Altritaliani
Origami - rubrica letteraria

‘Tempo imperfetto’ di Massimo D’Orzi

sabato 3 dicembre 2016 di Carla Cristofoli

Era il 21 febbraio 2001. Fa freddo a Novi Ligure in febbraio. Quel giorno la quindicenne Erika De Nardo e il fidanzatino di lei Mauro “Omar” Favaro di 17 anni, uccidono premeditatamente a colpi di coltello da cucina la madre e il fratellino di Erika. Aveva undici anni Gianluca De Nardo. Secondo l’accusa i due giovani avevano progettato di uccidere anche il padre della ragazza, ma avrebbero poi desistito perché Omar, che si era ferito ad una mano nel duplice delitto, era ormai stanco.

***

Abbiamo chiesto allo scrittore cineasta Massimo D’orzi perché abbia deciso di recuperare questo fatto di Cronaca, con tanta forza da scriverci un romanzo: "Tempo imperfetto", edito quest’anno da L’asino d’oro Edizioni.

È difficile definire i contorni di una vicenda che ti ha colpito fin dalle prime ore. Il fatto che si trattasse di giovanissimi, lei quindicenne, il fatto che fosse una ragazza mentre generalmente - così le statistiche - sono i maschi a compiere atti violenti.

Pochi giorni fa una tv locale mi ha intervistato e ha montato quell’intervista con le immagini di repertorio di efferati delitti di cronaca degli ultimi decenni compreso quello di cui parlo io. Mi è tornato in mente l’inizio di un film poco conosciuto di Antonioni, “I vinti”. Nelle prime sequenze una voce off introduce il tema del film, che tratta appunto di delitti senza una motivazione apparente. Siamo nel 1953!

Antonioni si muove dal neorealismo per indagare fenomeni le cui cause non stanno nell’indigenza, nella povertà o nella mancata soddisfazione dei bisogni primari.
Sono ragazzi della nascente borghesia.

Mi torna spesso in mente uno dei passi più straordinari della letteratura mondiale, il dialogo nel Duomo fra il sacerdote e K. ne ’Il processo di Kafka’. Dopo aver a lungo dibattuto sulla Parabola della legge K. afferma: “La menzogna elevata a principio universale. Ecco qual è la vera congiura, persuadere tutti noi che il mondo intero è pazzo, informe, privo di senso. Assurdo. Ecco lo sporco gioco.” Che altezza! Che genio!
Pare completamente diversa dalla posizione di Dostoevskij quando dice: «Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra”.

Ecco un compito a cui la letteratura dovrebbe tendere: smascherare lo sporco gioco!!

Ecco che cosa devono e possono fare il cinema e la letteratura, lasciare alla cronaca la ricostruzione dei fatti e partire dagli stessi per avventurarsi in quella terra straniera che è la mente umana.
Questo è ciò che ho cercato di fare con ’Tempo imperfetto’.

L’elemento famigliare nel romanzo è una chiave di lettura dei fatti molto importante.

Una famiglia chiusa, un’educazione rigidamente religiosa, provinciale, ma all’apparenza perfetta, meravigliosa. Il sogno di ogni famiglia italiana. Forse mi era capitato di incontrarne di famiglie così, e quella vicenda deve aver avuto echi profondi dentro di me.

L’ambiente religioso ha avuto senza dubbio un ruolo fondamentale in questa storia, al punto da spingermi a varcare quella porta per indagarla. La letteratura, ed anche il cinema ci hanno spesso abituati a personaggi in cerca della fede o dilaniati nella ricerca del bene o del male.


L’uomo ha indagato per secoli il suo rapporto e la sua ricerca di Dio; abbiamo annunciato la catastrofe imminente laddove questa certezza della fede dovesse venire meno (I demoni, I fratelli Karamazov, Delitto e castigo, L’idiota); io ho voluto al contrario indagare i danni causati dalla presenza delle fede, dalla sua persistenza nella mente umana, al rapporto fra alienazione religiosa e delirio mistico e quanto le due cose siano spesso la causa della pazzia umana, anche quando appare del tutto inscritta in comportamenti normali.

Senza quasi accorgermene, affrontando questa vicenda, ho finito per toccare questi argomenti declinati a seconda dei personaggi e dei loro punti di vista confidando nel lettore e nella sua capacità di discernere.

"Nessuna madre, dopo di me, avrà piu il potere di una madre. La mia è assunta al cielo o forse dorme in attesa che il Signore la chiami a sé, insieme a simone. Lei ci teneva. Io volevo essere madre, avere un bambino con ronaldo, ma adesso so che non sarò mai madre perche sono divenntata made di mia madre. Glielo devo.
"Isabel io ti perdono" diceva lei. Faceva la santa proprio come Cristo fa il figlio di Dio. Ma ormai è tardi.
(...) Questa è la mia religione la religione di Isabel La religione dell’avvenire. Io ho liberato il mondo dalle madri
". (da ’Tempo imperfetto’)

E’ il cuore di tenebra (sic!) del romanzo.

Il rapporto madre figlio è un cardine della letterautura e del cinema, almeno dall’Orestea a Psycho, passando per Amleto, e nel novecento Joyce, Proust, Faulkner lo hanno indagato a fondo. Pensiamo ad un’opera geniale come As I lay dying (Mentre morivo).

Penso che quel delitto abbia segnato un’intera generazione. Ho sentito molte donne che erano adolescenti al tempo dei fatti dire quanto profondamente le avesse colpito e quante domande si erano fatte allora per cercare di sfuggire all’assunto che tutte erano delle potenziali assassine.


Tuttavia non posso sottrarmi alla domanda che va oltre la letteratura e tocca il cardine della vita umana, ed è appunto il rapporto madre-bambino.

Le teorie psicanalitiche hanno mostrato tutto il loro fallimento e nonostante qualche pifferaio si ostini a teorizzare come cardine dell’evoluzione umana il Complesso di Edipo questo va archiviato come del tutto anacronistico.

Sappiamo che il rapporto fondamentale della vita umana resta quello fra la madre e il bambino.

Più la madre avrà realizzato la propria identità di donna, una sanità, un’affettività, più il bambino potrà sviluppare la propria. Al contrario una madre anaffettiva, vuota, assente può creare nel bambino gravi patologie. Ed è quello che ti raccontano tutti gli psichiatri e gli psicoterapeuti onesti.
Ed in effetti sappiamo che il malato è proprio colui che è incapace di separarsi dalla madre.

Venendo al nostro caso potremmo dire che quel gesto estremo è allo stesso tempo un atto di ribellione e la massima rappresentazione del suo fallimento. L’impossibilità e l’incapacità di separarsi dalla madre. Al fondo si può anche ipotizzare che Isabel avesse compreso che la sua vita dipendeva dalla liberazione da ‘quella madre’; ma non aveva umanamente nessuna possibilità di separarsene. Ciò che ha trovato dentro di sé non è l’adolescente che entra in crisi che piange e rompe tutto, che scappa di casa e litiga ferocemente con tutti, ma una fredda e lucida assassina.
Aveva trasformato “mia madre non esiste” in “io sono mia madre”, finendo per identificarsi con lei.

Rispetto al linguaggio e al tentativo di esprimere il distacco affettivo della morte della madre basterebbe l’incipit de ’Lo straniero’ di Camus:

“Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas".

Il genio di Camus con quelle poche battute da il tono a tutto il romanzo. Il lettore non ha bisogno di altro.

Gli adolescenti raccontati nel romanzo non sono tutti uguali. C’è Isabel, ma c’è anche Gaia!
C’è quel tempo ambiguo, fragile, che è proprio dell’adolescenza. È un ’tempo imperfetto’, che in grammatica è il tempo dei sogni, è il passato che in qualche modo torna nel presente e si fa narrazione attuale.

L’adolescenza è senza dubbio una delle stagioni più sconosciute della vita umana, seconda solo al primo anno di vita di cui non abbiamo ricordi ma solo vaghe memorie che affiorano nei sogni durante il corso della nostra vita. L’adolescenza è il tempo delle utopie, degli ideali, anche di un’idea grandiosa di sé. Che non è del tutto sbagliata se mantiene un qualche minimo rapporto con la realtà. E’ una stagione complessa in cui effettivamente avviene, o dovrebbe avvenire, quella fusione fra mondo interiore e mondo esteriore, corpo e mente, diciamo pure fra realtà e fantasia, per restare nell’ambito artistico e letterario.

E’ il momento in cui scopriamo e cominciamo a vivere la sessualità che è ciò che abbiamo di più profondo e che ci permette di toccare la realtà interiore altrui con la propria. Ed è a questo punto della nostra vita che cominciamo a fare i conti con ciò che è successo fino a quel momento, come sono andati i rapporti, soprattutto quelli famigliari. Spesso capita di scoprire che quei rapporti che pensavamo idilliaci, in realtà non lo erano affatto.

Da lì i primi scontri, le prime rabbie, gli odi e talvolta qualcosa di più grave.

Il mio libro non ha un orizzonte ultramondano, non parte dall’assunto che dietro fatti di violenza inspiegabili si annidi il maligno, l’Avversario.

Il mio orizzonte, ogni volta mutevole, sono i rapporti interumani. Che possono essere deludenti, distruttivi oppure trasformativi nel senso di renderci migliori, più intelligenti, più umani, carichi di speranza.

Quando leggi le pagine di un autore oltre al linguaggio e alle capacità narrative cerchi di comprendere qual è il pensiero che si annida sotto, quale strada ha fatto per giungere fin lì. Questo è il fascino della letteratura. Talvolta dietro grandi origami letterari si nascondono autori che hanno visioni da parroco di campagna o l’umanità tetra di un marito frustrato e vendicativo. Anche questo è un modo per leggere i libri.

Per ritornare all’adolescenza, mi piace l’idea che “il tempo imperfetto è il passato che in qualche modo torna nel presente”. La vita è un continuo tempo presente – un lungo presente esteso; l’imperfetto è il vago e indefinito di cui parla Leopardi e che dovrebbe essere il contenuto del tempo presente.

Alla pubertà il corpo umano subisce una vera e propria trasformazione e la mente dovrebbe essere geniale nel trovare il punto di fusione con quel corpo in cambiamento. L’adolescente è l’artista, quando gli riesce questa fusione.

Pochi giorni fa ho presentato il libro all’interno della manifestazione milanese BookCity. Era presente anche la dottoressa Locci, il magistrato che ha seguito direttamente il caso dei due adolescenti. Lei ha detto:

“Nel romanzo vi sono rappresentate delle tesi che vanno oltre la ricostruzione che anche noi facemmo durante quei mesi e le perizie che condussero i vari periti. Noi ci siamo fermati prima”.

Dopo pochi mesi dalla sentenza di primo grado, a Chieti, ci fu un convegno. Molti dei relatori facevano parte dell’Analisi collettiva e si riferivano nelle loro argomentazioni alla Teoria della nascita di Massimo Fagioli teorizzata nel 1971 con Istinto di morte e conoscenza e con i successivi due libri, La marionetta e il burattino e Teoria della nascita e castrazione umana.

In quell’occasione ascoltai anche la relazione del dott. De Simone in cui raccontava di essersi finto giornalista per indagare nell’ambiente in cui era maturato il delitto di Novi Ligure. Rimasi colpito. Ricordo con chiarezza quello che pensai allora: “Che ottimo soggetto per un film”. Non avrei mai pensato che dieci anni dopo avrei scritto un romanzo.

In sintesi potremmo dire che la Teoria della nascita di Fagioli rifiuta radicalmente l’idea giudaico-cristiana che l’uomo nasca col peccato originale, che porti con sé un male radicale o al fondo via sia Il Nulla, o l’idea terribile di Freud che vede nel bambino un essere polimorfo e perverso.

Per Fagioli la nascita umana è uguale per tutti gli esseri umani. I bambini nascono sani e non macchiati da nessuna colpa come vuole il cristianesimo. Se vanno incontro ad alterazione del pensiero o si ammalano nella mente questo dipende esclusivamente dai rapporti interumani.

La vita umana è tale fin dalla nascita e per effetto della stessa.
Quindi non si diventa umani con la ragione, non si è umani perché razionali come pretende il Logos occidentale. Questo genere di riflessioni come si può immaginare hanno ripercussioni sull’antropologia, sulla cultura umana.
Se non è la ragione ciò che ci distingue dagli altri animali, che cos’è?
La malattia mentale è la perdita della ragione o la perdita di qualcos’altro?

Con questa nuova antropologia potevo avventurarmi in un caso estremamente complesso con strumenti nuovi e diversi, senza togliere peso e complessità.

“Tempo imperfetto” non sarebbe esistito senza queste teorie.

Io come uomo e come autore non ho voluto indossare le vesti dei numerosi Bellarmino che percorrono ogni giorno le strade della nostra cultura.

L’elemento erotico nel romanzo è molto forte e presente nel romanzo.
Il sesso in ’Tempo imperfetto’ è declinato in diverse forme: è usato dalla protagonista per controllare il suo giovane compagno, l’erotismo negato della madre uccisa e l’erotismo che unisce il giornalista Ducassi, protagonista del romanzo, a Gaia, la sua giovanissima amante.

È un aspetto fondamentale del romanzo. Sono molto interessato alla sessualità umana, anche laddove è assente, come nella vicenda dei due ragazzi.

Quella assenza di sessualità, divenuta fredda, meccanica, è anch’essa una delle conseguenze dell’anaffettività di Isabel. È quella stessa anaffettività che la conduce ad uccidere, senza sentimenti, senza affetti, appunto.

Le due vicende parallele raccontate nel romanzo, quella di Isabel/Ronaldo e quella di Ducassi/Gaia parlano anche di questo. Smentiscono l’assunto di base che tutto è sessualità: la violenza è sessualità, l’aggressività è sessualità, l’amore e morte sono sessualità.

In questo senso ’Tempo imperfetto’ si discosta radicalmente da molta letteratura contemporanea.

A me piace pensare che la conoscenza senza sessualità non esiste. La storia d’amore fra Ducassi e Gaia è un confronto fra due identità molto diverse, ma quella diversità investe l’altro, lo fa muovere, crescere, entrare in crisi, scoprire il desiderio. Tutto questo è totalmente assente nei due giovani assassini. Ovviamente. Se fosse stato presente non avrebbero ucciso.

Quello che mi preme ribadire è che non esiste tuttavia il bene e il male, il paradiso e l’inferno all’interno del mio romanzo.

Io ho cercato di togliere derive trascendentali e ultramondane per ribadire che anche fatti gravissimi come quelli che racconto originano da rapporti umani.

È all’interno degli stessi che la violenza si annida e si genera e l’espressione massima di quella violenza non è l’odio o il sadismo, ma l’annullamento, annullare l’altro come se non esistesse o non fosse mai esistito. Per cui eliminarlo è solo una pura formalità, come per Isabel.

L’attualità di certi fenomeni terroristici potrebbe avere una matrice comune.

L’onnipotenza divina, il delirio mistico e religioso di Isabel. Penso che abbia una matrice comune con certi fenomeni terroristici, con quei casi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni in Europa, di ragazzi giovanissimi o meno giovani che uccidono senza pietà o si fanno saltare in aria portando via con sé la vita di decine di loro coetanei.

Non è l’atto estremo che mi interessa, ma il processo mentale che li ha condotti fin lì. Quell’annullamento della propria e altrui realtà umana, quel processo di desertificazione, di fare il nulla. Questo mi interessa.

All’opposto di Sartre che vedeva il nulla al fondo dell’uomo, io penso che l’uomo abbia la capacità di rendersi disumano facendo il nulla, ma non è questa la sua essenza. La sua essenza è la capacità di immaginare, la fantasia, pensare il nuovo, creare.

"Mi accorsi che esisteva un tempo infinito, al di là dei minuti e dei secondi quando uscii dal tribunale e pensai a Gaia che in quegli stessi istanti affrontava l’esame di maturità".

Gaia è un’altra adolescente, l’alter-ego di Isabel. In lei il tempo pare trasformarsi, diventa infinito. O piuttosto, il tempo infinito appartiene a lei.

Quando annunciai alla dottoressa Locci che stavo pensando ad un personaggio femminile, una coetanea di Isabel che avesse un’altra storia e un’altra umanità, mi rispose prontamente con queste parole: «Fai bene a rubarle la scena».

Geniale! L’onnipotenza della malattia mentale, l’onnipotenza del disumano. Quello che molti intellettuali teorizzano: realizzarsi anaffettivi. Gaia non ci sta. La sua battaglia è quella di un’adolescente che si innamora e che vuole conoscere e realizzarsi. Cerca l’infinito dentro di sé, come teorizzava Giordano Bruno. E cerca di sapere di sé nel rapporto con un uomo. L’adoro. Da quando l’ho incontrata non riesco a smettere di pensare a lei. Non so adesso dove si trovi o cosa stia facendo. Spero vivamente di rivederla, di incontrarla ancora.

Roma, 30 novembre 2016

Intervista di Carla Cristofoli

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Massimo D’Orzi, Tempo imperfetto, L’asino d’oro Edizioni, 2016.

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Sinossi

Intorno a questo fatto di sangue realmente accaduto, nella fitta e insidiosa nebbia del mondo della provincia, si muovono i personaggi del romanzo: un giornalista di nera, due giovani assassini, un magistrato, una psichiatra, una ragazza bellissima. Con uno stile intenso e coinvolgente, l’autore ci porta nelle atmosfere di un insolito noir, fondendo le tappe accurate di un’inchiesta con le tracce di un romanzo di formazione, in cui il lettore può contemporaneamente trovare una storia d’amore,una parabola sull’uomo davanti alla legge, considerazioni su diritto e psichiatria, un discorso sul giornalismo, e ancora, intermezzi grotteschi, uno sguardo ‘appassionato’ sull’adolescenza. In una dialettica sanguinosa fra realtà e fantasia.

L’autore

Massimo D’Orzi è regista, ha diretto Adisa o la storia dei mille anni (2004), distribuito in molti paesi europei, Sàmara (2009), da una sceneggiatura originale, Ombre di luce (2011), girato all’interno della Sapienza Università di Roma e Ribelli! (2011), una co-regia con Paola Traverso. Per il teatro ha curato la regia di opere di Sartre, A. Miller, Joyce e Shakespeare. Tempo imperfetto è il suo primo romanzo.

La rubrica "Origami" (clicca sul link) è uno spazio dedicato alla lettura e alla analisi di libri che sappiano raccontare la realtà italiana attuale. Il desiderio è quello di trovare, tra le pieghe di questo grande origami che è l’Italia di oggi, l’elemento ’letterario’ che ci aiuti a sbrogliare l’intricata matassa del nostro vivere quotidiano.
Una rubrica a cura di Carla Cristofoli.
Contatto per sottoporre ad Altritaliani un nuovo libro: carla@unbrinditalien.com


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