Altritaliani

Nel centenario della nascita di Franco Fortini

martedì 27 giugno 2017 di Gaetanina Sicari Ruffo

Tra i maggiori poeti e saggisti europei del secondo dopoguerra, nella ricorrenza dei cento anni (1917-1994), lo ha ricordato l’Università di Roma Tre, Centro Studi “Franco Fortini”, alla Biblioteca Nazionale Centrale della capitale, all’interno del ciclo Spazi900: letture, incontri, confronti.

Il suo classicismo inquieto e manieristico, la sua capacità di connettere letteratura e storia, la sua tensione etico-politica di matrice marxiana, ne fanno un intellettuale sui generis tra i letterati italiani. La sua intensa attività di traduttore (Milton, Goethe, Kafka, Brecht, Eluard, Proust) e la sua apertura alle letterature e alle storie di altri paesi, sono testimonianza altresì di un cosmopolitismo interculturale quanto mai attuale in tempi di ritorni nazionalistici e xenofobi.

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Nato Lattes, si rifugiò durante la guerra per problemi razziali in Svizzera e partecipò alla Resistenza, combattendo in Val D’Ossola. Rientrato in Italia, fu traduttore, poeta, saggista, critico letterario, narratore e tenne pure conversazioni radiofoniche nel 1991, pubblicate col titolo: Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani . Collaborò a diversi giornali e riviste, tra cui: L’Avanti, Il Manifesto, L’Espresso, Il Corriere della Sera, Officina e Quaderni Piacentini insieme con Pasolini fino a quando la loro amicizia non s’incrinò.
Il suo ritmo di traduttore e di saggista fu davvero intensissimo: Goethe, Milton, Kafka, Brecht, Einstein, Eluard, Proust, Lukàcs, Adorno, i formalisti russi e molti altri.

Figura complessa, ha dato sviluppo al dialogo culturale italiano del dopoguerra come critico di punta, intervenendo in numerose questioni di allora con il suo autorevole giudizio e la sua grande preparazione.

Assolutamente libero ed autonomo, ha incarnato diverse funzioni lungo la sua carriera, senza aderire a nessuna corrente letteraria tranne che all’ermetismo iniziale. Fu docente nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena e molto noti furono i suoi seminari di Studi in Italia ed all’estero sul Simbolismo, Surrealismo, sulle Teorie letterarie in Francia, su Dante, Manzoni, Noventa, Proust e tanti altri ancora.

Oltre all’innumerevole saggistica su autori italiani e stranieri, io l’ho conosciuto soprattutto come poeta dalle ampie aperture al cosmopolitismo contro il chiuso nazionalismo e la xenofobia, diverso dal Croce nel sopravvalutare la poesia lirica come espressione del sentimento soggettivo, influenzato piuttosto dal poeta americano Edgar Lee Master e dal triestino Umberto Saba, ha scritto componimenti apparentemente prosastici, rinnovando profondamente il dettato poetico e attingendo la liricità da elementi esterni al testo, intrecciati con allusioni e richiami.

Il suo è un discorso polisemico a vari livelli e nella sua ambiguità sta la sua originalità. Non è una poesia solo ferma alle apparenze, concreta, fatta di cose, ma allusiva ed impegnata. Talvolta dalla sofferenza della quotidianità emerge l’impegno sociale e politico molto profondo. E’ una poesia portatrice di messaggi veritieri che riflette una coscienza formatasi attraverso prove durissime e contrasti drammatici, limpida e retta.

Il poeta non si sofferma sugli eventi, ma predilige un linguaggio atemporale costruito su una forte base classica che trasforma in vari modi.

Il vento scuote allori e pini. Ai vetri giù acqua/ Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti, poi nulla./ Un filo di musica roch, le matite, le carte./ Sono felice della pioggia. O dei inesistenti,/ proteggete l’idillio, vi prego. E che altro potete/ o dei dell’autunno indulgenti dormenti,/ meste di frasche le tempie? Come maestosi quei vostri/ luminosi cumuli! Quante ansiose formiche nell’ombra!

Versi essenziali, allusivi alla grandezza del mito superbo e d’altra parte allo squallore della morte! Due aspetti in forte contrasto tra loro che suscitano una varietà di pensieri ed accostamenti!

Significativa la raccolta: Una volta per sempre , pubblicata nella collana Lo Specchio di Mondadori nel 1963, nella quale l’invettiva contro il neocapitalismo s’intrecciava con altri temi quali la denuncia, la profezia, la società di massa, l’alienazione.
Non ebbe se non rare pause il suo ritmo di traduttore, di scrittore, di poeta.

Ben altre 5 raccolte poetiche seguirono di cui l’ultima: Composita solvantur con versione francese a fronte, titolo in latino, “si dissolva quanto è composto”, tolto dall’epitafio di Francis Bacon nel Trinity College di Cambridge. E’ questa un’assorta meditazione sull’esperienza di morte in una desolante solitudine. S’affaccia l’idea dell’eclisse di tutti i pensieri, ma è solo un momento di scoramento, subito segue la speranza d’un nuovo ordine che seguirà il disordine, sebbene lontana ed ancora invisibile. Il futuro dopo la dialettica dei contrasti non potrà che portare ad un nuovo punto di partenza.

Qui il suo testamento:
Non per l’onore degli antichi dei/nè per il nostro, ma difendeteci./ Tutto è ormai un urlo solo./ Anche questo silenzio e il sonno prossimo./ Rivolgo col bastone le foglie nei viali./ Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia./ Proteggete le nostre verità/.

Gaetanina Sicari Ruffo

All’incontro romano, dopo i saluti del Direttore BNCR Andrea De Pasquale e l’introduzione di Eleonora Cardinale (Archivi e Biblioteche Letterarie Contemporanee, BNCR), è intervenuto Donatello Santarone (Università degli Studi Roma Tre - Centro Studi “Franco Fortini”) ed è seguita la proiezione del documentario La luce dura di Egidio Bertazzoni (1997), intessuto di testimonianze, materiali di repertorio e luoghi fortiniani.


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