Altritaliani

M5S e la fine dei tabù. Le contraddizioni di un nuovo partito azienda.

sabato 14 gennaio 2017 di Nicola Guarino

I pochi principi reggitori del movimento di Grillo sembrano ormai caduti. Via il giustizialismo, con il codice etico su misura per la Raggi, di conseguenza via il principio che “uno vale uno”, via il “no ai compromessi”, in Europa i grillini li hanno fatti a ribasso. La liquidità del populismo grillino fa i conti con la mancanza di un progetto e di una visione politica di riferimento. Siamo alla crisi dell’antipolitica?

Il compianto sociologo Zygmunt Bauman, che mise in luce come gli anni delle post ideologie fossero caratterizzati dalla liquidità della politica, ovvero da una politica estremamente elastica, capace di smentirsi e di ricostruirsi secondo i gusti popolari, avrebbe trovato nei 5 Stelle il modello perfetto per rappresentare la sua tesi.

Infatti, in un mese il movimento di Grillo è stato capace di fare e disfare a proprio piacimento, senza avere una visione del mondo che si desiderasse e senza nessuna coerente strategia politica.

Nelle ultime due settimane l’azione dei grillini è state febbrile, diremmo compulsiva. Nel corso delle feste e a cavallo della befana, Grillo ha deciso alcune cose, naturalmente di concerto con Davide Casaleggio e la sua società. In primis un codice etico, che ha suscitato i malumori della base, rivelando ancora una volta che uno non è uguale ad uno e che le regole (se ci sono) non valgono nello stesso modo per tutti. In realtà questo codice votato ed approvato, in fretta e furia, da appena un terzo degli iscritti (ma sulla trasparenza di un voto in cui arbitro unico è la Casaleggio, che quel codice voleva imporre, nutriamo seri dubbi), obbiettivamente svolge la funzione di salvare la sindaca Raggi (in odore di avviso di garanzia), che sempre più palesa la sua inadeguatezza ad essere la prima cittadine della capitale. Per molto meno il sindaco Pizzarotti a Parma ha subito un’estenuante sospensione dal movimento conclusasi con il suo abbandono dallo stesso.

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Nigel Farage e Beppe Grillo

Con il nuovo codice etico, ampiamente e vanamente contestato dai militanti grillini, tramonta l’assioma che “uno vale uno”. C’è infatti, a discrezione di Grillo, chi vale di più. Ragion per cui non basterà l’avviso di garanzia, ma occorreranno gradi di giudizio per essere sospesi o espulsi ed ogni vicenda sarà valutata (da chi?) caso per caso.

Su un altro tema Grillo dispone. Niente centri di accoglienza, respingere gli immigrati se non sono profughi di guerra. Qui si ha il non plus ultra del populismo (Grillo rincorre Salvini). Infatti oggi si raccolgono in Italia come altrove, facili consensi dicendo che si vogliono rimandare gli immigrati a casa. Ma al di là delle questioni etiche o di geopolitica, il dato empirico è che appare non facile stabilire il perché uno rischi la vita per mari perigliosi, giungendo sulle nostre coste, se, insomma, sia un profugo, piuttosto che un disperato spinto dalla fame, dalle violenze o piuttosto dalle guerre.

Fare questo richiede indagini e il provvedimento di espulsione puo’ essere soggetto, in uno stato di diritto come il nostro, a ricorsi davanti alle competenti autorità giudiziarie (che non sono certo dei fulmini di guerra) e quindi occorrono a volte mesi per definire la posizione di ciascun immigrato. In quei mesi occorre ospitarlo e naturalmente in condizioni umane. Dire quindi “vanno espulsi subito” è fare solo del populismo che certamente susciterà il consenso nei tanti che sono poco avvezzi non solo al senso cristiano dell’accoglienza, ma anche alle più elementari norme di diritto e giustizia.

Sempre in quel periodo si è assistito a delle incredibili piroette di Grillo e del comproprietario del movimento, l’azienda di Davide Casaleggio. Per accreditarsi in Europa e specialmente in Italia, Grillo con il solito voto online che approva a larga maggioranza, e all’insaputa del suo stesso gruppo parlamentare europeo, ha lasciato gli antieuropeisti dell’Ukip, il partito della Brexit in Gran Bretagna per fare gruppo con i liberali che sono forse nel parlamento europeo, i più europeisti di tutti, quell’ALDE guidato da Guy Verhofstadt, paladini da sempre del progetto europeo.

Un’operazione spericolata, con il voto in rete giunto dopo l’accordo con il leader dei liberali europei (a proposito della base che decide), solo che gli stessi liberali difronte all’insurrezione della metà del loro gruppo, guidati dai francesi e tedeschi, molto più vicini a Mario Monti che a Beppe Grillo, hanno ordinato il dietrofront, con il risultato che per alcune ore il gruppo parlamentare grillino, tra mille polemiche e litigi (alla fine in due lasceranno il movimento), hanno rischiato di finire nel gruppo misto perdendo non solo i 700 mila euro di contributo, ma anche tutti i privilegi che erano garantiti e connessi al loro ufficio. Grillo, a questo punto, è tornato a Canossa, o meglio dall’Ukip che ha accettato le scuse ed imposto dure condizioni, tra cui quella di proporre per i grillini in Italia un referendum per l’uscita dall’euro, non il massimo per dimostrare una nuova vocazione europeista per accreditarsi alla guida del governo nel Belpaese. Grillo ha accetta sacrificando (altra condizione imposta da Farage) la testa del capogruppo M5S nel parlamento europeo Davide Borrelli, mediatore dell’operazione con ALDE.

Tutto questo accade perché i 5 Stelle non hanno un programma ma neanche una visione del modello politico da proporre per l’Italia e figurarsi per l’Europa.

Come Bauman insegnava, la liquidità è un ottimo requisito quando si è opposizione (basta seguire i sondaggi e dire sempre quello che al popolo fa piacere), ma è una sciagura quando ci si propone come forza per amministrare e governare e chi abita a Roma sa cosa si vuol dire.

Del resto finanche sulla legge elettorale i grillini (che sono in calo nei consensi, secondo gli ultimi studi fatti, oggi il PD lo sopravanza di quattro punti), non hanno le idee chiare. All’indomani del netto successo dei no al referendum sulla Costituzione, i grillini, dopo aver parlato dell’Italicum come una riforma autoritaria, pessima sotto tutti i profili, hanno chiesto a viva voce di andare al voto proprio con la riforma elettorale voluta da Renzi, salvo poi in quarantotto ore cambiare ancora opinione, chiedendo di andare al voto con la riforma cosi come sarà ridisegnata nei prossimi giorni dalla Consulta.

Come dire che la riforma la fa la Consulta e non, come sarebbe logico, il Parlamento.

Ci si chiede se davvero i cittadini, quei cittadini che accusavano Renzi di arroganza possano tenere gli occhi chiusi su Grillo che vede e dispone senza nessuna regola democratica e non essendo neanche parlamentare (ci si ricorderà che era una delle ricorrenti accuse rivolte all’ex premier fiorentino).

Ci si chiede se, al di là delle chiacchiere, possano i grillini essere considerati paladini della giustizia, avendo quasi tutti comuni sotto inchiesta della magistratura al netto dello scandalo delle firme false per le amministrative in Sicilia. Ci si chiede se, dopo le opacità di Roma le incongruenze di Grillo e Casaleggio, si possa parlare di trasparenza di un movimento le cui votazioni online vedono arbitro il giocatore Casaleggio e nessun altro, con le loro riunioni che non sono mai in streaming, e che sempre più appaiono come quelle di sette segrete o massoniche.

Esistono populismi e populismi lo ripetiamo da tempo, c’è quello di Podemos in Spagna che nasce da esperienze che provengono dal basso, che sanno della lotta per le case, per il lavoro, delle battaglie civili degli “Indignados”, finanche quello leghista appare un populismo che ha una storia, una bozza, per quanto approssimativa, di programma se non di progetto.

Ma qualcuno saprebbe dire cosa vogliono i grillini? Che tipo di società, che tipo di economia? Quale modello di sviluppo, che Europa immaginano, o semplicemente che modello di scuola o di Università?

Una forza consistente (ancora oggi) come la loro, che si candida a guidare il Paese è credibile dopo questo mese di piroette e contraddizioni, lo è in assenza di un progetto o di una visione complessiva delle cose?

Il punto è che ormai è evidente che M5S è sempre più un partito azienda che ha ne Il Fatto il suo organo di stampa (un’autentica macchina del fango come altri quotidiani che ispirano l’attuale destra), è un partito che come dimostra la danza europea con i liberali e l’Ukip, è pronto pur di andare al potere a qualsivoglia compromesso, anche al ribasso come quello che Farage ha fatto ingoiare a Grillo.

Si è rinunciato al carattere peculiare del movimento, quello di non accettare compromessi, questo tabù in Europa e quindi in Italia è definitivamente caduto. Sempre più M5S appare come il sintomo di un male italiano, ma anche come l’antidoto. Se i 5 Stelle erano l’antipolitica, mai come oggi si sente il bisogno di politica, di una politica che ci aiuti tutti sulla strada che conduce ad un paese normale.

Nicola Guarino


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