Altritaliani

C’era una volta il Tour

giovedì 14 luglio 2016 di Gabriele De Masi

La radio a valvole Philips mi affascinava per lo stemmino, sempre stampigliato in bella vista in un angolo, che mostrava onde e astri, sui quali viaggiavo, una volta accesa, seguendo la barra che muovevo accortamente con la zigrinata manopola, nella cauta ricerca delle stazioni dall‘Italia e dal mondo: Montecarlo (la prima in alto), Strasburg, Roma, Marsiglia, Nice, Bordeaux, Andorra, Bruxelles, Frankfurt, Malta, Istanbul ....

1958, tanti anni fa; eppur ieri! Passavo i miei dieci anni, fresco di licenza elementare e già, di nuovo, sui libri per l’esame di ammissione alla scuola media, dopo il Giro, a inseguire su quelle onde, da fine Giugno al 19 Luglio, la quarantacinquesima edizione del giro dei nostri cugini, il mitico Tour. Che estati roventi!

Già ero pronto, molto prima del collegamento, per centrare l’avvenimento radiofonico dalle terre d’Oltralpe. Così imparai la pazienza, se la passione è vera, come, i titoli della Borsa Italiana, che venivano comunicati in quel momento, come, per le temperature, i venti e le nuvole, di città lontane dai nomi degli aeroporti di grande piacevolezza: Alghero-Fertilia, Cagliari -Elmas, Ancona-Falconara, Bari-Palese, Bologna-Borgopanigale, Torino-Caselle, Firenze-Peretola, Milano-Malpensa, Verona-Villafranca, Napoli-Capodichino, Palermo-Boccadifalco: e, se ne ho dimenticato qualcuno, riprendetemi, cari, vecchi nostalgici, della quasi, mia stessa età. Con le Olimpiadi del 1960 comprammo la televisione e cambiarono tante abitudini.

Estate del 1958, dicevo. Con l’orecchio paonazzo, accostato alla retina della radiolona, tenuta a basso volume, perché nella controra al Sud si riposa (guai a svegliare qualche cristiano), e per non perdere neanche una parola, dopo i fasti del dopoguerra con Coppi e Bartali, di una nuova grande vittoria, attendevo soddisfatto esiti entusiasmanti. A grandi slanci spesso corrispondono profondi dolori.

Vito Favero. Chi era costui? Gregario di Gastone Nencini, piano piano, difendendosi in montagna e distinguendosi in pianura, era in maglia gialla da sei giornate fino alla terzultima tappa. La penultima sarebbe stata una cronometro micidiale. Ho sempre stimato i campioni per classe, storia, stile, umanità; non si discutono. Ma quanto amo i gregari senza volto, vittorie, foto e titoli in prima pagina! Quel quarantacinquesimo Tour me lo stavo godendo d’un sapore indicibile, d’un gusto evangelico (gli ultimi…), con l’augurio che non dovesse mai finire, per non consumarne anzitempo il valore, o per non voler saperne, scaramanticamente, l’esito. E amavo ancor di più la Francia, per le soddisfazioni di Favero, sue e mie.

Ho conosciuto il volto di Vito tanti anni dopo, forse meglio così, perché l’avrei amato in toto e mai più dimenticato. Il pacato, dolce e sereno volto veneto, con gli occhi chiari e profondi come l’alba e l’elegante linea, non impettita, che si concede con modestia nobile a chi incontra, me l’hanno fatto ammirare compiutamente.

Nella penultima tappa, la cronometro, Charly Gaul il campione belga gli prende la maglia e la vittoria finale.

Negli anni successivi altri campioni ci hanno infervorato. Eccome. Come, mi auguro ce ne passano essere ancora. Verranno.

Io, Vito Favero, il campione mancato, pardon, il gregario, non l’ho dimenticato, però. Come, la mia infanzia.

Gabriele De Masi


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