Altritaliani

Sul processo di formazione e la vitalità della lingua italiana

mercoledì 11 maggio 2016 di Carmelina Sicari

Ci sono tre motivi che corrispondono a tre fondamentali apporti che fanno sì che non si possa decretare a cuor leggero il depauperamento della lingua italiana, ne’ se ne può neppure decretare il ritardo.

La lingua italiana, nel suo lungo processo di formazione, non solo ha tenuto dentro se’, come perla nello scrigno, l’insegnamento del latino che ne forma per così dire il nucleo e la struttura portante sintattico-grammaticale, ma ha aggiunto, sotto il profilo lessicale, degli apporti tali che ne costituiscono elemento indissolubile ed imperdibile, perchè consacrato dalla prassi della scrittura letteraria.

Il primo è la commistione tra lingua volgare ed elemento dotto, il secondo è la penetrazione nella lingua di elementi filosofico-stilistico che finiscono con il costituire una tradizione, il terzo è il controllo, nella famosa diatriba sulla regolarità, delle Accademie che hanno finito con il costituire all’interno una sorta di immanente regoralità. Il processo definitivo si svolge all’alba del Rinascimento.

Non è un caso che D’Annunzio, elaboratore di un’officina linguistica che guarda al rinnovamento della lingua stessa, si volga al Rinascimento.

Il miscuglio tra lingua volgare e lingua letteraria è forse l’operazione più notevole. Vidossi ha esaminato l’apporto dei dialetti nella lingua, ma nell’ambito delle Accademie - e soprattutto di quella senese che alla lingua dedica maggiore attenzione - si svolge l’operazione di mediazione.

Ne è testimonianza il poemetto in ottave, Aspromonte (Vedi QUI ), che è un rifacimento della Canzone di gesta, che mette insieme la trama, gli episodi e l’ascendente dotto dell’Eneide, del mondo classico e coniuga elementi della lingua volgare ed altri ricavati dal latino.

Tale operazione di mediazione, mai studiata prima e mai compresa nella sua importanza, è testimoniata dai due nomi che sono riportati nell’edizione ferrarese tarda: Bivonio e Verdizzotto.

Il poemetto che ebbe grande fortuna e ben 14 edizioni, si può considerare l’antenato del Furioso tant’è vero che il poema ariostesco prende le mosse proprio da esso, dall’episodio della conquista di Orlandino, in Aspromonte, dell’elmo della spada fatata Durlindana e del cavallo Brigliadoro appartenuti ad Almonte ucciso dal paladino.
I due personaggi citati nel retro dell’edizione ferrarese rappresentano, l’uno, Bivonio l’elemento popolare e l’altro Verdizzotto, le Accademie ed il lavoro di mediazione.

La prosa mista di voci tratte dal volgare e nella struttura di elementi della tradizione alta rispondono alla vocazione delle corti, di far fondere il popolo e l’aristocrazia, quello che è stato definito lo spirito della giostra. Le Accademie giocavano in questa opera di mediazione il ruolo dell’auctoritas che stabilisce le regole ed i modelli.

Poi sempre più le regole si irrigidirono fino a fare entrare in crisi l’operazione. Ma con il poemetto siamo nella fase iniziale del processo che era anche la più felice.

Ma si diceva che esiste, nella costruzione della lingua, anche l’apporto di un elemento filosofico-stilistico. Il Dolce stile suggerisce una nuova forma linguistica che resterà come tradizione a costituire la struttura della lirica. La leggerezza espressiva diviene un mezzo per rendere la spiritualità. Basta analizzare “Tanto gentile e tanto onesta pare” di Dante per comprenderne la portata.

Carmelina Sicari
da Reggio di Calabria


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