Altritaliani
La pillola di Puppo

Fo, Benigni e gli angeli e demoni nella scatola del rancore.

venerdì 21 ottobre 2016 di Maurizio Puppo

Milano. Com’è bella la città, com’è dolce la città. Mi aspetto di ritrovare l’Italia (quelle sue cose segrete, quei suoi inviolati misteri) ; trovo una scatola di rancore. Che si spalanca davanti a me. All’aeroporto di Linate. In coda per il taxi, i piedi sul marciapiede. Le persone dietro me sono più intraprendenti (per così dire) e mi passano davanti, come se non esistessi, e via, in vettura ! Faccio un passo in avanti, in modo che il taxi successivo si fermi davanti a me, e subito dalla macchina dietro un urlo, «cazzo fai, perché ti fermi ? Vai avanti Cristo !».

Il tassista incriminato mi indica con il dito, « eh se questo qua si butta in mezzo alla strada io cazzo posso farci ? ». «Questo qua» sono io. Salgo. Scusi, accetta la carta di credito ? «Ce l’avevano fatta mettere per l’Expo ma l’ho tolta subito, quei bastardi delle banche mi prendevano i soldi, figuriamoci se la tengo». Senta, se vede una bastarda di banca, appunto, un bancomat, un distributore di contanti, si può fermare? Primo: fuori uso. Secondo: silente. Non dà segno di sé. «Eh per forza. Lo fanno apposta quei bastardi delle banche».

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Luciano Bianciardi a Milano

Perché lo fanno apposta ? «Così uno per avere i soldi deve andare da loro». Per curiosità, quanto le prendevano per il servizio di pagamento con carta di credito ? «Eh su due piedi come faccio a dirglielo». Però se lei dice che sono dei ladri, dovrebbe magari fare attenzione per sapere che ladri sono, grossi o piccoli. Non è la stessa cosa. Da Cesare Beccaria in poi, c’è il principio della proporzione della pena. «Comunque io non la metto e se lo prendano nel culo le banche». Terzo bancomat: funziona. «Le banche, e i politici. I politici non ne parliamo, fanno i loro porci comodi e basta. In Italia non funziona niente. Io voglio andarmene in Portogallo».

In Portogallo? Sì. Guardi che l’Italia sarà quello che sarà, e va bene, d’accordo, però anche in Portogallo, insomma. “Eh altro. Io lo so come stanno le cose. Mio cognato c’è andato. Lo sa lei che in Portogallo può ritirare I soldi dal benzinaio?”. Non lo sapevo. “Altro che qua dove le banche fanno quello che vogliono”. Arrivati. «Ma cosa mi dà, 50 euro, non ce l’ha spicci ? Io il resto adesso non so se ce l’ho».

Guardi bene, guardi meglio, magari ce l’ha. Ecco, ce l’ha. Buonasera e grazie. Me ne vado per le strade strette oscure e misteriose, dice il poeta. Milano : son contento che ci sei. Perché lo sai : mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle, i tuoi cortei.

Quanto ti ho sognata, Milano (al freddo, nella nebbia) : Dino Buzzati in via Solferino, certe sue piazzette, certi suoi grovigli di vicoli, certi angoli segreti, la Laide di «un amore» che fa la puttana e balla alla Scala, dice : “io no non ho niente da darti (…) l’unica cosa che posso darti è questa mia persona, se non ti fa schifo” e poi un giorno diventa «per un attimo (…) la cosa più bella, preziosa e importante della terra». Ma la città dormiva, le strade erano deserte, nessuno, neppure lui alzerà gli occhi a guardarla – conclude Buzzati. E la città è Milano, la città di Luciano Bianciardi, la sera al bar Jamaica, di giorno a vedere la «scatola di rancore», «la gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare » (ma non si sa dove)», è la città dell’uomo di Via Bigli – Eugenio Montale, che muore un giorno come tutti si muore, in una stanza d’ospedale, a metà strada tra le fermate Zara e Maciachini della linea gialla della metropolitana (tra la gente che non sa, che non vede il suo dolor, e sale sulla metropolitana dandosi degli spintoni).

Ma Milano dov’è finita ? Albergo, vicino a Porta Romana. Documenti. “Abita a Parigi?”. Sì. « Beato lei, in Italia è tutto uno schifo. A Parigi com’è la situazione adesso con il terrorismo?”. Apro la bocca per rispondere, non ci riesco. «Lo fanno apposta» Cosa ? «Gli attentati, le bombe le mettono apposta». Apposta ? «Figuriamoci, se volessero, la cosa la risolvono in cinque minuti». Invece (dico io) se al comando delle operazioni ci fossimo io e lei (per fare un esempio) proprio io e lei che siamo qui, cinque minuti (massimo sei), e la situazione la risolviamo, giusto ? Io e lei.

Perché io e lei (che manco ci conosciamo) siamo onesti, siamo bravi. Mica come quegli altri che sono cattivi. Esco nel buio, non c’è un cane – qualche stella. Guardo le insegne dei negozi e i cartelloni pubblicitari. Che bello, essere in Italia. Food, easy, software. Sticker. (Porta Romana bella, Porta Romaaaaaana). Black magic. Herbal. Neutral. (Ci stan le ragazzine che te la danno). Official partner. Trend testimonial. (Prima la buona sera e pooooi la mano). In Italia (almeno per le insegne e i cartelloni pubblicitari) è stata adottata la lingua inglese, abolita quella italiana, e io neanche lo sapevo.

La canzone di Porta Romana continuava così : ha fatto piu’ battaglie la tua sottana che tutta la marina americana ; ha perso più battaglie il tuo reggipetto che il general Cadorna a Caporetto. Ma qui non c’è nessuno, ed io son solo : né sottana, né reggipetti da slacciare. Milano sono tutto tuo, ma tu dove sei ? Milano di Gaber, Fo, Jannacci. Di Dario Fo ho un autografo. L’unica volta in cui io abbia chiesto un autografo vita mia (a parte le dediche sui libri, quello è vero. Ma faccio conto che non valgano come autografo). Il 20 febbraio del 1984.

Ho segnato la data. Dario Fo era venuto a Genova, dove vivevo allora, per una conferenza, un dibattito, che ne so, una roba così, in un palazzo del centro, Doria Spinola, sede della prefettura e della provincia (che poi le province sono state abolite. Anzi no. Non ho mai capito bene se ci sono ancora o no. Non l’ha capito nessuno secondo me.

E quelli che ci lavorano fanno finta di niente e continuano ad andarci, dicendo : fate piano che sennò si ricordano che siamo stati aboliti e ci mandano via. Ma avete ragione, le province non c’entrano niente con Milano o con Dario Fo). Tantissima gente. Sala piena, gente accalcata nel corridoio, da dove non si vedeva, ma si sentiva. «Dario ce lo fai un pezzo di Mistero buffo» ? Fo non aspettava altro.

Certo, dai su ragazzi, togliete le sedie, fatemi spazio, aspetta, tu vai un po’ più in là… Si ricava uno spazietto circolare, con noi per terra tutt’attorno. « Dario parla forte che qui nel corridoio non si sente un cazzo». « VA BENE COSÌ ? ». Ci assorda tutti. Va bene. E fa Mistero Buffo. Qualche pezzo. Bellissimo. Io poi mi avvicino e gli chiedo l’autografo. « Come ti chiami ? ». Maurizio. « A Maurizio, Dario Fo ». Sul quaderno di filosofia, scrivi il tuo nome. Adesso Fo è morto.

La scatola di rancore si è aperta anche per lui. C’è chi gli sputa addosso per una sua lontana militanza nella Repubblica di Salò, più o meno convinta, più o meno volontaria, più o meno negata e rinnegata. Chi gli sputa addosso per un motivo apparentemente opposto – la sua lunghissima militanza nell’estrema sinistra più dura e pura. Molti nel Movimento 5 Stelle ne fanno invece un eroe, una figura mitica : «nostra guida morale». Me ne vado per le strade strette oscure e misteriose… dice il poeta. Chissà dov’era casa mia ?

Torno e non trovo gli amici di allora, ma un messaggio sul cellulare : una specie di anatema su Roberto Benigni che ha dichiarato di sostenere la riforma costituzionale. Benigni di qua e Benigni di là, e si conclude dicendo : « Benigni è un coglione ». Diffuso così, senza un commento, senza un’opinione, diffuso come un volantino, un mantra. Dario Fo, sporco fascista, anzi no, zecca comunista, anzi no, santo subito, « guida morale » perché « al fianco di Beppe », anzi no, vecchio rincoglionito perché si era avvicinato al M5S. Benigni, coglione servo, ciarlatano.

Ma chissà (magari mi sbaglio, perché spesso, mi sbaglio): forse sarebbe bastata una piccola esitazione di Dario Fo, un dubbio, un’oscillazione, magari una velata critica al Movimento 5 Stelle, e poi un cenno, da parte di Beppe Grillo, sul Sacro Blog, per aizzare la muta dei cani. Gli stessi che parlano di « guida morale » e piangono l’uomo meraviglioso « a fianco di Beppe » ora diffonderebbero in rete (magari anche sul mio telefono) messaggi di Fo in divisa fascista, ridicolizzato, deriso, insultato. E gli stessi che gli hanno dato del rincoglionito per la sua vicinanza ai grillini, invece esalterebbero l’artista impavido, il « difensore degli ultimi » (come si dice quando non si sa cosa dire).

Così come (magari mi sbaglio) se Benigni avesse manifestato perplessità sulla riforma costituzionale e dichiarato la sua contrarietà, e magari manifestato qualche simpatia per il M5S, al posto di « coglione » ci sarebbe il tam-tam dei messaggi con «Roberto guida morale», e la sua foto sorridente con Berlinguer in braccio. La scatola di rancore, per produrre il suo vomito, si nutre esclusivamente di demonio e santità. Di angeli e démoni. Di personaggi dipinti come onesti, limpidi, immacolati, «guide morali », uomini e donne sorridenti, onesti, laboriosi, splendidi, eroici, «guide morali» (simili a quelli dei manifesti dei regimi totalitari); da contrapporre a ciarlatani, buffoni, servi, negri ebrei comunisti, all’altro da sé « mezzo ebreo, mezzo-fascista, liberal-borghese esibizionista», come diceva di sé Marco Pannella : un sotto-uomo, che la folla imbestialita deve odiare. La scatola di rancore si aziona a comando.

Tutti bastardi i politici, tutti ladri, tutti da mettere in galera senza processo tutti a non fare un cazzo- ma il politico amico è diverso : per lui si scoprirà il garantismo, si reclamerà l’attesa del verdetto del « giusto processo », per lui, e solo per lui, si dirà che « bisogna avere un po’ di pazienza, non esiste la bacchetta magica » ; per lui, per il potente amico, le accuse che per altri sono marchio d’infamia, lettera scarlatta, diventeranno invece prova chiara e manifesta, lampante, del « complotto dei poteri forti ».

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L’autografo di Fo

Tutti servi del potere i personaggi celebri, ma il personaggio celebre amico del guru della setta, diventerà « guida morale » per gli adepti. La scatola di rancore non sa di mezze misure, non conosce la sfumatura e l’ambiguità, l’incertezza ; vive nell’invettiva o nell’idolatria, bacia la mano oppure la morde (ed è, questa, una bella espressione di Michele Serra). Il mio quaderno di filosofia del liceo ce l’ho ancora, e sempre porterò in me il ricordo di quel giorno ormai lontano. E anche l’emozione provata a Parigi, un giorno di pochi anni fa, nel vedere alla Comédie-Française la rappresentazione di un testo di Fo – uno dei due soli italiani ad avere avuto, ancora in vita, questo onore (l’altro fu Goldoni).

Eppure, sapessi com’è strano: per volere un po’ di bene a Dario Fo non è necessario vederlo come una «guida morale ». Per rispettare gli altri, per accettarne l’esistenza non è necessario far di loro dei santini, delle immaginette votive. L’alternativa non è, non dovrebbe essere, tra l’esaltazione acritica e l’insulto selvaggio, tra il servo encomio ed il codardo oltraggio. Fo non lo era per niente, un santino, una “guida morale”. Fo, e sua moglie Franca Rame, erano stati capaci di mettere in pratica lo slogan « uccidere un fascista non è reato »: proteggendo, per pure ragioni di schematismo ideologico, Achille Lollo, Marino Clavio e Manlio Grillo, di Potere Operaio, condannati per l’assassinio di Virgilio Mattei (22 anni) e del fratello Stefano (che ne aveva dieci. Dieci), bruciati vivi nel 1973 a Roma, nel quartiere di Primavalle , perché figli del segretario di una sezione del Movimento Sociale. « Fascisti » da bruciare con il fuoco. “Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo”, aveva scritto Franca Rame ai compagni in difficoltà. E prima, Fo aveva partecipato con entusiasmo e dedizione (e anche qui in buona e numerosa compagnia, va pur detto) al linciaggio del commissario Calabresi.

Fo era anche questo : la faccia più intollerante, faziosa, schematica dell’ideologismo di estrema sinistra. Ed era anche un’altra cosa. Era quello della Comédie-Française, quello dello sketch di Canzonissima sulla RAI, che costò il posto ad entrambi, perché per la prima volta in televisione si osava parlare di incidenti sul lavoro ; quello di Mistero Buffo che aveva fatto scoprire a tanti l’esistenza di una religiosità popolare che era favola e rivelazione, non bigottismo e superstizione ; era quello della serata a Palazzo Doria Spinola, della generosità umana e della solidarietà sociale. Insomma, era fatto di tante cose. Non tutte belle e non tutte sante.

Come è spesso il caso per gli esseri umani. Se avete proprio bisogno di angeli, cercateli in paradiso, quando vi toccherà d’andarci. Se cercate mostri da disprezzare, contro cui rivoltare la vostra indignazione scatenata, cercateli all’inferno. Qui, per il momento, non siamo né in paradiso né all’inferno. Anche se all’inferno un po’ somiglia, questo mio albergo triste, a Porta Romana, al risveglio. Fuori c’è Milano, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce : e una scatola di rancore che, come ogni giorno ormai, si è rimessa in azione, a vomitare il suo odio - implacabile.

Maurizio Puppo


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