Altritaliani

Fabiano Alborghetti: L’emigrato che fa ritorno a casa

giovedì 13 luglio 2017 di Alessandro Moscè

“Maiser” è il nuovo libro di Fabiano Alborghetti, romanzo in lirica, che tratta con commovente partecipazione, il tema dell’emigrazione e anche di una Italia che cambia. Il prima e il dopo la guerra, l’andare in Svizzera, per cercare fortuna sotto il disprezzo degli elvetici. L’emigrante che non ha radici ma che quelle vuole donare almeno ai suoi figli. L’integrazione che è uno dei grandi temi dell’attualità è solo uno dei motivi di questa opera di indubbia sensibilità ed interesse.

Maiser edito da Marcos y Marcos, di Fabiano Alborghetti (milanese nato nel 1970, vive in Canton Ticino), è un romanzo di formazione in versi. Fabio Pusterla, nella bandella, racchiude cronologicamente la storia di Bruno, un “uomo normale” raccontato in un poema prosastico incline alla narrazione sociale, tipico della vecchia lotta di classe.

Una realtà che nasce dall’uomo del mais, il maiser appunto, polentone o contadino, un nomignolo dispregiativo per gli italiani emigrati in Svizzera nel dopoguerra. Spesso meridionali che conoscevano l’afrore, il sudore dei campi per la “pelle marchiata col fuoco” primaverile ed estivo. Maiser con le mani screpolate, serve il pane a tavola, trincia il tabacco, finché la quiete della campagna viene interrotta dal secondo conflitto mondiale (vengono ricordate le bombe sganciate su Terni).

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Fabiano Alborghetti

Il conflitto perdura anche contro i padroni, scrive Fabiano Alborghetti, perché di benefici, con il governo De Gasperi, non se ne vedono per chi miete e trebbia ad Amelia, un paese subappenninico ad ovest dell’Umbria, confinante con il Lazio. Nei rituali minuziosamente descritti, il lavoro nelle stalle è lasciato alle donne, mentre gli uomini come Bruno hanno da fare nei campi. “Se non arde a luglio e agosto / troppo aspro sarà il mosto / ed altre faccende tra orto e animali: / si zappa la vigna / le stoppie nei campi che vanno bruciate / si raccoglie la frutta e si fanno conserve”. Bruno ricorda il suo essere stato balilla, figlio di lupa, escursionista, avanguardista prima della guerra in Grecia raggiunta con la tradotta da Orte, nei vagoni affollati. Finita la devastazione conosce Fermina, la ragazza con “gli intrepidi occhi”. Bruno si ferma spesso a pensare nell’aia: Alborghetti traduce l’oralità del suo personaggio in un dialogo dove la materia e lo spirito si amalgamano nella genuinità del pensiero. “E resta Bruno da solo: / neropesta è la notte nel silenzio gentile / il corpo appoggiato nella luce del lume / e mansueto è il mondo / all’obbedienza adiacente / all’incosciente purezza / o alla chiarezza / di tutto ciò che verrà / ma per il momento lasciato a maggese”.

Tra le nebbie d’autunno, la valle ovattata, le osterie dove si beve il vino e la ferrochina, la quotidianità del borgo procede lentamente, “appoggiata sui campi” in un tempo definito d’attesa (che è lo stesso di Zefferino, il padre di Bruno). La seconda parte del libro è riservata alla partenza e alla stanzialità in Svizzera, nel Ticino. Alla dogana, a Chiasso, i gendarmi sembrano militari: Amelia è già lontana da sembrare svanita. Ancora i campi, gli attrezzi sulle spalle, il granturco che chiamano “carlone”.

Quindi una casa, la nascita dei figli Chiara e Francesca, il pericolo che vengano rimpatriati, lo sguardo sospettoso dei vicini. Bruno e la sua famiglia resistono “per la grazia elargita dall’alto dei cieli” e finalmente tornano anche ad Amelia: non con il permesso di votare, ma per una breve vacanza. “Il paese allargato / allargato di fuori e moltiplicato / e pare quasi che sia fuoriporta la vita migliore”. Un paese che Bruno fatica a riconoscere, con le case quadrate, le tapparelle, il giardino, gli appartamenti ordinati. E’ tutto cambiato: la sera i ragazzi scappano con le auto dei padri, le ragazze amano lo struscio sul viale, la rotonda con il bar dove ballare, i giardinetti, il buio dove baciare. Bruno tornerà ancora, padre invecchiato, “neonato”, “incastrato in un corpo che fa ciò che vuole, / un cervello a comparti che ignora l’età / né mai saprà di quel che accade”. Quando viene a mancare è ormai un vecchio dalla memoria vacillante, vestito con un pigiama, un maglione e le calze di spugna, nel “cricchiar di cicale che segna l’ora più calda”.

Fabiano Alborghetti ha fatto della categoria del sogno e non solo della realtà sociale, una sorta di nostalgia ontologica, una stagione creativa che brucia la realtà alla quale Bruno sa rispondere da par suo. Se nella prima parte c’è una visione arcaica, perfino primitiva dell’Italia agricola e ormai scomparsa, nella seconda l’esilio stravolge usi e costumi.

Il regno di Alborghetti è quello di chi non smette di cercare conforto per un’esistenza migliore, sapendo che la propria terra è una custodia d’amore, mentre ogni altro luogo è fulcro del disconoscimento delle radici, che però non vengono estirpate, ma “donate” ai figli come patrimonio esistenziale da non “revocare”.

La lingua descrive e punge, è trasmessa dall’oralità, dalla configurazione di un detto e di un dire che coincidono. Una vena melodica, concisa, sostiene questa sovrapposizione tra il parlare e lo scrivere, in una forma piana, scattante lungo l’arco di decenni contratti che si concludono con lo sguardo perso, accecato da un lampo “incolonnando daccapo i luoghi e le date / il pensiero contorto”. Bruno, seduto sul ballatoio, misura ansietà e distanze, la sua giovinezza, confini, aspettative: ma l’oggi “non dura più”. Veglia la vita estraniandosene a poco a poco. Mentre sta per morire, presagisce la perenne presenza dei vivi e dei morti nello stesso borgo dove sorge una sensibile, commovente intimità.

Alessandro Moscè


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