Altritaliani
Lezione dalla storia.

L’illuminata accoglienza degli Ebrei a Livorno dal Cinquecento

lunedì 23 maggio 2016 di Paola Ceccotti

Tempo di esodi e quindi di paure e diffidenze. Questo, come ricordato, è l’anno del cinquecentenario del ghetto di Venezia, il primo in assoluto, seguito da altri antichi, a cominciare da quello di Roma, con tutte le restrizioni che furono imposte agli Ebrei. Ma sempre in quel periodo, in Toscana, nell’allora piccola città di Livorno, si aprivano le porte ai Giudei, maggiormente sefarditi, dando alloggi e libertà di culto, di commercio, di lavoro e privilegi straordinari. Una contraddittorietà che dimostra come spesso l’accoglienza sia una ricchezza e non solo economica.

Dalla fine del Duecento iniziarono le espulsioni degli Ebrei in alcuni stati d’Europa: dall’Inghilterra (1290), dalla Francia, dalla Spagna (1492), dal Portogallo (1497), dalla Germania centrale (nel primo Cinquecento), dal Regno di Napoli (1541). Nel Cinquecento si diffuse l’obbligatorietà per gli Ebrei di risiedere nel ghetto, a partire da Venezia dove venne introdotto per la prima volta nel 1516 il domicilio obbligato in una determinata zona della città e dove si inaugurò il termine ghetto, da “getto”, per la presenza di una fonderia, parola che poi si diffuse in tutta Europa con il significato di quartiere destinato alla residenza coatta degli Ebrei.

Nel Cinquecento in epoca di controriforma la chiesa cerca di restaurare la sua autorità e gli Ebrei subiscono restrizioni nella loro libertà e vessazioni.
Con l’obiettivo di convertire gli Ebrei al Cristianesimo, Paolo III nel 1542 pubblica la bolla Cupientes Judaeos con la quale vengono predisposti gli strumenti istituzionali al progetto.

Il cardinale Pietro Caraffa, futuro papa Paolo IV, istituisce nel 1542 a Roma il Tribunale del Sant’Uffizio, e l’anno seguente, per impulso di Ignazio di Loyola come lui animato da intolleranza e spirito missionario, viene aperta a Roma la Casa dei Catecumeni, per tutti gli infedeli che si convertono alla religione cattolica. Viene anche stabilito che ogni Sinagoga dello Stato Pontíficio debba pagare un tributo annuo a favore della Casa dei Catecumeni.

Nel 1555 il cardinale Caraffa salì al soglio pontificio col nome di Paolo IV dimostrando ancora la sua determinazione nell’intervenire contro eretici ed Ebrei. Subito, e precisamente il 14 luglio 1555 emanò la bolla Cum nimis absurdum imponendo una serie di restrizioni alla comunità giudaica.

Questa bolla istituì il ghetto a Roma stabilendo per i Giudei di abitare in una sola e stessa strada e, se ciò non fosse stato possibile, in due o tre o in quante necessarie, tra loro contigue e separate dalle abitazioni dei Cristiani con una sola entrata e uscita, obbligandoli ad avere una sola sinagoga, per cui le altre dovevano essere distrutte.

La bolla pontificia stabilì il divieto agli Ebrei di possedere beni immobili, intimò loro di vendere ai cristiani le proprietà, vietò l’esercizio delle attività commerciali e professionali e ai medici Ebrei di curare i cristiani, obbligò di portare un segno distintivo, i maschi un berretto, le femmine un altro segno evidente che non si potesse nascondere o in alcun modo celare di colore glauco, dispose di redigere i libri contabili in lingua italiana, e la riduzione dell’interesse sui prestiti. L’unica attività che sarebbe stata riservata agli Ebrei era quella di piccolo commercio e di cenciaioli; si sarebbero dunque dovuti limitare alla sola arte “stracciaria o cenciaria”, e al piccolo commercio di frumento, orzo o altri beni commestibili necessari all’uso umano.

Tali disposizioni servirono da modello agli altri Stati italiani e pregiudicarono la condizione umana e sociale degli Ebrei. Tutto ciò non avvenne nella nascente città di Livorno, anzi si può dire che nel piccolo villaggio, che per volontà dei Medici si stava ampliando territorialmente e sviluppando commercialmente, la situazione poteva dirsi ribaltata visto che gli Ebrei furono tra i soggetti invitati ad abitarvi quelli più corteggiati per la loro abilità nell’ambito del commercio. A Livorno gli Ebrei, maggiormente sefarditi, cioè provenienti dalla Spagna, trovarono il luogo adatto per la loro promozione sociale arrivando a rivestire ben presto un ruolo di primo piano, esperienza del tutto originale nel panorama del tempo.

Cosimo I de’ Medici pubblicò due bandi per l’accrescimento della popolazione in Pisa, in Livorno che contava a quel tempo 2.000 abitanti considerando pure i marinai delle navi, e il territorio circostante; il primo in data 20 dicembre 1547, il secondo in data 26 marzo 1548, con cui pose le basi per i successivi decreti emanati da Ferdinando, poiché prometteva a qualunque individuo di qualsiasi luogo e condizione che si fosse domiciliato in Livorno, a Pisa, o nei loro territori “piena pienissima sicurtà per ogni debito pubblico, o privato proveniente da condanna pecuniaria, in cui fosse incorso; sicché non potesse mai essere molestato nella persona, nell’avere, e nei beni da esso acquistati in Livorno, o nel suo Capitanato”.

Cosimo essendo a conoscenza dell’espulsione degli Ebrei dal Portogallo provvide perché essi di preferenza scegliessero Livorno come luogo in cui abitare disponendo provvidenze varie. Con il bando del 5 gennaio del 1548 assicurava loro privilegi straordinari e soprattutto di essere garantiti contro il Tribunale dell’Inquisizione, e di essere esenti da qualsiasi gabella. Otteneva così che molti di loro domiciliassero in Livorno che dichiarava Porto Franco, “a loro considerazione e favore specialmente”.

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L’emigrazione ebraica dalla Spagna

Dopo la morte di Cosimo e il periodo di governo del figlio Francesco, successe il fratello Ferdinando che con maggiore determinazione e abilità politica, consapevole che per il bene di Livorno fosse necessario incrementarne la popolazione soprattutto attirando quei mercanti che avrebbero favorito lo sviluppo dei traffici, promulgò dei bandi per l’accoglienza di coloro che pur gravati da pene per debiti o delitti avrebbero potuto in terra di Livorno prosperare, con le loro famiglie, purché vi domiciliassero. Livorno si era sviluppata con nuove fortificazioni e fabbriche e magazzini, era città nuova che aspettava soltanto che una popolazione attiva agisse da volano per il suo sviluppo.

Così vennero emanati i bandi nel febbraio e nel mese di luglio del 1591 che confermavano ed ampliavano i privilegi già concessi in precedenza ai visitatori che volessero stabilirsi a Livorno. Tra l’altro si stabiliva la concessione in vendita a ciascun marinaio abitante in Livorno con moglie e figli, di una casa pagandone una parte del costo a rate, e agli Ebrei tutta una serie di privilegi e concessioni che ne garantivano l’incolumità, confermati ed estesi nel bando del 1593. (Il Vivoli in una nota degli Annali suppone anche che il bando del 1591 non sia stato pubblicato che nella versione definitiva del 1593, visto che il medesimo testo del ’91 si trovava nella collezione degli Ordini Municipali di Livorno stampata nel 1797, riportando la data del 10 giugno 1593 con dichiarazione originale di autenticità del notaio.)

Il documento del 10 giugno 1593 di Ferdinando I, che riprende le concessioni a vantaggio della Nazione Ebrea del bando del luglio 1591 e le amplia, si apre con l’invito a “tutti voi mercanti di qualsivoglia nazione, levantini e ponentini spagnoli, portoghesi, greci, tedeschi, e italiani, ebrei, turchi e mori, armeni e altri…” affinché venissero a frequentare con i loro traffici e mercanzie e abitare con le loro famiglie la diletta città di Pisa e porto di Livorno, beneficiando della concessione di vari privilegi per la durata di venticinque anni, con la disdetta precedente di anni cinque salvo il beneplacito della Sedia Apostolica, e in mancanza di questa da continuare per altri venticinque.

L’invito, era particolarmente rivolto agli Ebrei che in contrasto con la disciplina adottata in generale nei loro confronti avrebbero goduto di diritti, concedendogli immunità ed esenzioni, libertà di abitare, trafficare, transito franco e libero tanto delle persone come delle mercanzie, quanto dei libri ebraici e in altre lingue, stampati o scritti a penna, purché rivisti dall’inquisizione, liberi da ogni pagamento di gabella. Assicurando che nel periodo di permanenza non vi sarebbe stata alcuna molestia di Tribunali o Principi indirizzata ad essi e loro famiglia, servitori, ministri, per qualsiasi “delitto, o’ malefitio enorme grave, e’ inormissimo, e’ gravissimo, o’ altro, che da voi, e’ di vostra famiglia havessero commissi fuori delli stati nostri per il passato si pretendesse comesso, e’ fatto”.

Le lettere patenti proseguivano specificando l’attenzione verso le genti ebraiche, confermando che non sarebbero state oggetto di alcuna inquisizione o qualsivoglia accusa.

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Ebrei di Spagna

Veniva stabilito che i medici Ebrei “tanto fiseci, come cirusici", potessero curare anche qualsivoglia cristiano, o altra persona, con facoltà di “studiare e addottorare”. Agli Ebrei veniva assicurata la libertà di culto, con riconoscimento delle festività ebraiche, e loro concesso di “tenere in detta città di Pisa, e’ terra di Livorno, una Sinagoga per luogo, nella quale possiate usare tutte le vostre Cirimonie, precetti & ordini hebraiche, & osservare in essa, e’ fuora, tutti i ritti nelle quali non vogliamo che alcuno sia ardito farci alcun insulto, oltraggio, o’ violenza”, salvo che le medesime prescrizioni siano dagli stessi osservate verso i cristiani. Veniva riconosciuta l’autorità dei Massari Ebrei in merito a decisioni sulle liti riguardanti i membri della comunità con l’eventualità di mandare in esilio soggetti non graditi “che a loro paressero scandalosi”.

Veniva altresì concesso di avere degli schiavi sotto la propria autorità, di macellare le carni acquistate allo stesso prezzo che per i cristiani, di avere servitori e balie cristiani, di esercitare liberamente arte o mestieri, di non portare alcun segno distintivo dai cristiani, di acquistare beni immobili, di portare armi purché non ordinariamente proibite, di comprare un campo di terra dove seppellire i propri morti.

Il Vivoli a corredo delle norme del Motuproprio del 1593 riporta quel documento che indica come la “Livornina” cioè una sorta di modello di richiesta che veniva “conceduta stampata a tutti coloro, che la domandavano” e che il forestiero consegnava completa dei suoi dati alle autorità competenti per portare a compimento così il suo trasferimento nella città, poi abolita dal Granduca Leopoldo II. Vivoli la trascrive nel modo seguente: “Noi … Dichiariamo, che si competono a (qui si trascriveva il nome del candidato!), …per Debiti civili, con Particolari, non con il Pubblico, quali debiti però siano contratti, e scaduti di quattro mesi indietro, e per i quali non vi siano già istanze, o esecuzioni in qualunque Tribunale del Granducato, tutte le immunità, esecuzioni, privilegi, e grazie concesse dalla R.A.S. a tutti quelli, che vengono ad abitare in questa città, conforme fino d’adesso intende di fare detto … e continuarvi per la sua abitazione, e non assentarsi senza licenza in scritto, ed osservare quanto è tenuto, ed obbligato, secondo gli ordini. In fede di che abbiamo sottoscritto di propria mano il presente Salvo Condotto, e munito con il solito Regio Granducal Sigillo. Dato in Livorno nella nostra residenza questo dì …”

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Cimitero ebraico di Livorno

Gli Ebrei avvalendosi delle norme contenute nel decreto formavano il loro primo cimitero, che non recinto da mura, situato presso lo spalto esterno della Fortezza Nuova, riceveva lo scherno dei cristiani che lo chiamavano comunemente il campaccio.

L’idea di Ferdinando di incrementare la popolazione trovò impedimento nella diffusione della peste che si propagò intorno al 1591-92, per la cui scomparsa fu chiesta l’intercessione della Madonna di Montenero la cui immagine venne in quel frangente trasferita in città, e quindi nel successivo periodo di carestia. Ma nello stesso periodo il Granduca instancabile continuò ad operare affinché Livorno si ingrandisse e prosperasse, incoraggiando sempre l’ingresso di nuovi abitanti che ne favorissero lo sviluppo.

Molte famiglie di Ebrei levantini e dell’Africa si trasferirono a Livorno attirati dalle libertà e privilegi promessi e a mano a mano che arrivavano “venivano, d’ordine del Granduca, in una parte della città separatamente collocate, onde non coabitassero con i Cristiani, vale a dire nelle strade nuove, che prossimamente alle mura ed ai bastioni di S. Cosimo, e del Mulino a vento, corrispondevano dietro il Duomo sino al Casone, formando ivi una specie di ghetto”. ( G. Vivoli, “Annali di Livorno”).

Tra le prime autorizzazioni venne concessa nel febbraio 1591 l’apertura di un locale per la vendita di “vino greco, malvagia, e paste dolci” da parte di un certo Antonio Buffone (che poi divenuto possidente dette il nome al luogo sulla via di Montenero), il quale ebbe anche la “privativa di fare il Fornajo” . Si legge nella richiesta indirizzata al Granduca (Annali di Livorno): “Don Antonio servitore di V.A.S. la supplica gli faccia grazia di poter fare il Fornajo nella città di Livorno; e che altro che lui non possano fare cialdoni, ber inghozzi, bastoncelli, pasticci, et sfogliate e che gli conceda licenza di poter trarre dal suo felicissimo stato 120 barili d’Olio l’anno, gratis senza pagar gabella, et venderlo nella sua bottega di Livorno e che possa anche da ber greco, et malvagia a menuto, et dar da mangiare i sopraddetti lavori di pasta a chi verrà senza molestia alcuna”.

Tra le attività principali aperte inizialmente dagli Ebrei ci sono quella della fabbricazione del sapone, del commercio dei panni vecchi, dell’arte vetraria, della lavorazione del corallo, della seta, ed inoltre l’apertura di una attività di cambio di moneta che per la prima volta venne introdotto in Livorno nel 1595 , e l’anno dopo di un banco di prestito.

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Papa Paolo IV

Con documento dell’agosto 1593, veniva concesso asilo a due Ebrei, e alle loro famiglie, con il permesso di esercitare il mestiere di panni vecchi, e di aprire bottega e di non portare il segno a condizione che seguissero la legge del luogo. In merito il Governatore di Livorno, Giovanni Volterra, si esprimeva favorevolmente, purché si attenessero fedelmente alle regole e non cercassero di aggirarle, e comunque non in pregiudizio dei diritti di altri commercianti: “Di quanto ricercano a V.A.S. li sopra detti dirò che al parer mio penserò che il negotio, che voglion fare habbi d essere di comodità, bene aver dubbio che in quelli panni usati che non tenessero mano a dare occasione di farli rubare; et poi loro apparire di comprarli; che di questo già glielo detto; et loro obbligatisi che non compreranno cosa alcuna, che non la venghino a manifestare alla Dogana con il venditore per saper sempre chi gliela vende, et facendo altramente si contentano perder la roba, et essere castigati, poi quando anderan comprando per lo stato o non posso vederli né havere notitia né so quel che faranno. Li prohibirei bene non dare a usura, né tampoco che tenessero panni di ciurma, si per amore delle ciurme delle Galere, come ancora per amore della gratia, che ha fatto a quel di Palaja, che ha da aprire l’arte di lana qua, che gli saria di danno; nel resto poi giudico che saria bene perché saranno dua famiglie vantaggio ad habitare in questo luogo, come ancora forse daranno occasione a delli altri di venire ad abitare, et trafficare…” (Vivoli, Annali)

La città diventava destinazione privilegiata per chi, artigiani e commercianti, volesse tentare la fortuna in un luogo in cui non sarebbe stato perseguito né per problemi con la giustizia né per questioni religiose.
Nel marzo1594 veniva accolta la richiesta di un tal Don Antonio d’Austria di aprire una bottega di pizzicagnolo vendendo “salsiccioni formati di carne di bufale vecchie” e insieme di erigere una fabbrica di funi e di tela di vele.
A due Ebrei anconetani Moisè e Joseph Massa veniva accordata “privativa di lavorazione del sapone bianco all’uso di Ancona” e veniva loro concessa “a livello una casa in Livorno nuovo, ed un’altra con alcuni terreni vicini alla così detta Macchia con il compito di disboscarli e coltivarli, con obbligo di contratto di consumare ogni anno “almeno 500 barili d’olio , tirare il sale da Grosseto, e le ceneri dei fornari di Livorno”. (Vivoli, Annali)

La città, il cui nucleo originario era ormai saturo si stava espandendo infatti in una zona nuova con alloggi costruiti dalle fabbriche del Granduca negli isolati compresi tra il “bagno dei forzati”, la via Ferdinanda e la Porta Colonnella e sul lato opposto della piazza lungo la via delle Galere.

Il 26 agosto 1595 veniva inoltrata dal Provveditore della Dogana al sig. Antonio Serguidi, segretario del Granduca, la richiesta di Salomone di Agnolo de Saluti ebreo, per l’apertura di una attività di lavorazione di sapone bianco alla marchigiana, facendo presente che tale richiedente avrebbe voluto che il figlio, bandito dallo stato di Urbino per avere ucciso un altro ebreo con un coltello durante una lite, lo raggiungesse a Livorno, e la richiesta veniva accettata.

La stessa facoltà di aprire una fabbrica di sapone venne concessa a Isacche Franco il 7 dicembre del 1598. Secondo il Vivoli la famiglia ebrea Franco “dette il nome alla via sin’ oggi chiamata via di Franco, una del vecchio Ghetto…” dove si trovavano le fabbriche di sapone che comunque si erano stabilite anche da altre parti, come nella così detta via Saponaria.

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Festa della Torah nella sinagoga di Livorno – Solomon Alexander Hart, 1850

Il termine ghetto è da intendersi come il quartiere di residenza degli Ebrei anche se non ne aveva tutte le caratteristiche, poiché si trattava di uno spazio del tutto aperto. Come dice il Piombanti : “Gl’israeliti particolarmente in gran numero vennero, perché molto bene era trattati, ed essi medesimi se ne meravigliavano. Dimoravano nella parte meridionale di Livorno; non ebbero mai il cosi detto ghetto chiuso; ottennero un cimitero proprio e un tempio.” E come ricorda il Repetti, nella prima epoca venne loro interdetto di abitare nella grande via Ferdinanda, quella che poteva considerarsi fra tutte la più nobile di Livorno.

Veniva concessa nel 1595 ad Abramo Israel la privativa nell’esercizio di Cambiatore di monete che ancora non c’era a Livorno, per un periodo di dieci anni, (secondo il Vivoli tale privativa, come le altre, veniva autorizzata con facilità perché, considerata l’insalubrità del luogo. non si sarebbe trovato nessuno che volesse contrastarla). Nel 1596 veniva concessa l’apertura di un banco di prestito su pegno a Mosè Cordovero, medico famoso ed uno dei maggiori mercanti Ebrei a Livorno, e al fratello Daniel con la compartecipazione di Abram Sulema.

A Livorno si aprirono anche le prime fabbriche di corallo, un nuovo ramo di industria portato dagli Ebrei che arrivavano dalla Spagna e dalla Catalogna, dove l’avevano fatto prosperare. Una industria che ebbe grande fortuna, in poco tempo il numero di fabbriche salì a ventidue. In una memoria diretta nel 1810 dal Maire di Livorno Ferdinando Sproni all’allora Prefetto del Dipartimento del Mediterraneo sotto il regime francese, si affermava che da almeno due secoli a Livorno si lavorava il corallo, una manifattura che aveva un grado di perfezione che non si trovava nelle fabbriche di Genova. Marsiglia e Trapani. Pare infatti che quasi tutte le famiglie ebree che provenivano dalla Spagna, in particolare dalla Catalogna, avevano avuto in precedenza fabbriche di corallo e che portarono quindi la loro esperienza a Livorno. Nella riforma doganale del 1565 venivano indicati dazi cui erano assoggettati i coralli di Livorno.
“In molte botteghe di Livorno si lavora il corallo, che que’ mercanti ritirano spezialmente da Tunisi, dalla Sardegna, e dalla Corsica. Il corallo passa per molte mani, e si divide in 14 specie diverse, delle quali se ne formano piccoli globi di diverse grandezze, che s’infilano in guisa di corona: quelli che sono perfettamente rotondi, si mandano in America, quelli di forma bislunga, in Affrica; ed i più grossi si vendono ai Turchi, che se ne servono come di bottoni. Questo commercio dà ogni anno quasi 100.000 zecchini al paese; e si tiene una fiera a bella posta per vendere questa mercanzia, che vi è specialmente comperata dagl’inglesi”. (In Nuova Geografia Universale, Antica e Moderna)

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Ferdinando de Medici

Sin dal 30 luglio 1591 grazie alle Lettere Patenti di Ferdinando I dei Medici gli Ebrei avevano ottenuto tra gli altri privilegi quello di poter erigere una Sinagoga in Livorno dove esercitare i propri riti. Perciò subito dopo iniziarono la costruzione della prima Sinagoga, assai piccola che poi venne ampliata fino ad essere una delle più belle della Nazione in Europa. Dava il proprio nome alla strada dove sorgeva mentre dall’altro lato c’era la strada detta del Giardino del Governatore perché vi si trovava una specie di orto per il suo uso. Come riferiva il Santelli la prima Sinagoga era piuttosto umile, angusta e nell’anno 1604 le fu eretto accanto una casa, e l’anno 1605 un’altra.

Anche nell’arte vetraria gli Ebrei livornesi ebbero parte, si ricorda Maggino di Gabriello che già in Pisa aveva iniziato tale attività che poi portò a Livorno, mentre i Franco d’Albuquerque si interessarono al settore della raffinazione dello zucchero e a quello dell’arte della seta, aprirono infatti il primo filatoio di seta a Livorno nel 1633.

Ma gli Ebrei si distinsero anche nell’ambito dei grandi traffici. L’area in cui dominarono fu sin dall’inizio quella del Levante mediterraneo e in particolare la zona dell’Arcipelago (Mar Egeo), soprattutto i paesi della Barberia, cioè dell’Africa settentrionale – Algeria, Tunisia…- Mentre all’inizio del seicento alcuni Ebrei furono impegnati in traffici di più lungo percorso, fino ai porti orientali della Russia – Arcangelo, Moscovia -. È questo il caso dei fratelli Luz – Abramo, Isacco, Matteo – e del padre Sion che ebbero la privativa del commercio dello storione salato e del caviale dalla Moscovia a Livorno.

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Interno vecchia Sinagoga Monumentale

Gli Ebrei di Livorno costituirono anche una associazione per il riscatto dei loro correligionari catturati ma operando anche come intermediari per il riscatto degli schiavi cristiani in Barberia e di quelli musulmani nel bagno penale di Livorno.
Il riscatto degli schiavi era una delle attività generalmente praticata dagli Ebrei come descritto nella “Nuova Descrizione Storica e Geografica delle Sicilie”:
“Il riscatto degli schiavi si fa per mezzo di negozianti Ebrei di Livorno, i quali esigono il 14 per cento sul riscatto, ma questo non si paga se non quando gli schiavi si sono presentati in Napoli, e vi sono stati riconosciuti. Questo riscatto si fa un anno per Tunisi, un anno per Algieri. Ordinariamente il riscatto di uno schiavo di Tunisi porta la spesa di 750 ducati, per Algieri di 1400 ducati. Quando il riscatto è di un padrone di bastimento, in amendue i luoghi si paga il doppio. Ma per li sacerdoti, per le donne giovani, e per le persone di condizione il prezzo è arbitrario, e suole essere molto più di quello che si paga per un padrone di bastimento … (segue una riflessione) A me piacerebbe più che i monti di pietà impiegassero il loro denaro ad armare contro i pirati, che a riscattare”.

Dai dati riportati da Repetti nel suo Dizionario Geografico Fisico Storico risultano nel 1633 n. 700 Ebrei; nel 1645 n. 1250; quasi il raddoppio della popolazione israelitica in Livorno.

Si può dunque affermare che la Nazione Ebrea, la più ricca tra le comunità religiose a Livorno, beneficiò di una condizione unica di accettazione, convivenza civile, libertà di culto, opportunità di promozione sociale, e concessione di favori e privilegi, in quanto, come afferma Repetti non fu loro preclusa nessuna via “fuori di quella militare e del foro”. Poté così prosperare economicamente in Livorno, proiettandosi allo stesso tempo su una dimensione internazionale, stabilendo flussi di traffici commerciali con Africa settentrionale, in particolare paesi della Barberia, Russia e nel Vicino Oriente.

Paola Ceccotti
Da Livorno

LINK: Livorno, città ideale fortemente voluta dai Medici

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RIFERIMENTI:

  • Documento che invita i mercanti Ebrei a stabilirsi in Livorno e Pisa (Costituzione Livornina)
  • G. Vivoli, Annali di Livorno, Tomo terzo
  • E. Repetti, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana,
  • G. Piombanti, Guida storica e artistica della città e dei dintorni di Livorno, Tip. G. Fabbreschi, Livorno, 1903
  • M. Cassandro, Intolleranza e accettazione, Ed. G. Giappichelli, Torino, 1996
  • Livorno progetto e storia di una città tra il 1500 e il 1600. Livorno e Pisa: due città e un territorio nella politica dei Medici, 1980
  • Nuova Geografia universale, antica e moderna, Tomo V, Milano, 1806
  • Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie, avv. M. Galanti,Tomo terzo, 1789

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