Altritaliani

E la chiamano Estate…

giovedì 28 luglio 2016 di Veleno

Strana estate, non c’è lo spirito giusto per fare le vacanze. Tra camion che ti schiacciano e gole che si squarciano, bombe che esplodono e natanti che portano morte sulle spiagge.

Il cuore ti si stringe e pensi alla vacanze di una volta, con gli ombrelloni e le donne grasse e grosse che si buttavano birra scura sulla pelle, per bruciare meglio al sole.

Tra i pittoreschi personaggi dal sapore di sale, con i muscoli gonfi, con il bagnino eroe sedentario, che porta sdraio e occhiali scuri e con un cocco di capelli in testa, un taglio alla Ringo come si diceva alla fine degli anni cinquanta. Le pupe belle che non ti filano e i bambini inesauribili, caricati a Duracell che corrono, gridano alzando onde di sabbia, raccogliendo gobbe parolacce.

C’è chi aveva la casetta, sempre bianca e affollata di parenti, amici e amici degli amici, che dormivano ovunque. Una volta un mio futuro cognato, in mancanza di altro, dormi nella vasca da bagno, asciutta…naturalmente.

Un’altra volta di sera e poi notte sulla spiaggia e il mare illuminato da una Luna da ufficio turismo, facemmo credere ad un ragazzino tedesco di 15 anni, come noi, che davanti alla riva del mare c’era uno squalo. Era solo una bottiglietta della birra Peroni, gettata a mare da uno screanzato, ma nel chiaro selenita della notte riluceva come un’orrenda pinna. Ci credette. Si chiamava Albert, tutti dicevano che il padre era della SS, probabilmente un’altra leggenda estiva.

Rimanemmo tutta la notte a parlar di squali ed altro, ad un certo punto, Albert ci chiese notizie sul sesso, sul pene. Noi ci guardammo tra amici, e li inizio’ il gioco di chi la sparava più grossa. Anche se eravamo grandicelli, i migliori di noi erano alle prime esperienze e in vero nessuno ne capiva un pene.

Credo che neanche oggi ci sia in giro tanta disinformazione come ci fu quella notte. Ma Albert aveva capito qualcosa e noi sorridevamo poco convinti e con la paura che lui raccontasse tutto al padre, decano della SS, non dimenticatelo mai.

Ad un certo momento arrivo’ un temporale pazzesco sulla spiaggia, il mare era illuminato dai lampi che disegnavano cinematografici zigzag sull’acqua e sulla spiaggia. Fuggimmo tutti sotte le pagliarelle di un ristorante naturalmente chiuso a quell’ora. Tutto era incanto e noi guardavamo ammirati. Lo squalo fluttuava nel mare ed Albert era preoccupato che arrivasse da noi, avrebbe preferito attraversare la spiaggia, la strada e tornarsene a casa, ma era rapito dai fulmini ed in cuor nostro ognuno li sfidava.

“Se esisti o Dio, fulminami!” Ma Dio non esisteva ancora o se si rideva di noi.

Decidemmo di aspettare l’alba, come in Ecce Bombo di Nanni Moretti, solo che noi lo decidemmo prima. Aspettare l’alba e fotografarla. Gianni uno del gruppo prese la sua macchina, allora nessuno perdeva il tempo a guardarsi la mano, pardon il telefonino, che non esisteva ancora.

Iniziava il chiarore del nuovo giorno, ma Gianni era scomparso, lo cercammo. Alla fine con Franco, un altro amico, lo tirammo giù dal letto, il mascalzone non aveva retto ed era andato a dormire.

“Vieni, carogna! Che arriva l’alba!” alla fine cedette alle nostre lusinghe ed in fretta e furia prese la macchina. Il sole brillava all’orizzonte ed il mare era tornato una tavola.

Ecco la foto, erano gli anni settanta, ecco la foto!

“Fanne altre due per sicurezza.” Lo incalzammo. Convinto le fece. Tutto era magia. Una magia che si è rinnovata chissà quante volte e per quante generazioni.

Fu un peccato scoprire nel pomeriggio che Gianni aveva dimenticato di caricare il rollino nella macchina. Gliene dicemmo tante e tutte piene di colore, si sentirono le bestemmie più originali della lingua italiana e non solo. Ma alla fine lo perdonammo, sarebbe stato per un’altra volta.

Che estati….! Indimenticabili e serene. Non come questa del 2016, tra gole squarciate, gente scoppiata, e camion che ci travolgono l’anima.

Veleno


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