Altritaliani

Tra le strade di Torino. Incontri con l’arte contemporanea

lunedì 14 novembre 2016 di Ilaria Paluzzi

’Tra le strade di Torino’ è un reportage di Ilaria Paluzzi, una storia di nomadismo Culturale: una settimana nella Torino dell’arte contemporanea. Un racconto itinerante e nomadico proprio come The Others Art Fair 2016, celebre rassegna di arte contemporanea, la prima fiera italiana dedicata all’arte emergente internazionale.

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Vista su Torino


Venerdì 4 novembre, Torino, quartiere di Porta Palazzo.

Lo squillo del telefono mi sveglia da un sogno che per tutto il giorno non riuscirò a ricordare. Un mio amico ha un biglietto in più per Artissima, la fiera di arte contemporanea che da qualche anno si tiene presso il Lingotto.

Vado a poggiare il telefono sulla scrivania della stanza che ho affittato per qualche giorno. La sedia è piena dei vestiti che non ho ancora messo a posto. Apro le persiane, il sole è pallido. Esco fuori dal balcone, attratta dalle voci di alcuni bambini nordafricani. Giocano a nascondino tra i vestiti stesi nel cortile del palazzo. Loro non sentono freddo. Per un attimo mi sembra di essere a Marrakech.

Il mio amico si chiama Andrea ed è un giovane architetto di Matera. Ci incontriamo alla stazione di Porta Nuova. Arriviamo al Lingotto per pranzo. Dentro la Fiera ci perdiamo tra le gallerie di mezzo mondo. Giro per un paio d’ore, ma non mi sento a mio agio. Ho la sensazione di percorrere un sentiero che non porta da nessuna parte.

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Porta Palazzo - Torino

Ritrovo il mio amico. Gli propongo di andare insieme al villaggio olimpico, tra i palazzi costruiti qualche anno fa in occasione delle Olimpiadi, dove oggi abitano prevalentemente immigrati. ’Cosa devi andare a fare lì’, mi chiede lui. Io non gli rispondo, ma lui mi accompagna ugualmente.

Sul ponte pedonale che collega le due zone incontriamo un gruppo di ragazzi arabi. Sono appoggiati al muretto, mentre uno di loro scatta delle foto. Andrea va dal ragazzo e si offre di farla lui la foto. Si mettono in posa, uno dei ragazzi si atteggia a bullo. A me fa sorridere. Ma i miei sorrisi non gli fanno piacere e mi guarda con odio palese.

Tra noi e loro passano un gruppo di bellissime ragazze, probabilmente marocchine. Quello stesso ragazzo che mi ha guardata male chiede una sigaretta ad una di loro. Lei fa finta di non sentirlo e cammina dritta. Lui, per tutta risposta, sputa per terra, verso i passi tesi di lei. Gli altri ridono e noi ce ne andiamo.

Le abitazioni che compongono il villaggio olimpico e che io ho voluto visitare col mio amico, sono state occupate da immigrati richiedenti asilo. Oggi alcuni di loro hanno ottenuto il diritto di vivere in quegli appartamenti.

Quelle case dunque sono loro, ma le strade oggi di chi sono?

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Sabato 5 novembre. Sono le otto di sera.

A Torino piove, ma io sono al coperto. Mi trovo in Lungo Dora Firenze 87, qui all’Ex Ospedale Regina Maria Adelaide dove hanno allestito The Others Art Fair 2016, celebre rassegna di arte contemporanea.

Dopo aver attraversato diversi padiglioni, incontro due ragazzi. Hanno la pelle più scura della mia, parlano arabo. Non capisco niente di quel che dicono. Ma li seguo fino ad arrivare al padiglione della Ke’ch gallery di Marrakech.

Al centro della stanza un grosso tappeto rosso con ricami scuri. Presto scopro che è stato ricamato da donne berbere. Mentre ricamavano, quelle donne raccontavano le loro storie, raccolte dai video trasmessi durante l’esposizione.

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“Embroiderers of actuality” - Abdelaziz Zerrou e Aglaia Haritz

Abdelaziz Zerrou è un giovane artista nord africano. Ed era uno di quei ragazzi che mi sono trovata, inspiegabilmente, a seguire. Lui e Aglaia Haritz hanno lavorato in questi anni a un progetto che si chiama “Embroiderers of actuality”. Ricami di attualità. “Per noi il progetto è di unire il Sud e il Nord del Mediterraneo”, spiega Abdelaziz nel corso di un’intervista, “lavoriamo con le donne del Sud per mostrare i loro lavori a quelli del Nord”.

In un’intervista, Aglaia racconta di quando nel 2011, insieme ad Abdelaziz, si sono recati presso il campo profughi Shatila a Beirut. Lì, hanno chiesto a delle donne siriane di ricamare il loro volto su una stoffa. Per ricucire quell’identità, racconta Aglaia, che l’esperienza dell’esilio rischia di corrompere. Su quei ritratti, hanno poi inciso le loro storie. Quelle opere sono oggi visibili presso lo Spazio 1929 di Lugano.

Quando torno a casa, è notte e sono sola. Mi stendo sul letto, chiudo gli occhi. Ho la sensazione di avere ancora tra le dita quei ricami scuri sul fondo rosso vivo di una ferita che mentre brucia, mi fa sentire viva.

Per un attimo mi sembra di non aver più paura della solitudine.

Una volta ho sentito dire che nel fondo profondo del mare vivono storie che si agitano e ci tormentano, in attesa chi sa da quanto di ricevere un loro posto nel mondo.

Nel fondo del mare di Lampedusa qualcuno lo ha già fatto. “È un uomo che aspetta. E mentre aspetta si consuma. L’ha realizzata l’artista Rossella Fida, la posizioniamo sul fondo del mare. Tutti i pesci la circondano, e cominciamo a filmare una tragica bellezza”.

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‘Apnea’ - Vanessa Vozzo e Stefano Sburlati - Foto di Andrea Macchia

L’ho scoperto presso la Fondazione 107 sempre a Torino, dove Vanessa Vozzo e Stefano Sburlati hanno organizzato ‘Apnea’. Dentro l’edificio è stata allestita una stanza. Ci si entra uno alla volta. Attraverso un’esperienza digitale e interattiva, si rivive l’esperienza del naufragio. Mi metto la maschera, indosso le cuffie, ed entro nel mare, nel buio profondo, lì dove sono cadute le loro speranze, dove sono fallite le nostre attese.

Ho la sensazione di restare in apnea anche dopo, fino a casa, fino a quando non riesco ad aprire le finestre della mia stanza e, finalmente, forse trovo quel che cerco. E respiro.

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“Soul’s Nest” - Robin Rhode


Tra i padiglioni di Artissima ho scoperto un’opera di un artista sudafricano, Robin Rhode. Il titolo è “Soul’s Nest”. Su un muro scuro, un uccello bianco, ogni volta in una posizione diversa, mentre un ragazzo prova a inseguirlo. Nell’ultima immagine, il ragazzo è seduto a braccia aperte e guarda l’uccello che vola sempre da un’altra parte rispetto a lui.

La libertà è una dimensione irrimediabilmente sfuggente, mi spiega una donna della Braverma Gallery, di Tel Aviv, che conserva l’opera.

Ma ognuno deve essere libero di inseguirla.

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“Soul’s Nest” - Robin Rhode


La valigia è aperta, i vestiti ancora sulla sedia e io sono sempre qui che guardo verso il cortile. È scesa la notte.

Dall’altra parte del palazzo, un ragazzo nordafricano fuma una sigaretta. Sembra tormentato.

Poi lui rientra e io mi stendo sul letto.

Chiudo gli occhi.

Dolcemente, passi di bambini si confondono con i miei sogni.

Ilaria Paluzzi


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