Altritaliani

1°settembre Venezia Mostra del cinema: Wenders suscita dibattito.

Ecco a voi i film visti ieri a Venezia dalla nostra équipe. "L’amore per il Cinema ci fa star sempre sulle spalle dei giganti". Suscita dibattito l’ultimo film di Wim Wenders, Les Beaux jours d’Aranjuez, di cui vi proponiamo due punti di vista diversi: il cinema di livello fa sempre discutere e a noi piace il confronto. Allo spettatore la parola finale! Il film "proibito" del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf inaugura la sezione della Mostra dedicata ai grandi restauri: “È facile far tacere il regista, ma è impossibile sopprimere il cinema”.

VENEZIA 73
LES BEAUX JOURS D’ARANJUEZ (3D) di Wim Wenders
(Francia, Germania, 97’, v.o. francese s/t italiano) con Reda Kateb, Sophie Semin, Jens Harzer, Nick Cave
In uscita nelle sale mondiali il 2 novembre 2016, mentre in Francia anticipatamente il 5 ottobre

Les beaux jours d’Aranjuez mette in scena un dramma di un amico di lunga data, Peter Handke. Il sottotitolo è Un dialogo estivo. Così Wenders presenta inizialmente il suo ultimo film in concorso a Venezia quest’anno, alla 73a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e lo fa in 3D, per rendere tutto più vero, più vivo per sua stessa ammissione.
Il regista tedesco, da tempo una vera icona nel campo del cinema, torna dietro alla m.d.p. dopo Il sale della terra, il bellissimo docu fatto a 4 mani col figlio Juliano Ribeiro sull’immenso fotografo brasiliano ora vivente a Parigi, Sebastião Salgado, uscito due anni fa e non molto ‘visto’, purtroppo se non in cine-festival o sale d’essai.
Apparentemente e semplicemente è una pièce teatrale se non fosse per la location, scelta, un meraviglioso buen retiro voluto da Sarah Bernhardt su una collinetta di 180 metri dell’Ile de France, a due passi da Parigi – come ha precisato lo stesso Wenders in conferenza-stampa stamane.
Un luogo che diviene esso stesso personaggio, parte integrante del dialogo-vicenda che si instaura tra due persone, un uomo ed una donna, ‘supervisionati’ da uno scrittore che dovrebb’essere il dio-regista che muove i loro fili esistenziali dall’interno della casa, ma che, ad un certo punto scompare, quasi perdendo la sua…ragion d’essere nel film.
E rimangono loro due, estrema propaggine di un racconto d’amore un po’ alla Rohmer (Les contes d’été… e si svolge d’estate, per l’appunto…), sull’incomunicabilità che, spesso, è presente nel rapporto a due, maschile e femminile, sia che si parli di sesso che di se stessi. Un dialogo che rimane interlocutorio – e non potrebb’essere altrimenti – un non-finito.
Ma il paesaggio la fa da padrone, personaggio esso stesso, come si diceva: come nel capolavoro di Giorgione, La tempesta, in cui ciò che sta dietro ai personaggi ‘marginali’ è il tempo atmosferico che la natura-sfondo sta decidendo di esprimere. Dunque un omaggio alla pittura, questo di Wenders – considerata la location, quasi un quadro di Monet - ma anche alla letteratura, come punto di partenza (Handke) e, soprattutto, quasi ‘a tutto tondo’, al cinema, la Settima Arte che tutte le comprende.
Facile ritrovarvi citazioni all’ultimo Paul Vecchiali, corso-francese che, a sua volta cita Le notti bianche di Luchino Visconti, ma, su tutti, e non a caso, c’è Michelangelo Antonioni. Con lui Wenders collaborò notevolmente per il suo penultimo film Par delà les nuagesAldilà delle nuvole, del 1995, presentato a Venezia quell’anno, girato in parte a Ferrara, facendogli da ‘spalla di lusso’. Ma la lezione antonioniana è ancora una volta nel paesaggio, in quello stormire di foglie al vento che son una glossa alla pellicola e la si ritrova sia ne La notte che in Blow up. Ed anche quella ‘certa’ incomunicabilità tra uomo e donna – per tornare ellitticamente al plot del film – molto ricorda ancora Michelangelo, ma non è una colpa.
L’amore per il Cinema ci fa star sempre sulle spalle dei giganti, pur se giganti noi stessi, come nel caso di Wenders. E la chiosa al film non poteva che essere visiva, ossessivamente e dolcemente, visiva: la Saint Victoire di Paul Cézanne, un ‘amore’ di tutta una vita…
(Maria Cristina Nascosi Sandri)

LES BEAUX JOURS D’ARANJUEZ: ALTRO PUNTO DI VISTA SULLO STESSO FILM.

Wim Wenders non appare migliorare con l’invecchiamento, come accade invece ai grandi vini. Porta questa volta sullo schermo un testo teatrale di Peter Handke. Scegliendo una location strepitosa. Una collina che domina Parigi da lontano, nella casa che fu dimora di Sarah Bernard. Dove si sente solo il fruscio del vento. In pratica solo tre protagonisti. Uno scrittore alla macchina da scrivere. E un uomo ed una donna che discutono in giardino, materializzando le fantasie dello scrittore. Il tema fondamentale è quello della comunicazione, o meglio della incomunicabilità tra uomo e donna. I dialoghi sono alti, filosofici, aulici. A tratti psicanalitici. Recitati con lunghi monologhi. Il tutto ripreso in 3D per dare maggiore inclusione agli spettatori nella scena paradisiaca. Un testo eccellente per una rappresentazione teatrale. Buono per un radiodramma. Ma noiosamente statico, cerebrale e verboso per il grande schermo. A volte verrebbe la voglia di ricordare il significato epistemologico, o anche solo meramente etimologico della parola “cinema”, che deriva da “movimento”.

Curiosità : ad un certo punto lo stesso scrittore se ne va ed abbandona i due al loro certamen filosofico. Probabilmente annoiato a sua volta, come gli spettatori, che lasciano la sala con regolarità impressionante durante tutta la durata del film.
(Catello Masullo)

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VENEZIA 73
ARRIVAL di Denis Villeneuve
(Usa, 116’, v.o. inglese/heptapod – linguaggio inventato s/t italiano/inglese) con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg.

E’ sbarcato alla Mostra di Venezia, in concorso “Arrival” del talentuoso regista canadese Denis Villeneuve che già nel 2010 era alla kermesse lagunare alle Giornate degli Autori con “La donna che canta” che aveva ottenuto il plauso del pubblico e della critica. Il regista di “Sicario” (candidato a ben tre premi Oscar nel 2015) questa volta si è cimentato con la fantascienza. Tutto ha inizio un giorno con delle misteriose astronavi a forma di sasso che atterrano in vari punti del pianeta, tra i quali anche gli Stati Uniti. I militari contattano allora un’affermata professoressa di linguistica, Louise Banks (l’attrice Amy Adams) e un luminare della matematica e fisica (Jeremy Renner) per instaurare un approccio con la razza aliena. Mentre una parte dell’umanità è pronta a innescare una reazione bellica contro coloro che potrebbero rivelarsi una forma di vita superiore ed ostile, Banks e la sua squadra lotteranno contro il tempo per decifrare il linguaggio alieno e conoscere le loro effettive intenzioni. Per trovarle Banks azzarderà una scelta che rischierà di mettere in pericolo la sua vita e forse l’esistenza dell’umanità. La storia, tratta da un racconto di Ted Chiang, uno tra i più affermati autori fantascientifici contemporanei, è girata con flashback e flash-forward, che rimandano a suggestive dimensioni spazio-temporali da seguire con attenzione. Villeneuve tratta la materia in un modo non scontato, con rimandi anche new-age, dove mette in primo piano l’intensa protagonista Louise-Amy Adams in una parte dove il ruolo di intuitiva docente e affettuosa madre di una bambina le sono molto congeniali.
(Andrea Curcione)

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VENEZIA 73
EL CRISTO CIEGO di Christopher Murray
(Cile, Francia, 85’, v.o. spagnolo s/t inglese/italiano) con Michael Silva, Bastian Inostroza, Ana Maria Henriquez, Mauricio Pinto.

“El Cristo Ciego” è il primo film diretto dall’ attore statunitense Christopher Murray, che ha avuto ruoli da comprimario in pellicole come “Il rapporto Pelican”, “Virtuality”, “La giusta causa”, “The Man – La talpa”. La storia, drammatica e poetica, ambientata ai giorni nostri nelle zone desolate del deserto cileno, vede protagonista Michael (l’attore Michael Silva) il quale da ragazzino è convinto di aver avuto una manifestazione divina nel deserto. La gente del suo villaggio non gli crede e lo prende in giro. Un giorno verrà a conoscenza che un suo amico d’infanzia ha avuto un incidente di lavoro che lo ha reso zoppo ad una gamba. Michael allora abbandonerà ogni cosa per intraprendere a piedi nudi un pellegrinaggio per raggiungere il villaggio dove vive il suo amico per guarirlo mediante un miracolo. Durante il cammino incontrerà delle persone bisognose di fede che lo seguiranno. A loro Michael racconterà delle storie, come delle parabole, che serviranno a esempio di fede. Murray mette in luce la la speranza, la religiosità che sono una delle poche risorse di una popolazione che vive in miseria ai bordi del deserto del Cile settentrionale. Un film dedicato agli ultimi, ai braccianti e ai contadini – che nel film si sono prestati a partecipare come attori – che hanno ancora bisogno di credere in un cambiamento e in un miracolo. Un’opera intensa, dalla stupenda fotografia (Inti Briones) che lascia il segno.
(Andrea Curcione)

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FUORI CONCORSO
I CALLED HIM MORGAN di Kasper Collin
(Svezia, Usa, 92’, v.o. inglese s/t italiano)

Documentario di impostazione classica. Con tante interviste ai conoscenti del grande trombettista e compositore jazz Lee Morgan. Con una struttura drammaturgica da thriller. Che fornisce man mano le tante tessere per comporre il puzzle. Fino allo svelamento della fine del protagonista. E forse sarebbe stato ancora più efficace se avesse coinciso anche con il finale del film. Che invece si protrae oltre questo colpo di scena, diluendone così la forza. È però strepitosa la colonna sonora con i brani unici ed irresistibili nelle esecuzioni originali del protagonista. Da non perdere per gli appassionati di jazz.
(Catello Masullo)

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CINEMA NEL GIARDINO
SHABHA-YE ZAYANDEH-RUD (The night of Zayandeh-rood ) di Mohsen Makhmalbaf
Il film "proibito" del regista iraniano inaugura la sezione della Mostra dedicata ai grandi restauri.

Mi è tornato in mente quel giorno, così tanti anni fa, quando il leader supremo iraniano aveva mandato qualcuno da me. Il suo messaggero era un uomo del clero (Mullah) ed era lì per minacciarmi di morte. Gli ho risposto: “È facile far tacere il regista, ma è impossibile sopprimere il cinema” (Makhmalbaf)

"Shabha-ye Zayandeh-rud", tradotto con" La Notte nella strada di Zayandeh", si sviluppa in tre periodi diversi: prima, durante e dopo la rivoluzione iraniana del 1979 che vede l’arrivo al potere di Khomeini. Girato con coraggio da Mohsen Makhmalbaf, regista messo presto sotto accusa e costretto poi a fuggire all’estero. Del film si erano perse le tracce. Si sapeva che una copia era stata conservata e tenuta nascosta fino ad ogg negli archivi dello stato, fino a quando ha potuto valicare il paese e venire qui alla Mostra di Venezia grazie al personale interessamento del direttore Barbera. Il film, nonostante ciò, è stato "amputato" di ben 37 minuti, impedendoci di vederlo nella sua integrità. Sono storie intrecciate quelle che ci arrivano dalle immagini un po’ sgranate: la più importante, quella del professore universitario, costretto a ripetuti richiami da parte delle autorità universitarie per le sue idee contrarie al regime, a cui fanno corona quelle degli altri personaggi minori, tutti legati dal filo comune che il cambiamento sociale stava portando. Immagini amare (l’incidente stradale dove il professore verrà falciato da un’auto pirata che lo costringerà poi a vivere in una sedia a rotelle) dove pure le raffiche di pistola e di mitra sono la colonna sonora di un paese martoriato dalla guerra intestina. Sulle strade di Zayandeh la gente muore senza colpa, senza quasi che nessuno se ne accorga, in quella confusa realtà che la nazione allora traversava, tenuta sospeso dal volere supremo di Allah. "Nel nostro paese la democrazia non si è ancora sviluppata" andava ripetendo il professore prima dell’incidente. Parole che sembrano di strettissima attuallità ancor oggi visto il predominio che la religione islamica sta imponendo alla politica e non solo a quella dell’Iran. Caloroso l’applauso del numeroso pubblico accorso in sala.
(Massimo Rosin)

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ORIZZONTI
LAVOR ET HAKIR (THROUGH THE WALL) di Rama Burshtein
(Israele, 110’, v.o. ebraico s/t inglese/italiano) con Noa Koler, Amos Tamam, Oz Zehavi.

Dalla regista de “La sposa promessa” (Coppa Volpi all’attrice protagonista a Venezia 69 nel 2012). Ecco una storia nuziale leggera e romantica. La 32enne Michal (Noa Koler), devota osservante di religione ebraica, sta per sposarsi. Un mese prima del grande evento, durante i preparativi del matrimonio, il futuro sposo le confessa di non essere innamorato di lei. Michal è sconvolta, ma non vuole per nessun motivo tornare alla vita da single. Perciò deciderà di proseguire con i preparativi del matrimonio, avendo già ordinato il vestito e prenotato una sala da duecento posti in un locale. Confidando in Dio che è buono e dolce, nel mese che le resta prima del giorno delle nozze si darà da fare per trovare un marito attraverso una serie di appuntamenti con uomini di provata fede che si riveleranno quasi tutti pieni di difetti. La regista israeliana Rama Burshtein abbandona i toni drammatici del suo precedente lavoro (anche in quel caso si parlava di un matrimonio, combinato sotto le severe norme religiose osservate dagli ebrei ortodossi) per sviluppare il tema della fede che aiuta a portare avanti un progetto con l’ostinazione della protagonista, un tipo simpatico ma un po’ egocentrico, delusa dalla vita, dagli uomini e anche da alcune amiche, che non intende però abbattersi difronte alle avversità. Simpatico.
(Andrea Curcione)

(Riproduzione riservata)


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