Altritaliani

Auctoritas e maestri ai tempi delle false notizie

martedì 21 novembre 2017 di Carmelina Sicari

Abbiamo bisogno di maestri soprattutto di auctoritas. Le false notizie lo impongono in modo stringente.
Si dice da più parti che il Presidente attuale degli Stati Uniti non ha annullato la libertà di stampa quanto piuttosto l’ha accusata di falsità, come Pilato a cui viene attribuita la famosa espressione: Che cos’è la verità?

Mi ha fatto venire in mente il tema medievale dell’auctoritas, quel lettore della nostra rivista “Calabria sconosciuta” che con insolita arroganza tacciava di stupidità l’autore di un articolo che non condivideva. Accade ormai comunemente

Mi è venuta in mente la lunga quaestio sulle auctoritates che tra le varie università nel Medio Evo si svolgeva tra discipuli e magistri.
Il mondo medievale era molto più dinamico rispetto al nostro e i discipuli si spostavano da una università all’altra secondo i magistri ed addiritttura magistri in una disciplina divenivano discipuli di un’altra, purché l’auctoritas del magister fosse autentica e davvero alta.

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Magister e discipuli, Medio Evo

Ma l’auctoritas da che cosa proveniva? Non solo dal sapere ma anche dalla morale e dalla capacità di avere appunto discipuli.
Il discipulus era auditor, uno che ascoltava. Per ascoltare il sermo del magister, questi doveva avere verità oltre che sapienza.
Non bastava dunque l’invettiva né la superbia ma il sermo, oltre che provvisto di suasoria, di peithô dell’arte della persuasione, doveva essere profondo ed umile insieme.

L’esempio stringente è il sermo di Socrate nei Dialoghi di Platone, specie quello che discetta sull’immortalità dell’anima.
Socrate mentre beve il veleno, ossia mentre guarda in faccia la morte, la sua morte, discute dell’immortalità come il cigno che canta il suo canto più sublime mentre sta per morire.
Lì è la nascita della filosofia.

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Socrate (part. de La mort de Socrate, quadro di J.-L. David, 1787)

Ma chi è dunque il magister?
È chi conosce la differenza tra bene e male ed opera per il bene.

La nostra età si caratterizza per la mancanza di coscienza che è appunto la scienza della differenza del bene e del male.
In 1984 di Orwell, il grande fratello cerca di convincere tutti che odio è amore, la stessa cosa dell’amore e così che la guerra è pace, è la stessa cosa della pace. Vuole cancellare la differenza su cui si fonda la coscienza.

Non dunque chi disprezza o taccia di ignoranza gli altri è maestro, ma chi è umile e cerca e testimonia la verità.
Tutto il Medio Evo è alla ricerca dell’auctoritas e crede di averla trovata in Aristotele, ma anche il movimento delle scholae colloca al centro tale ricerca.

Ma per Dante chi era il maestro? Un solo nome: Virgilio.
La Divina Commedia ha due autori alla sua origine, Beatrice e Virgilio. Con Beatrice Dante si incontra dopo la morte e il racconto intenso e drammatico è il contenuto della Vita Nova. Con Virgilio si incontra all’inizio del viaggio, oltre la vita. Dante gli chiede notizie del luogo in cui si trova e del viaggio. Ha una paura tremenda, arretra di fronte alla famelica lupa. Virgilio non lo rassicura ma sembra voler accrescere il suo timore. La lupa ha ucciso molti viandanti e mai riempie le bramose voglie e dopo il pasto ha più fame che pria. Eppure, alla fine Dante gli si affida. E poi si volse ed io gli tenni dietro. È che il maestro diceva la verità.

Si parla tanto del degrado della politica, ancella della falsità, seguace di falsi maestri. Essa deve tornare al suo ruolo e guidare alla ricerca della verità. Questa funzione è fondamentale per risalire la china.

Carmelina Sicari


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