Altritaliani

Le primarie PD e la nuova generazione D.

venerdì 5 maggio 2017 di Nicola Guarino

La vittoria di Renzi nelle primarie PD e il probabile successo di Macron in Francia aprono nuove frontiere per la politica. Si ha la sensazione che i populismi si possono battere in Canada, come in Olanda o in Austria, attraverso una politica che sia più autorevole e forte nelle sue convinzioni, ponendosi in alternativa alle paure, alle sfiducie. Ma intanto, cosa dovrebbe fare il PD?

A quattro mesi dalla pesante sconfitta referendaria, Matteo Renzi è tornato con una più che netta affermazione nelle primarie del PD. Un esito (Vedi Ilmattino.it Primarie pd, finalmente i definitivi: Renzi 69,17, Orlando 19,96, Emiliano 10,87) che poteva essere considerato scontato per il risultato. Obbiettivamente, e per varie ragioni, i suoi competitors (Emiliano ed Orlando) non apparivano in grado di contrastare la vittoria dell’ex premier. Quello che non era scontato era il tasso di partecipazione al voto (quasi due milioni di cittadini si sono recati nei gazebo allestiti dai seimila circoli del PD in Italia e all’estero. Da registrare, piccola cronaca locale, che per la prima volta Renzi vince anche a Parigi).

Non a caso, prudentemente, i candidati si erano detti soddisfatti se ci fosse stato almeno un milione di votanti. Un segno che anche in tempi di disaffezione alla politica, il PD tiene la sua tradizione democratica e di partecipazione.

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Matteo Renzi 42 anni.

L’altro dato, che non era scontato, è stato la percentuale del successo di Renzi. Un dato che ha un peso rilevante sul piano del futuro politico del PD e della sinistra italiana.
Le tre mozioni marcavano scelte nette. Orlando si proponeva come federatore delle tante sinistre, ancora una volta preda del settarismo, proponendo una sorta di santa alleanza con il federatore Pisapia, che già da tempo, e per ora vanamente, cerca un minimo comune denominatore per mettere insieme i tanti spezzoni che da Bersani a Civati, da Ferrero a Fratoianni compongono quel “nostalgico” mondo. La mozione Emiliano, coraggiosamente dal suo punto di vista, si spingeva oltre, cercando di costruire un’improbabile intesa, non per colpa del governatore della Puglia, con il M5S di Grillo, una sorta di compromesso storico 2.0 tra politica e antipolitica.

Renzi, che da tempo considera superato lo schematismo novecentesco di destra e sinistra, come poi ha detto nel suo discorso di ringraziamento, una volta acquisito il suo netto successo, punta ad un’alleanza con i cittadini, specie in quei territori dove il PD negli ultimi anni è mancato. Per la prima volta è apparso aperto al recupero dei territori dando minore rilievo alla rete virtuale dei socials e più a quella reale rete dei territori e del volontariato che sono la vera forza di coesione di un paese fuori equilibrio come il nostro.

E’ del tutto evidente che la fuoriuscita dei bersaniani e dalemiani dal PD, avvenuta per loro scelta, invece di danneggiare il PD, l’ha favorito, finendo per costituire un elemento di chiarezza che ha inciso, non poco, sulla ritovata volontà di partecipazione di tanti italiani. Un’evidente richiesta di rinnovamento.

La seconda è che questo elemento di chiarezza, e la scelta pro-Renzi degli elettori, mettono in luce un secondo dato che non va sottovalutato e su cui il partito dovrebbe lavorare unitariamente. Ovvero che al di là del rumore (spesso mediatico) quella che si definisce sinistra conservatrice, ovvero quella che oggi Orlando e Pisapia vorrebbero federare, rappresenta davvero pochissimo nella realtà sociale italiana e sul piano dei consensi. Del resto il gruppo di Bersani (considerato, a torto o a ragione il più rappresentativo di quella galassia) nei sondaggi arriva a poco più del 3%. Un dato che potrebbe pericolosamente ed ingiustamente pesare con un sistema proporzionale, i cui mefitici effetti ben conosciamo dai tempi della prima repubblica.

Quindi, la realtà è che, al di là di una sonora presenza sui social, la sinistra conservatrice non ha pressoché alcuna incidenza sul piano dei consensi là dove la stragrande maggioranza del PD sembra oggi, liberata dall’equivoco e dai veleni della passata gestione Renzi, e favorevole ad una linea di sinistra moderna e progressista che con Renzi vede in Macron in Francia e Trudeau in Canada i suoi principali referenti.
Si potrebbe parlare di una generazione D (democratica) che da Obama in poi, tra contraddizioni e difficoltà avanza e cresce, divenendo la principale alternativa ai diversi populismi, che sulle onde della paura e delle incertezze di questo nuovo millennio sono cresciute considerevolmente.

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Emmanuel Macron 39 anni

Una generazione D aperta a valori liberali, che è convintamente europeista, reclamando tuttavia un’Europa che vada verso il progetto degli Stati Uniti, che vuole regole nella globalizzazione ma che non accetta la logica protezionista e della paura dei muri e delle divisioni. Una logica che oggi in Francia vede sul piano programmatico Le Pen e Mélenchon uniti nella lotta.

Peraltro, in Italia si delinea un quadro chiaro che contrappone il populismo o meglio i populismi, quello di Salvini e Grillo a cui si dovrebbe aggiungere colui che ne è il padre putativo, Berlusconi che con “meno tasse per tutti” diede il la a questa stagione dell’antipolitica.

Obbiettivamente, chi teme la xenofobia di Salvini o l’assenza di democrazia di Grillo o è contro a quel fomentare paure e diffidenze tipiche di entrambi, chi crede nella giustizia e non nel giustizialismo e crede che il progetto europeo sia una buona cosa, oggi non ha, purtroppo, che un solo partito, il PD.

Purtroppo, perché nella politica, da destra a sinistra, il montante populismo (nelle sue varie forme) suscita paure nei governi e nei partiti ma allo stesso tempo genera fascinazione per la ricerca di consensi elettorali e mediatici facili. La realtà è che dove la politica si è dimostrata salda nelle sue convinzioni e non preda di irrazionali panici, come in Canada, o come in Olanda, in Austria e a breve in Francia, ha vinto ed è vincente.

Certo il PD ora non ha più l’alibi e la realtà di una perenne guerriglia interna come fu ai tempi di Bersani, Gotor, D’Alema, Mineo & c., data anche l’odierna disponibilità critica dei suoi competitor, ma anche ricca di riconoscimento verso il neo-segretario. Lo stesso Renzi, sempre nel suo discorso dopo il voto, ha invitato a recepire i tanti spunti importanti delle proposte di Emiliano ed Orlando, e ad un procedere uniti verso i prossimi e pressanti impegni politici.

Un invito che si unisce alla scelta di Renzi di avere come suo vice un uomo come Martina, un tempo vicino all’area Cuperlo e che è considerato, secondo le vecchie logiche, come uomo più a sinistra del neo-segretario.

Alle parole devono seguire i fatti ed in primo luogo considerando che un ruolo va costruito per Emiliano che ha dimostrato di avere consensi e seguito nel suo sud, come verso Orlando che certamente non vorrà rinunciare a quella sua idea federatrice, un’idea che sul piano della conquista del potere in Italia, una sua pur minima efficacia sempre potrà averla, ma il vero punto resta parlare più che alle formule politiche ai soggetti della società, infilando le mani in questo nostro territorio cosi ricco di contraddizioni e cosi bisognoso di risposte concrete. Il rinnovamento reclamato in queste primarie passa tuttavia soprattutto dai territori e dalle periferie.

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Justin Trudeau 45 anni.

Il punto su cui il Renzi vincitore nel 2013 falli’ fu proprio quello di rinnovare il PD locale, quello delle città piccole e grandi, l’essersi affidato tutto al web e alla promessa di successo del suo governo. Successo solo parziale, come i dati economici dimostrano, e che ha finito per sgonfiare le aspettative, forse eccessive, dei cittadini, con il risultato di far crescere la sfiducia nella politica, con tutte le conseguenze che ne sono derivate.

Quella che attende il PD di domani è anche una battaglia culturale fatta di contrapposizione di un modello aperto e plurale di società contro chi vorrebbe delle società sempre più arroccate e preda di paure e diffidenze. Costruire speranze la dove si vogliono alzare muri. Fare proposte e non limitarsi ad ottuse critiche. Una battaglia che passa anche per l’uso dei media ancora oggi strumento suscitatore di ingiustificati allarmi e ben capace di distorcere la realtà delle cose. Pretendere un’informazione che sia racconto, certamente anche critico, delle cose e non solo panico non sarebbe un’idea peregrina.

Contrastare con la forza della realtà i vaneggiamenti populisti che sono propedeutici a pericolose spinte dittatoriali, è una cosa che va fatta con forza e puntualità. Proprio per questo il futuro della politica dovrebbe ripartire dalla conquista della realtà rinunciando magari alle sempre facili promesse ed apparenze.

Nicola Guarino


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