Altritaliani

Giorgio Napolitano : Europa, politica e passione.

giovedì 23 giugno 2016 di Nicola Guarino

Alla vigilia del Brexit, con i populismi che avanzano nelle diverse elezioni avutesi nelle ultime settimane l’Europa è a rischio. Napolitano è stato negli ultimi anni, nel solco di Ciampi, uno dei più convinti sostenitori del processo di unificazione europea. Su questo tema ritorna con la sua ultima pubblicazione ricca di spunti e riflessioni: “Europa, politica e passione”.

Europa, politica e passione (Feltrinelli, 96 pagine - €. 10,00) è l’ultimo libro del due volte presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Si raccolgono alcuni dei suoi ultimi discorsi tenuti da presidente in carica e poi, come si dice un po’ impropriamente, da presidente emerito. Sono discorsi fatti in occasioni di lauree honoris causa, conferitegli da diverse università, come indubbio riconoscimento, per i meriti di una carriera politica e di una vita spesa appunto per la passione politica, ma molto anche per il progetto europeo. Non è un caso che uno dei suoi interventi più commoventi sia stato per celebrare Altiero Spinelli che di quel progetto fu infaticabile costruttore.

Sono stati mesi convulsi per l’Europa posta innanzi ad un futuro denso di ombre e di dubbi. Tra il Brexit britannico, la realtà drammatica dei profughi, nel pieno di una crisi economica ancora pesante e con l’avanzata un po’ ovunque dei populismi e nazionalismi, nel pieno di una caduta di credibilità delle istituzioni europee e di assetti geopolitici che faticano ancora a delinearsi in un mondo senza pace e che attende un nuovo ordine che possa ristabilire certezze sul futuro di noi tutti.

Nel suo libro Napolitano racconta anche il suo personale percorso che l’ha portato alla consapevolezza del ruolo che l’Europa deve costruire. Un percorso non facile, se è vero che agli albori di questo progetto la sinistra e il PCI, di cui era giovane esponente, erano contrari.

Un’ Europa che, a partire dal dopo-guerra nell’ansia di pace e di ricostruzione, era inevitabilmente nata dall’alto, dal vertice di pochi paesi, come ricorda, in primis dalla Francia e dalla rinascente democrazia tedesca. Un’ Europa che ancora non appassionava i cittadini, troppo presi dalla triste quotidianità del tempo.

Ma solo dopo i trattati di Roma, in Napolitano e poi nel resto del suo partito, inizio’ ad affermarsi quell’utopia, poi sogno, poi concreta possibilità di una costruzione europea. Prima con la Comunità Carbone e Acciaio, poi appunto con la istituzione di un Mercato Comune Europeo (MEC) e via via, fino ai progetti d’integrazione e di istituzione europea con Maastricht e Schengen che costituirono i più tangibili esempi della caduta delle barriere con la conquista di una cittadinanza che fosse europea e non solo nazionale.

Oggi l’Europa sembra essere messa in discussione, esposta ad insuccessi e al limite del fallimento, eppure Napolitano nel sostenere che quello dell’Europa è un percorso obbligato ricorda come in diversi momenti il progetto ha subito scacchi e regressioni, come nel fallimento del CED (Comunità Europea di Difesa), o quante fossero le contraddizioni di una Europa che si dava una moneta unica senza supportarla con un’adeguata governance. Eppur tuttavia quel processo democratico è andato avanti tra difficoltà e a volte incomprensioni.

Un processo che ha coinvolto tutte le forze più responsabili della politica. Fossero liberali, centristi o socialiste, il racconto della concretizzazione di quella che appariva un’utopia si snoda tra figure come Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet...., arrivando ad analizzare come la contrarietà della sinistra (italiana) finisse poi per diventare progetto costruttivo nella visione dell’eurocomunismo di Berlinguer.

Un percorso complesso irto di errori e delusioni, ma un percorso che per Napolitano va condotto fino in fondo in una battaglia che deve essere anche culturale fondandosi sui punti comuni che riguardano le società del continente e valorizzando le tante differenze che ne costituiscono originali contributi atti alla valorizzazione delle sue peculiarità. In tal senso ricorda alcuni successi del processo d’integrazione ed in primo luogo quello avutosi con la Carta di Nizza che afferma il primato del diritto comunitario sulle norme interne di ciascun paese. Un passo che favorisce un’uniformità giuridica tra i vari paesi della comunità.

Napolitano considera pericolose le derive nazionaliste e populiste che in tanta parte dell’Europa sono presenti, dall’Austria alla Germania, dall’Inghilterra alla Francia, l’Ungheria fino alla stessa Italia, illusorie le tesi di chi vorrebbe fare tabula rasa dell’Unione europea e ritornare a politiche conservative che esporrebbero, in un mondo globalizzato quegli stessi paesi ad essere oggetti e non più soggetti del mercato mondiale, condannandoli, nel loro isolazionismo, ad una inevitabile irrilevanza.

Affianco ad alcuni paesi emergenti, Napolitano è consapevole, che in un futuro ordine mondiale che dovrà tenere conto anche di stati storicamente influenti come gli USA o la Russia, potrà o potrebbe giocare un ruolo anche l’Europa, un ruolo importante se si considera l’instabilità delle aree mediorientali e del mediterraneo in particolare, un ruolo che nessun paese, tanto meno la Germania, potrebbe sostenere se non in un consesso di un’Europa unita.

Tuttavia, Napolitano, con passione, ricordando proprio il suo incontro con Spinelli che fu dal 1984 europarlamentare come indipendente nelle liste del PCI, analizza le responsabilità vecchie e recenti degli attuali governanti dell’Europa. Rimarcando la mancanza di coraggio, la rinuncia spesso a scegliere con decisione, una politica economica chiusa sul rigore e le poche occasioni che offrono oggi le istituzioni per sentirsi fieri di questo progetto che eppure è stato essenziale specie per le giovani generazioni che, al di là dell’Erasmus, oggi vedono nel continente unito, occasioni di lavoro se non di scambio e di conoscenza.

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Giorgio Napolitano

L’Europa appare ancora troppo divisa, diffidente, tra un sud ed un nord che sembrano non comunicare a sufficienza. Nel suo costruirsi non vi è stata una linearità d’intenti. Ad esempio, Napolitano è critico verso alcuni paesi dell’est europeo come l’Ungheria o l’attuale Polonia che sembrano aver visto nell’unione solo un occasione di vantaggi per gli interessi propri e nazionali.
Diversamente l’attuale governo italiano sembra il più coerente e consapevole nella sua spinta verso politiche inclusive, volte ad un impegno maggiore verso la realizzazione di quegli Stati Uniti d’Europa che oggi sembrerebbe un’ipotesi che va evaporando. L’Italia in tal senso tra i paesi fondatori appare quello forse più determinato a contrastare l’attuale condizione di stagnazione dell’Unione, invocando più coraggio in economia e più coesione nelle decisioni internazionali.

Troppo spesso prevalgono gli egoismi nazionali, le opportunistiche scelte che guardano non all’Europa ma alle congiunture di una politica interna non sempre chiara e cristallina. Napolitano ripropone opportunamente una citazione dello scrittore Thomas Mann che ricordava che: “La politica è un crogiuolo di calcoli, di espedienti, di amoralità, di elementi troppo umani e contaminati di volgarità ed insieme di motivazioni etiche, di scelte rivolte al bene comune, di comportamenti ispirati a una personale coscienza della nobiltà di una missione al servizio della società”. Ed è per questo che per l’ex presidente occorre in Europa “visione e coraggio” e citando un omaggio di Kissinger ad Helmut Schmidt (altro grande costruttore del progetto): “Visione per superare pericoli di stagnazione, coraggio per spingersi in territori sconosciuti”.

Percio’ per contrastare le facili demagogie degli antieuropeisti occorre per Napolitano che la politica si faccia passione, che sempre più divenga veicolo di valori, di impulsi ideali e morali, che si esprima in termini di partecipazione non solo razionali ma emotivi; che sia suscitatrice di speranze. In tal senso sempre più i partiti, in Italia come altrove, dovrebbero uscire dalle angustie delle loro prospettive nazionali e diventare forze transnazionali, abituandosi a parlare in termini europei e non più circoscritti alle solo incombenze dei propri territori. Perché, come lui ricorda: “La dimensione prevalentemente nazionale della politica e dei mezzi di comunicazione favorisce la contrapposizione delle opinioni, alimenta il populismo e rischi di spaccare l’Europa”.

Nicola Guarino


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