Altritaliani
Missione poesia

Poesia con Alessandro Quattrone : L’Ombra di chi passa

lunedì 10 ottobre 2016 di Cinzia Demi

Schivo e appartato Alessandro Quattrone ci propone l’ultimo suo lavoro, nutrito di silenzi e riflessioni nel suo “piccolo mondo antico” - per dirla con Fogazzaro – con il quale condivide la residenza sul lago di Como. “L’ombra di chi passa”, il libro di cui parleremo in quest’articolo di Missione Poesia, è metafora di ciò che resta dallo scorrere della vita.

Alessandro Quattrone è nato a Reggio Calabria. Vive e insegna a Como. Ha esordito nel 1984 con la raccolta di poesie Interrogare la pioggia (Lacaita), finalista al Premio Viareggio 1984 nella sezione "Opera prima"; con il successivo Passeggiate e inseguimenti (Book) ha vinto il Premio Internazionale Montale nel 1994. Dopo quasi venti anni dal precedente Rifugi Provvisori (Book), nel 2014 Quattrone ha pubblicato una nuova raccolta di poesie, dal titolo Prove di Lontananza (Book), terzo classificato nel Premio Internazionale "Mario Luzi" del 2014. E’ uscito poi nel 2015 con L’ombra di chi passa (puntoacapo editore)
Nel lungo periodo intercorso tra le ultime due raccolte di poesie, Quattrone si è dedicato alla traduzione di classici della poesia latina, inglese e francese, traducendo – tra l’altro - E. Dickinson, P. Verlaine, E.A. Poe, S.T. Coleridge, E.L. Master, W. Whitman, W. Shakespeare, A. Rimbaud, G. Apollinaire, C. Baudelaire, Ovidio, e alla stesura del suo unico romanzo, Ai bordi del diluvio, pubblicato nel 2002 (Moretti&Vitali). Quattrone ha anche collaborato con il musicista Daniele Battaglia, per il quale ha scritto i testi delle canzoni del secondo album, intitolato semplicemente Daniele Battaglia.

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Alessandro Quattrone e Cinzia Demi a Bologna

Conosco Alessandro Quattrone da diverso tempo anche perché, con questo suo ultimo lavoro, condividiamo la stessa Casa Editrice. E’ un autore apparentemente schivo e taciturno, “appartato” - così lo definiscono alcuni -, che sembra vivere isolato dalle luci dei riflettori della mondanità poetica (per quanto fioche esse siano), che si nutre di silenzi e riflessioni nel suo piccolo mondo antico - per dirla con Fogazzaro, dato che vive sul lago di Como che, se pure non è quello di Lugano, dov’è ambientato il romanzo, è un lago che molto ha a che vedere con questo autore, anche per altre ambientazioni dei suoi lavori, premesso poi che Valsolda è comunque in provincia di Como -.

Digressioni fogazzariane a parte, Quattrone sembra - anche dall’aspetto, dalla gestualità, dalla pacatezza con cui si relaziona con gli altri - un personaggio d’altri tempi. Un po’ sarà anche la sua indole calabrese, più incline alla quiete che al tormento, più disponibile al ragionamento che all’impulso, un po’ sarà la vicinanza con il lago che - da sempre - ha cullato, anche per la sua conformazione accogliente e avvolgente, pensieri capaci di lunghe estensioni, di quadrature tendenti alla tenuta nel tempo più che lampi pronti a squarciare la mente, ma senza costrutto e sostanza. Fatto sta che nell’analizzare L’ombra di chi passa, il libro di cui parleremo in quest’articolo, tali sue inclinazioni escono molto allo scoperto e, se pure non c’è solo questo a rappresentarlo ma, come vedremo, la sua poetica è ricca di complessità, articolazioni e contenuti molteplici, possiamo affermare come, ciò che maggiormente lo caratterizza, riesca a portare avanti una notevole valenza universale di certi suoi testi.

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L’OMBRA DI CHI PASSA

L’ombra di chi passa porta a corredo una notevole postfazione di Mauro Ferrari che, oltre ad essere poeta e critico letterario, è anche direttore editoriale della puntoacapo, casa editrice che ha pubblicato il libro. Ferrari sottolinea come la vena di Quattrone “sembri obbedire a una sorta di sorgiva naturalità che non impone tempi se non quelli della maturazione umana e artistica” in relazione al fatto che dalle sue prime pubblicazioni di poesia sono passati diversi anni, durante i quali l’autore ha lavorato molto sulla traduzione e sulla prosa (pubblicando anche il romanzo: Ai bordi del diluvio, Moretti & Vitali, 2002) e pensando certo anche a quanto, molto spesso, sia necessario attendere e lasciar maturare i lavori di scrittura - specie in poesia - prima di darli alle stampe.

Il testo che apre la raccolta appare come una dichiarazione di poetica dell’autore, che pone subito l’accento sulla contrapposizione tra le dimensioni opposte delle possibilità di comportamento nella vita: l’immobilità e il movimento, contrapposizione nella quale si potrebbero anche leggere il restare e l’andare, il conservare e il rinnovare con tutto ciò che ne consegue.

Da quanto si apprende l’ago della bilancia pende dalla prima parte, come a dire che la frenetica corsa dell’uomo non conduce alla verità e che sarebbe necessaria una maggiore riflessione sulle cose per arrivare a questa. Una poetica che contiene in tutto e per tutto - come sopra accennato - l’indole contemplativa e introspettiva dell’autore. Naturalmente non mancano in questo lavoro anche passaggi tumultuosi, che danno luogo a incontri e desideri, descrizioni umanizzate che raccontano la vita e il tempo, assenze e presenze nel segno delle metafore animalesche o legate al ciclo delle stagioni… Come un osservatore immobile, un “convitato di pietra” a cui tutto sembra in apparenza scivolare sul corpo - ma vedremo che non è proprio così - il poeta, spesso raffigurato, alla finestra incorpora e si lascia vivere addosso una innumerevole serie di piccoli eventi metamorfici che attraverso il corpo stesso di insetti, fiori, uccelli, ma anche agenti atmosferici e cambi di stagioni che si intersecano l’una nell’altra, dando il senso dell’ “accadere”, dei minuscoli impercettibili segni del movimento di rotazione della Terra dove tutto sembra - ripeto sembra - immobile ma in realtà è in perenne movimento.

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Adriano Mauri, Rose secche

E le rose secche - titolo emblematico della prima sezione della raccolta - non sono solo fiori, che hanno perso il profumo o la freschezza, ma anche simbolo del tempo, degli anni, del vissuto e si fanno aggancio per descrivere il gesto di una mano che non è solo pallida, ma anche fervida perché ha composto il vaso - che è la vita e ciò che rappresenta - e che dona con quel gesto l’eternità, fredda perché si getta nella morte, ma che permette di non dimenticare, di restare immersi in una dimensione, appunto, al di là della vita stessa.

Una lettura questa che vuol essere positiva se pure, quando non resta altro che l’ombra di chi passa - titolo anche della seconda sezione, cuore pulsante del libro - negli occhi smemorati di chi non avrà altro ricordo… non resta che aggrapparsi alla persistenza della speranza, come nel passaggio che dice: quegli amici in una festa passeggera,/ [che]obbedendo al comando segreto degli anni,/[…] promettono o conservano… sono disposti a lasciare che volentieri [li] ricopra/un’illusione come nevischio inaspettato. […] spinti ad una gioia/autentica: un fluire sotterraneo/speranzoso come un fiume carsico.

Andando avanti, a mio avviso inoltre, anche la terza parte, Ritratti in movimento, porta un suo notevole contributo al risultato finale dell’opera, per una comprensione della visione metafisica dell’autore nei confronti dell’esistenza: chi sono la donna e l’uomo dei quali vengono descritti con minuzia di particolari lineamenti, fisicità, gesti, accessori, colori, sensazioni provate e suscitate… si ha tanto l’impressione che si tratti di un gioco metaforico, di una concentrazione di simbolismi per mettere in scena ben più di due personaggi qualunque, bensì la vita stessa e il suo scudiero, il tempo. Infatti: se la vita, come pensiamo: nei grandi occhi annega/un’ipotesi d’amore non provata; se accompagna il giorno nel suo vertice,/concorre con i falchi e le farfalle/per suscitare un rapido stupore; se è una donna che si addentra/nell’ombra rubando alla notte/i suoi falsi emblemi, i suoi coltelli/d’argento e silenzio; se entra come un raggio e prende posto [e con gli occhi rivela] l’inestimabile languore voluttuoso/di essere segreta in mezzo a chi/troppo visibile, occupa ogni spazio; se la vita è questo, è a lei che il poeta si rivolge dicendo: canta sempre, tu, noi non possiamo/che ascoltare, sudditi entusiasti./Sapessi come la tua voce vince/ogni cosa!... mentre del tempo pensa che contiene in sé una morte leggera, l’eredità di uno splendido tormento,/la sontuosa legge del passato; pensa che celebra le montagne che non vede; che racconta la sua storia, che si aggiunge/come una nuvola al mattino; che tenta, rimanendo sempre uguale, di apparire come una farfalla illusa di essere futura. Certo, in questa parte, dove neppure il desiderio del poeta, darà la possibilità a quest’uomo e questa donna, di rincontrarsi un giorno - il tempo e la vita - ci sentiamo assai impotenti. Ed è come se, nell’ultima poesia della sezione, si pensasse ad una vita spezzata, portata via dall’estate: e un’ombra smarrita trattiene il richiamo,/trattiene il fiato e l’urlo del cortile … incapaci di reagire o di procedere.

Testi quindi all’insegna della consapevolezza della fugacità della vita, attraverso le sue mutazioni, dell’incalzare del tempo in un climax che assolve solo la luce di chi resta a consolare l’affanno, con l’aurora di un volto amato. Testi dove riecheggiano moti pascoliani di richiami sotto le ciglia e gelsomini notturni, di rondini e inquietudini novecentesche che formano un autore all’insegna del suo percorso culturale.

Alcuni brani da: L’Ombra di chi passa

Sapessimo imitare la saggezza
delle cose ferme al loro posto
da mesi o da decenni,
noi anime in continuo movimento
senza una terra né un giardino
dove obbedire muti alle stagioni,
sapessimo restare immobili
come quadri appesi alle pareti,
con i nostri colori che chiedono solo
di avere una forma e una cornice.

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La zanzara schiacciata sul muro
con il suo alone di sangue sbiadito
non ha un futuro da dimenticare
ma solo un tempo immobile e leggero,
un nulla inviolabile,
un addio senza distacco e senza meta.

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Pericolo scampato, pensa forse
la mosca volando via sorpresa:
un’altra mosca, a lei del tutto uguale,
è rimasta vittima dell’estate
crudele, che ha spinto una donna
a non starsene a pensare a chi le manca,
ma soltanto a che cosa eliminare
con la mano decisa e un’esultanza
modesta però definitiva.

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Qualcuno ha domandato.
Non sapeva, non sapeva nulla
di me, eppure mi trovava sempre
lì al solito posto nella mappa,
nell’obbligata sede dove mai
la primavera chiese della rondine
dispersa o forse solo sconosciuta.
Qualcuno ha domandato
chi fossi davvero, io volto solito,
io corpo inesplicabile, invisibile,
nota di una musica ultrasonica
o vento senza muri dove sbattere.
Chi fossi veramente ha domandato
qualcuno. Sì, qualcuno.

****

Domani ci sarà una visita,
pensa lei richiudendo la porta.
Bisogna ordinare la casa,
pulire i pavimenti, spostare
i libri, raccogliere i fogli,
preparare una metafora ingegnosa,
evitare la curiosità indiscreta,
sognare un’altra età, meravigliosa,
priva dell’attesa di ogni cosa.

Cinzia Demi
Bologna, ottobre 2016

*****

P.S.: “MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani.
Per scoprire i contributi già pubblicati:
http://www.altritaliani.net/spip.ph....

Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it


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