Altritaliani

L’Italia come cura al malessere romantico

lunedì 26 settembre 2016 di Giulia Del Grande

Sono molti gli uomini di cultura che fra il ‘600 e il ‘700 hanno percorso l’Europa ponendo come meta conclusiva del loro viaggio l’Italia. Tale esperienza, formativa ed essenziale nell’esistenza degli intellettuali dell’epoca, prese il nome di «Gran Tour», coinvolgendo artisti, aristocratici e letterati provenienti principalmente dal Nord Europa. Il «Grand Tour» è stato definito il primo esempio di «turismo di massa» di cui l’Italia costituiva una meta fondamentale.

Uno fra i più noti aforismi dell’erudito Samuel Johnson (1709-1784) recita così: «Un uomo che non sia stato in Italia sarà sempre cosciente della propria inferiorità, per non avere visto quello che un uomo dovrebbe vedere».

A dispetto di quello che si potrebbe pensare, i viaggiatori dell’epoca non erano attratti solamente dalle antiche vestigia romane e dalle bellezze architettoniche rinascimentali, ma anche dal clima mite, nella speranza di migliorare la propria salute (come accadde al poeta inglese John Keats).
Ci furono altri invece che videro nell’Italia l’unica via percorribile per placare le sofferenze dell’anima. Sto alludendo ovviamente ai romantici e, in particolare, ai celebri Goethe e Stendhal dei quali cercheremo di capire le speranze riposte e le emozioni che suscitò in loro il Bel Paese.

Johann Wolfgang (von) Goethe

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Goethe, quadro di Joseph Karl Stieler del 1828

Goethe (1749-1832), poeta, narratore e drammaturgo tedesco, è ritenuto uno fra i geni più poliedrici della storia moderna. Egli manifestò il suo malessere e rigetto nei confronti della società dell’epoca dando libero sfogo ai propri sentimenti, contribuendo così al cambiamento radicale della coscienza culturale tedesca ed europea.
Il celebre romanzo epistolare Die Leiden des jungen Werthers, meglio conosciuto in Italia come I dolori del giovane Werter (1774), divenne ben presto una delle icone del movimento romantico. Per capire realmente la personalità di Goethe, è necessario spendere qualche parola sul personaggio. Per Werther, che non accetta i compromessi e soffre dell’indifferenza e dell’ipocrisia dell’animo altrui, la vita è fatta unicamente di azioni impetuose e di rimpianti. L’insoddisfazione costante dell’animo del giovane, che solo in rari momenti riesce a placare attraverso il contatto con la natura, lo condurrà alla morte, soluzione definitiva alle sue sofferenze.

Relativamente ad uno dei suoi viaggi in Italia (da lui definito «Il paese dei limoni»), riporto di seguito due delle Elegie Romane del 1786. Fu a Roma, infatti, che Goethe trovò l’esatta sintesi fra natura e arte, passato e presente, spiritualità e sensualità, che contribuirono al rifiorire della sua attività poetica.

Elegia VII

“Come lieto mi sento qui in Roma! Ripenso quel tempo,
In cui laggiù, nel norte, grigio opprimeami il giorno.
Torbido il cielo e grave sul capo pesavami, e muto
Di colore e di forma stendeasi intorno il mondo.
Ed io su me spiando de l’animo ognora scontento
La fosca via, cadevo muto sui miei pensieri.
Or lo splendore irradia del liquido aere la fronte;
E Febo, il dio, colori m’èvoca innanti e forme.
Chiara di stelle splende la notte vibrante di suoni;
Più che nordico sole fulge per me la luna.”

Elegia XV

“(..) Pria tanto tempo a notte! poi altre quattr’ore d’attesa!
Almo Sole, tu indugi e la tua Roma ammiri.
Mai nulla di più grande vedesti, mai nulla vedrai,
Te ’l predisse, ne l’estro, tuo sacerdote, Orazio.
Oh, ma per oggi, o Sole; su lei non t’indugia, e lo sguardo
Dai sette colli storna spontaneo e più veloce.
Per amor d’un poeta quest’ore magnifiche abbrevia,
Cui con avido sguardo gode il pittor felice;
Agli alti fastigi vermiglio or via lesto saluta,
A le colonne, ai templi, agli obelischi in cima;
Quindi nel mar precipita! Domani più presto vedrai
Qual’almo t’han serbato gaudio i secoli”

L’autore in quest’opera canta l’amore verso Faustina una donna che sembra aver seguito fino a Roma. A tal scopo, il poeta dà luogo a metafore e citazioni letterarie (principalmente relative alla letteratura greca), ricordando le bellezze artistiche della città e le grandiosità dei protagonisti politici. Si direbbe che l’autore frema ogni notte nell’attesa del giorno, ovvero del sole, che rivelerà a lui i sette colli, irradiando di bonheur il genio dell’artista.

Stendhal

Stendhal (1783-1842), poeta e scrittore francese, a differenza dell’artista tedesco, proviene da una formazione di stampo illuminista, ponendosi a cavallo fra realismo e romanticismo. Mostrando infatti le tipiche sofferenze dell’animo romantico, Stendhal è ricordato per la modernità del ritmo narrativo, per il rifiuto delle espressioni liriche e per aver espresso il sentimentalismo in un’ottica realista.

Nota a tutti è l’opera Vita di Henry Brulard (1835-1836), in cui l’autore ripercorre le fasi della propria esistenza. Lo scritto nasce come un romanzo autobiografico per necessità introspettive dello scrittore, sfruttando la possibilità di esprimere il rifiuto della realtà in un racconto di finzione.
Come si può evincere dal testo, Stendhal rimase fortemente colpito dalla morte della madre e, volendone scoprire le origini italiane, si recò nel paese. Arruolandosi nell’armata napoleonica italiana, ebbe la possibilità di andare per la prima volta a Milano e, la visione della città, sembra che lo abbia emozionato a tal punto dal poterne parlare come del momento più alto della «felicità stendhaliana».

Egli ritornerà più volte in Italia anche dopo la caduta di Napoleone. In particolare risiederà a Milano per sette anni (1814-1821), un periodo definito dallo stesso «la fleur de ma vie». In quell’occasione nacquero diversi scritti, fra cui Histoire de la peinture en Italie (1817). Un’opera dal carattere più personale Rome, Naples et Florence, scritta in quello stesso periodo, potrebbe far pensare che lo scrittore abbia lasciato Milano per visitare il resto del paese ma, in realtà, egli utilizza unicamente l’immaginazione. È sempre a Milano inoltre, influenzato dal romanticismo italiano dell’epoca, che scriverà due opuscoli intitolati Racine et Shakespeare, Vie de Rossini e, nel 1829, Promenades dans Rome.

Stendhal mostra un reale entusiasmo nei confronti del Bel Paese di cui parla anche in termini molto affettuosi. Nel ricordo dell’italianità della madre, Henry afferma: «la vera patria è quella dove ci sono più persone che ti somigliano», descrivendo l’Italia come il paese dove tutti vorrebbero morire. Nell’universo di Stendhal, la sensibilità è la chiave d’accesso alle gioie fisiche e spirituali; non è possibile conoscere il mondo che attraverso le proprie sensazioni nelle quali si ritrova anche l’origine della felicità.

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Vesuvio, veduta anonima dell’Ottocento.

Potremmo chiederci, infine, se l’Italia continui a suscitare quel tipo di attrattiva romantica in ognuno di noi. Chi non si è mai emozionato, almeno una volta nella vita, gioendo fino alle lacrime e chi non ha mai sofferto abbastanza dal pensare che niente e nessuno si meritasse più il nostro affetto? Seppur in brevi momenti e in diversa misura, siamo tutti un po’ romantici. E forse è proprio questa nostra parte, istintiva e passionale, che continua a farci amare questa Italia dai borghi antichi e dai dolci, ridenti o malinconici paesaggi.

Concludendo, sono certa che tutto ciò che abbiamo descritto esista ancora nel Bel Paese e che molto altro debba essere scoperto. Seppur qualcuno potrà dire che i paesaggi sono cambiati, che le città hanno perso il fascino di un tempo e che la cultura è diventata una merce di scambio, gli occhi sono i medesimi e, grazie alla nostra sensibilità e immaginazione, sapranno sicuramente vedere oltre. O almeno, dati i benefici e «romantici» risultati, credo valga la pena provarci.

Giulia Del Grande

Giulia Del Grande, dottoranda in Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo presso l’Università per Stranieri di Perugia, in co-tutela con l’Università Jean Jaurès di Toulouse.


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