Altritaliani

Da San Diego con amore, di Chiara Carnelos

L’italiano studiato nella UCSD, University of California San Diego.
sabato 15 agosto 2015

Seriamente e con molto divertimento, la "nostra" Chiara Carnelos, docente d’italiano all’University of Calfornia San Diego, ci parla dei suoi allievi. Come in un breve e gustoso racconto; la passione, l’impegno e il divertimento volontario e involontario di una italiana che insegna in America. Docenti che insegnate l’italiano nel mondo unitevi e raccontateci i vostri alunni!

"Che occhi grandi che hai!"

"Per vederti meglio bambina mia."

"Che bocca grande che hai!"

"- Pears (sì, sì, come Pears Brosnan, uno degli 007), mi sai dire che cosa risponde il lupo travestito da nonna?"
- "No, grazie."
Avete capito bene, con la sua risposta cortese, laconica (non nell’eccezione greca - spartana, ma piuttosto in uno strascico che sconfina con la pigrizia) scatena l’ilarità della classe e la mia.

30 studenti americani a livello Beginner 1AX, o secondo il Quadro di Riferimento Europeo, Italiano 1-2. Siamo alla settima, ore di contatto : sei alla settimana. Italiano il lunedì, il martedì, il mercoledì, via fino al venerdì. Poi compiti a casa, incredibilmente tecnologici: podcast, websites da analizzare, canzoni da ascoltare su youtube, corrispondenze telematiche con ipotetici ventenni italiani, blogs.

Ogni classe all’Università della California San Diego è attrezzata con dvd, computer, proiettori, quelle che noi chiamiamo "isole tecnologiche" che fanno penare gli insegnati veterani e fanno la felicità delle new entries. Anche la mia, che mi colloco a meta fra i vet. e i new.

In classe posso parlare solo italiano. Questo mi porta a rafforzare lo stereotipo degli italiani che gesticolano come matti. Per forza! Arrivo in classe, tu studente, non hai mai sentito una parola d’italiano ( forse, pizza, spaghetti e gelato) ed io che devo fare? Mi produco in una coreografia strana che comprende balletti, musiche canticchiate, disegni meno che “picassiani” alla lavagna, nella speranza di farti capire, a te studente americano, che alla domanda: "Io mi chiamo Chiara. E tu?", tu devi rispondere con il tuo nome.

Nome che magari non capisco, che confondo, come nei casi di Jennifer e Jessica, Lindsay e Leslie o Tayler e Tyler. Oh beh, qui, negli USA, mi devo sempre misurare con l’abbruttimento del mio di nome. Chiara non è mai Chiara. Piuttosto: Ciara, Tiara, Sciara, Cara, addirittura Chianti. Quando non ne posso più, dico di chiamarmi Maria. Il problema è che poi l’istinto di girarmi quando chiamata, viene meno.

Torniamo ai miei studenti. Mentre fanno un esercizio a coppie, seguendo la mia indicazione di esagerare la pronuncia e parlare come "rane", li osservo e mi chiedo: chi siete, come siete e perché volete imparare questa lingua bellissima?

Mike, una cuffietta dell’Ipod che gli pende sulla spalla (non sono sicura che l’abbia spento), capelli che lo rendono almeno 4 cm più alto grazie ad un uso tattico del gel, comunica con Svetlana, studentessa russa che ride ogni due minuti, non lo so il perché. Una volta gliel’ho chiesto e mi ha risposto: "Mi dispiace". "A me no", le ho risposto, "solo ridi piano che altrimenti disturbi i compagni".

Michael, un cognome italiano, è piccolo piccolo, biondino, con occhiali troppo grandi per la sua faccia, ma quando parla ha la voce di un uomo fatto; Peter, che ti osserva con quegli occhi da rapace come se potesse leggerti dentro e sperasse d’imparare l’italiano via telepatia; Trevor che arriva prima di me in classe e disegna sulla lavagna pupazzetti simpatici perché sa che mi piacciono (non li cancello mai); Amy di etnia cinese che ad ogni esercizio si diverte, si vede che le altre classi sono più noiose (grazie alla matematica, alla fisica e alla chimica che rendono il mio lavoro piacevole); Ana, messicana, timida, gentilissima si siede sempre nell’ultimo banco.

Polina, ah Polina. All’inizio del corso, ha avuto la cattiva idea di rispondere ad una domanda diretta a me. “-PO-LI-NA, quanti studenti vedi in questa classe? -Non so, trenta? -Ecco, e quante insegnanti vedi? -Una. -Chi? -Tu. -Brava.”.

Deborah. Spiego un argomento difficile, vedo la sua mano che si alza dal fondo della classe e penso : “Che bello! Una domanda pertinente.” Invece no. “-Chiara, cosa hai scritto li`? E`, A o O? - Una A Deborah, una A, posso continuare?”.

Lana, come il nome della protagonista di un cartone Manga che guardavo da piccola. Etnia sconosciuta (in America è tabu chiedere a meno che non te lo dicano), occhi a mandorla, capelli lunghi parla con Monica, che mi scrive sempre mail cortesi che cominciano con "bonjorno", e io mi chiedo, non potrebbe controllare lo spelling dell’unica parola che mi scrivi in italiano, no? Comunque mi è simpatica, perchè mia sorella si chiama Monica e mi rende il gioco del memory dei nomi più facile.
A destra, Ta Doo (per gli amici Teddy), vietnamita, occhiali, capelli con l’ondina stile roccanbilly; Max innamorato perso di Alexandra, sua compagna di banco che ricambia (io faccio finta di non vedere i bigliettini e i sorrisi perché amore viene prima di tutto); Diego, che tiene sempre il suo cappellino da baseball in testa, sole o nebbia, mattina o pomeriggio.
- "Chiara perche ce l’hai con me? Mi chiami sempre! -Se ti chiamo è ovvio che penso tu sappia la risposta, quindi dovresti esserne felice, ma se preferisci non ti chiamo. -No, no! Chiamami allora.” Sorrisetto.

Davanti a me, Rene, ragazzo intelligente e perspicace; Kendra con i capelli biondi non so bene quanto capisca, ma pare divertirsi a parlare con Stephanie: ritratto della salute, pomelli rossi, bionda con gli occhi azzurri e il cerchietto. Caitlin, israeliana e Leslie palestinese conversano tranquillamente; chi lo sa cosa pensano.

Pears insiste a battere prepotentemente sui tasti del suo computer, so con certezza che non sta prendendo appunti perche scrive anche quando non parlo e quando lo chiamo invitandolo a dare una risposta, si confonde, lascia il computer con dispiacere e guarda il libro spaesato.
- “Non fa niente Pears, siamo a pagina 110, 1-1-0, esercizio B.-“ Krystle, che si è appena tolta il gesso viola dal piede, non sa più stare seduta e ride con i compagni dell’ultima fila. Mina e Wendy sono sempre le prime ad arrivare, prendono appunti, seguono, annuiscono.

Emilie ha la mamma francese, parla francese con una fluenza quasi nativa, ho l’impressione che si annoi in classe; Jessica trascrive quello che scrivo alla lavagna, poi guarda il quaderno. Quando chiedo se qualcuno vuole leggere si guarda la punta dei piedi. Kimberly ha un fidanzato italiano e vuole parlare con lui e la sua famiglia quindi si impegna al massimo (tranne l’occasionale accoppiata: occhiata-risata soffocata con Svetlana).

E poi c’è Mary. Mary è magrissima, bassissima, silenziosissima, biondissima, bravissima. L’altro giorno si è presentata in classe con due amici: un italiano di Ravenna e un ragazzo albanese che parla italiano tanto bene quanto me. Sono venuti a "colloquio" per sapere come va Mary. Sono rimasta basita. In America è proibito parlare con chicchessia dei risultati accademici di uno studente. Per via della privacy non ne posso parlare nemmeno con i genitori, figuriamoci con due amici. Guardo Mary, guardo loro, riguardo Mary che sta zitta. Mi salva la campanella, devo iniziare la lezione e per fortuna mia, solo gli studenti regolarmente iscritti e che risultano tali dal mio registro, possono frequentare le lezioni. Stringo la mano, saluto trascinandomi dietro Mary.
Chiudo la porta ed ecco che Deborah, non appena scrivo la data, alza la mano. Chissà quale delle lettere della parola "novembre" non riesce a leggere...

Chiara Carnelos
San Diego
15/11/09


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