Altritaliani
La pillola di Puppo

« Fertility day » : ad ogni autunno finisce l’estate.

sabato 10 settembre 2016 di Maurizio Puppo

Avete ragione. La campagna sulla fertilità, promossa dal ministero italiano della salute, non è stata quella grande idea. Lo so anche io. E ha suscitato una reazione all’unisono, da « tutt’ad un tratto, il coro » : dateci lavori stabili, stipendi decenti, asili nido efficienti, e vedrete che ne faremo, di figli. Senza bisogno di campagne da « stato etico » o di celebrare un « fertility day » (perché poi inglese e non in italiano, è un mistero). E in questo tipo di reazione, un elemento razionale (come negarlo ?) c’è. E c’è una visione anche giusta della situazione italiana, ecco, c’è tutto questo.

Però c’è anche un però. E cioè che le giuste (giuste) lamentele sulla precarietà, le sacrosante (e sottolineo sante) rivendicazioni in termini di stabilità e servizi, temo finiscano poi anche per servire un po’ da scusa, da giustificazione. Per celare un altro aspetto della realtà. Che non nega il primo, ma che lo integra e che è anch’esso reale.

In Italia, da tempo, esiste una difficoltà sociale, antropologica, psicologica, culturale, ad accettare l’ingresso nell’età adulta. Una difficoltà, secondo me, che le condizioni socio-economiche di cui ho parlato spiegano solo in parte. Anche la mia generazione, quella delle persone nate negli anni Sessanta (astenersi spiritosoni e perditempo), di figli ne ha fatti pochi. Eppure, in generale, noi figli del miracolo (non nel senso dell’immacolata concezione. Nel senso del « boom » economico) abbiamo goduto di discreta stabilità economica e di sufficiente facilità nell’ingresso nel mondo del lavoro. Eppure io potrei dire di avere visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia. Una follia familista. Ho visto giovani adulti con solidi impieghi (architetti, ingegneri, insegnanti, bancari), tenere soldi e mani in tasca, serviti e riveriti a casa dei genitori, imprigionati in una eterna e immobile stanza di figlio. Una cameretta. Una comoda prigione. Invischiati nella galera della colazione pranzo cena pronte e servite, dei vestiti lavati e stirati, di tutte quelle comodità che costano care, perché il prezzo che si paga per averle è la rinuncia alla propria, di vita. Ho visto non solo le menti migliori della mia generazione, ma persino quelle peggiori, farsi dire dalla mamma : « non capisco, perché vuoi andare via ? Non stai bene qui ? Lo sai che sei libero, puoi fare quello che vuoi, cosa ti manca ?». Ricordo un ragazzo che ragazzo non era più. Aveva poco meno di trent’anni. Viveva con i genitori, a Genova. Per ragioni di lavoro dovette trasferirsi per un periodo temporaneo, in una cittadina del basso Piemonte. I genitori (i genitori : non lui) gli trovarono un alloggio. I genitori (non lui) glielo arredarono. La madre, ogni santissimo giorno, partiva in treno e, mentre lui era al lavoro, gli riempiva il frigorifero con piatti cucinati, pronti da mangiare, accuratamente protetti dalla carta stagnola. E già che c’era andava a sbrigargli le pratiche. All’ufficio postale, alla banca. Diceva : « lo-sai-che-lui-se-fa-la-fila-poi-mi-si-innervosisce». Parlando come una macchinetta. « Lui », lui eterno figlio. Era cupo e ombroso: eterno conflitto con il padre, in apparenza nessun rapporto con le donne. La madre si interrogava: « chissà-come-mai-mio-figlio-è-così ! ». Candidatura al Nobel per la perspicacia. Un incubo. Un lager. Da manuale di Edipo. Da universo concentrazionario di un libro di Soljenitsyne o Šalamov. La prigionia in un’adolescenza eterna, che diventa poi (prima di quanto si pensi) l’invecchiare senza mai essere stati adulti. Un oggi che pretende di essere eterno, e che non accetta l’esistenza di un futuro.

Ma il futuro (che è furbetto e ostinato) entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada, come ci spiegava bene il caro Rilke. Ho visto ragazzi svegliarsi di colpo ormai non più ragazzi, con il grigio alle tempie, e magari solo a quel punto « uscire di casa ». Come si fa in Italia: sposandosi (possibilmente in chiesa, non per fede –benissimo ! – ma perché così fan tutti). Prendendo tutte le cose (anche l’interrogativo sulla voglia di diventare genitori o no) con una placidità che non era serenità o saggezza – benissimo ! - ma attendismo, immobilismo, inerzia oblomoviana. Ripiego nel nido familiare come difesa dall’esperienza dell’ignoto. Per poi, un mattino andando, scoprire che per vivere la vita, per goder la stagion lieta, per fare un figlio se lo si desidera, o per mille altre cose, ormai è tardi. Lo so ch’è l’ora, lo so ch’è tardi, ma un poco ancora lascia che guardi. Dice il poeta.

In fondo è quello che dice anche la vituperata e criticabilissima campagna del ministero. Anche se certo non lo dice bene come Pascoli : « il tempo passa ». « Non si è giovani e fertili per sempre ». Il modo ancor vi offende ? Va bene. La campagna del ministero è paternalistica? D’accordo. Ignora ostacoli economici e sociali che invece ci sono eccome ? D’accordo.

Ma poche carabattole : in un paese come la Svezia l’età media in cui si va a vivere da soli è meno di vent’anni, dice l’Eurostat. In Italia, 30. Le condizioni economiche contano, ma non bisogna credere che tutti i ragazzi che in Svezia, o in Danimarca, o in Francia, a vent’anni abbiano condizioni economiche ideali, o migliori di quelle dei trentacinquenni italiani, che in maggioranza (due su tre !) vivono con almeno uno dei due genitori. Temo che molti giovani italiani pensino (indotti da un clima sociale, da un conformismo diffuso, da un « familismo amorale », da un clima soffocante da Dublino di Joyce) che per vivere autonomamente sia indispensabile avere un tenore di vita almeno equivalente a quello dei propri genitori.

Ho fatto una mia personale statistica (vale quel che vale : la metà di niente). Tra coetanei, amici compagni di scuola o conoscenti, in Italia, quanti di loro sono usciti dalla casa genitoriale accettando di vivere in condizioni magari un po’ precarie, « giovanili », in piccoli appartamenti condivisi, senza elettrodomestici, senza televisione ? Pochissimi. Mentre se si guarda fuori dall’Italia, immediatamente si trovano storie ben diverse : ventenni che si sono adattati a vivere in case di pochi metri quadri con servizi in comune, piccole comuni studentesche, storie di giovinezza e di libertà. L’età media per il conseguimento della laurea, in Italia, se si considera il titolo di studio equivalente a quella dei vecchi ordinamenti (diciamo 3 anni più 2), risulta più o meno di 28 anni. Visto che la famosa maturità la si fa a 19, e 19 più cinque fa 24 (almeno una volta, quando andavo a scuola io, lo faceva), me lo dite perché gli studenti italiani ci mettono in media quattro anni di più ? Non credo si possa considerare l’università italiana esageratamente selettiva o ardua. Anzi. E una media di 28 significa, più o meno, che per uno studente che si laurea a 26, ce ne sarà uno che si laurea a 30. Undici anni all’università ? Certo, esistono casi specifici - studenti lavoratori, interruzioni degli studi - che sfociano poi in lauree tardive del tutto spiegabili e giustificate. Ma qui si parla della media. Per un titolo equivalente, in Francia, la media risulta più vicina ai 23 o 24. E almeno su questo punto le condizioni economiche, i servizi scadenti, gli asili nido che mancano (tutte cose vere, ripeto, tutte cose per cui è giusto e anzi indispensabile battersi) non c’entrano molto.

C’entra di più, forse, un’idea di società che, da molto tempo ormai, da quarant’anni e più, vuole conservare eternamente ai giovani quel loro status che, sebbene invidiabile, è invece per sua natura effimero. C’entra una società che si basa su un patto perverso. Il patto tra i figli a cui è permesso e anzi imposto di fingersi tali oltre ogni ragionevole limite (così non si sbattono a lavarsi i calzini) ; e i genitori che trovandosi figli ormai adulti, a volte quasi vecchi a ciabattar per casa, non corrono il rischio terribile (il più temuto, per tante coppie) di ritrovarsi da soli, faccia faccia a non sapere cosa dirsi (il che invece avrebbe il vantaggio di farci capire bene il formidabile aforisma di Flaiano : « ci innamorammo a prima svista »). E tutti, figli e genitori, giovani e vecchi, sempre a dire che non è colpa loro, tutti, come nella chiusa di « L’éducation sentimentale », ad accusare le hasard, les circonstances, l’époque où ils étaient nés.

La campagna del governo sarà quel che sarà, e siamo d’accordo. Non è giusto vedere le donne come prodotti con la data di scadenza, è evidente. Lo Stato deve pensare a garantire condizioni sociali propizie e a entrare il meno possibile nella sfera individuale, meno che mai in quella affettiva e sessuale : verissimo. Avere dei figli deve essere una scelta libera e consapevole, e non una specie di « obbligo » sociale : sacrosanto. Ma bisogna pur dirlo: dopo domenica, è lunedì, e questa non è un’invenzione di Beatrice Lorenzin, ministra della salute. La pubblicità, la letteratura consolatoria, gli stereotipi di ottimismo modernista ci hanno bombardato di messaggi del tipo « l’età non conta, conta come ci si sente, ecc ecc » ? Ebbene, sono sonore cazzate. Detto con il rispetto che si deve alle cazzate. L’età conta eccome.

Le stagioni della vita, tutte, valgono la pena di esser vissute, ma è sciocco pensare che siano davvero equivalenti. E non c’è nulla di più ridicolo di un adulto che si ostina a spacciarsi per un ragazzino. In Italia nascono pochissimi bambini. Se I giovani uscissero dal guscio un po’ prima, avrebbero più tempo per scegliere se averli o no ; e magari, qualunque sia la scelta, per avere meno rimpianti più tardi. C’è una stagione per ogni cosa. Quando ci illudiamo di poter sempre rimandare, di avere a disposizione un tempo infinito, è bene ricordarsi (con Guccini) che ad ogni autunno finisce l’estate. E che, se per cominciare a vivere si aspetta di imparare a farlo, o di avere le condizioni ideali, si rischia di non vivere mai. Le temps d’apprendre à vivre, il est déjà trop tard.

Maurizio Puppo


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