attraverso i sinonimi riesce a organizzare una multiformità di specchi che coprono e rivelano le metamorfosi. Ogni libro è parallelo ad un altro.
Così Pinocchio, eroe per eccellenza della menzogna, è un soggetto di echi letterari e mitici; è l’eroe manganelliano per eccellenza.
Centuria, suggerisce la Longoni, poi rivela la concezione letteraria manganelliana con la sfilata di tipi con una propria effimera esistenza ed il fascino di cio’ che appare e svanisce per poi riapparire.
Visione barocca della letteratura si dirà, ma barocco è lo stesso stile manganelliano, spettacolo prodigioso di forme.

C’è pero’ una categoria che va illustrata come fondamentale per l’intelligenza del grande scrittore, l’umorismo.
Hilarotragoedia è il titolo di un’ opera manganelliana ed esprime bene il pastiche dell’umorismo.
Pirandello lo spiegava con il volto di Giano che da una parte piange e dall’altra ride.

Dal mondo nordico Manganelli, come peraltro Pirandello, ricavavano la vena umoristica, l’espressione cioe’ di una realtà complessa, indefinibile solo da un punto di vista unico, multiforme.

La nostra letteratura ha conosciuto solo l’ironia di Manzoni, apprezzata peraltro dai critici manzoniani tanto da attribuirgli, come musa della poesia satirica Talia.
Ma in Manzoni perdurava la granitica visione di una realtà unica e uniforme governata dall’alto.
La vita sub specie umorismo invece è multiforme come la natura stessa e come nel mito di Proteo cambia continuamente aspetto.

Il lessico di Manganelli nasce da questa visione, dalla necessità di adeguarsi alla mutevolezza delle forme e sarebbe giusto studiarlo a fondo per coglierne la rivoluzionaria originalità ed attualità.

Carmelina Sicari

Della stessa autrice, sempre per Altritaliani:
Eco e Manganelli, due maestri che avevano il fascino della comunicazione :
http://www.altritaliani.net/spip.ph...

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Anna Longoni
Giorgio Manganelli o l’inutile necessità della letteratura
Carocci Ed.
Edizione: 2016

In breve:
Protagonista della vita intellettuale del secondo Novecento, impegnato su più fronti come traduttore, recensore, corsivista, consulente editoriale, e per alcuni anni anche professore di Letteratura, Giorgio Manganelli (1922-1990) si rivela fin dal suo testo d’esordio (Hilarotragoedia,1964) uno scrittore unico per l’originalità con cui rivisita i generi letterari, per la sorvegliata intensità espressiva delle sue pagine e per la forza della riflessione che accompagna costantemente la pratica della scrittura.
Prendendo le mosse da alcuni nodi della biografia, il volume ripercorre i diversi capitoli della sua produzione: i momenti teorici dedicati al gesto sacro e menzognero dello scrivere (e del leggere); la sperimentazione e le provocazioni delle pagine creative; lo sguardo sul reale dei corsivi e dei racconti di viaggio. Ne emerge il ritratto di un autore che, nutrito dell’«amara sapienza dell’ombra», ha saputo trasformare la fatica dell’esistere nel gesto rituale da offrire al dio ridicolo e sconcio della Letteratura, e con lui ridere di sé e del mondo.


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