Altritaliani
Frammenti di storia locale

Livorno città ideale fortemente voluta dai Medici

sabato 12 marzo 2016 di Paola Ceccotti

Livorno deve la sua nascita ad un progetto di città ideale, concretizzatosi nella creazione della città medicea. I motivi della fondazione di una nuova città sono molteplici e diversi: economici, politici, religiosi, sociali, militari. Verso la metà del XVI secolo in Toscana si verificarono le condizioni per la nascita di una città ideale, quella di Livorno.

Fu con Cosimo I che ebbe origine il porto di Livorno, in sostituzione del porto pisano interrato. Egli nel 1537 dichiarò Livorno porto franco e concepì l’idea di procedere all’ampliamento del porticciolo esistente. Nel 1571 insieme all’amico Bartolomeo Ammannati – architetto, scultore, ingegnere militare – si recò sul posto e definì la realizzazione di un progetto affidandone l’esecuzione a Bernardo Buontalenti.

Questi si riservò lo studio e il tracciamento della città ideale di Livorno commissionatogli da Cosimo nel 1576, mentre gli specialisti Cucurrano, Cantagallina, Lorini e Basuli furono incaricati delle opere di ingegneria portuale e militare, e “secondo l’uso del tempo, il 28 marzo 1577, egli determinava con l’astrolabio l’istante più propizio per la posa della prima pietra e dava inizio al tracciamento delle mura cittadine”.  [1]
Nel rinascimento tutta la città è orientata verso un punto centrale, questo centro può essere occupato da una piazza o da un edificio dominante. Il progetto di Buontalenti, pervenuto a noi attraverso una stampa, consisteva in un pentagono irregolare, quasi un rettangolo, il cui lato superiore formava come un accento circonflesso. In un angolo del rettangolo, in quello che indicava il porto, stavano segnate alcune case circondate da una muraglia e difese dal Castello con la scritta “Livorno come sta ogi”  [2] senza però indicazione di data. La nuova Livorno era più grande due o tre volte dell’antico borgo marinaro.

Nel disegno di Buontalenti non era previsto uno spazio riservato ad una pubblica piazza, furono le modifiche di Cucurrano a includere una zona centrale a questo scopo. Il suo progetto disegnava infatti i riferimenti fondamentali della città attuale individuandone nella piazza Grande il centro.

A Cosimo successe Francesco che regnò brevemente e poi nel 1587 Ferdinando I che fu il vero fondatore della nuova città, così dichiarata il 19 marzo 1606 con 10.000 abitanti [3]. Ferdinando accrebbe il circondario di Livorno estendendo la sua giurisdizione al territorio poi indicato come Capitanato Nuovo.
Alla sua morte gli successe il figlio Cosimo II che rinnovò i privilegi alla città di Livorno di cui alle c.d. leggi livornine e continuò l’opera degli avi di ampliamento costruendo un nuovo molo.

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Cosimo I de Medici. Quadro di Bronzino.

Ferdinando II, succeduto alla morte del padre Cosimo nel 1621 alla guida del granducato si dedicò con pari attenzione alla cura della città la cui popolazione era considerevolmente aumentata per il continuo arrivo di mercanti forestieri e per il gran flusso di commercio. Egli approvò così il progetto di Giovan Battista Santi provveditore delle fabbriche, e nel 1629 ordinò che dalla parte settentrionale si accrescesse di due nuovi quartieri: il primo che ebbe nome Venezia Nuova, perché concepito come la Venezia dell’Adriatico, venne eretto in mare e isolato dalla città, il secondo quello di San Marco, sorse sull’area di metà della Fortezza Nuova abbattuta; tutti e due uniti alla città e fra loro con nuovi ponti. “Il primo quartiere, fondato su palafitte, aumentava la città di 14 isolotti di case, il secondo di 9; ambedue erano poi uniti fra loro e colla città da sette nuovi ponti. In 15 anni furono finiti e abitati” [4].
Maestranze esperte della costruzione su palafitte vennero chiamate da Venezia appositamente e sembra che per accelerare i lavori sia stata usata una macchina, già inventata dal principe Don Antonio de Medici, che levando “l’acqua con la più grande facilità dai luoghi, che ne erano ivi coperti, contribuiva a disseccare prestamente gli spazi, su i quali dovevano innalzarsi le nuove case”. [5]
Così il primitivo tracciato individuato da Buontalenti e Cucurrano veniva a spezzarsi con il groviglio dei canali della Venezia.

Cosimo III attuò una politica di particolare favore verso gli ordini conventuali e i gesuiti e questa nuova parte della città fu scelta per la costruzione delle chiese con convento dei domenicani, dei gesuiti e dei padri trinitari scalzi. L’urbanizzazione della Venezia venne lasciata ai privati che se ne assunsero l’onere costruendo singole unità edilizie. Nella zona relativa allo smantellamento di una parte della Fortezza Nuova maggiormente favorita dalla solidità del suolo investirono i grandi mercanti che costruirono palazzi di maggior pregio architettonico, con magazzini a volta elevati fino al primo piano e con cantine sotterranee.

L’usanza di considerare la popolazione di Venezia con aspetti caratteristici della gente di mare, ruvida e appassionata al tempo stesso, si ritrova in vari testi del recente passato, come nella guida del 1856 dal titolo “Cenni sopra Livorno e i suoi contorni”. I veneziani vengono citati per l’intraprendenza e il coraggio, la temerarietà, pronti ad affrontare i flutti del mare e a gettarsi fra le onde per salvare un naufrago, anche sfidando voragini d’acqua senza fondo. Forti ed energici anche nella educazione dei figli che già da piccoli non hanno timore di niente. Il bambino veneziano respira fin dalla nascita l’aria di eccitante salmastro e appena la primavera intiepidisce l’aria passa il suo tempo tuffandosi davanti all’uscio di casa, gareggiando con i coetanei in agilità e prontezza nei tuffi e nel tornare a galla e risalire lo scalo. E appena un po’ più grande e robusto quando le sue braccia son divenute abbastanza forti da reggere il remo, viene portato in barca dove il padre gli insegna i rudimenti del remo o addirittura lo getta in mare come una sorta di iniziazione, costringendolo a raggiungere la barca a nuoto. Il suo futuro più probabile di adulto, si dice nella guida citata, sarà di avere una barca tutta sua per il trasporto delle persone o delle mercanzie dai bastimenti allo scalo oppure di fare il lavoro dello scaricatore; barcaiolo o facchino sarebbero state queste le possibili occupazioni a quei tempi del bimbo di Venezia. [6]
Qui nacquero infatti i famosi “risiatori”, in antagonismo con quelli di Borgo, che sfidavano il mare in tempesta per arrivare per primi ad assicurarsi il diritto di precedenza nella discarica delle navi in arrivo.
A conferma di tali convinzioni sulla specialità della popolazione veneziana Cesare Monteverde scrittore dell’ottocento, tra l’altro del romanzo “I misteri di Livorno”, si dice convinto che essa è differente per gusti, abitudini, riconoscibile per il linguaggio dall’ “accento non toscano”, gente di mare con un carattere tipico, cuore fiero, volontà ferma, coraggio e audacia senza pari, ma anche molto devota e rispettosa dei valori religiosi. [7]

Le chiese di San Ferdinando e di Santa Caterina nate con la creazione dei nuovi quartieri sono la testimonianza della devozione degli abitanti di tali luoghi ma anche del popolo livornese nel suo insieme.
La prima venne chiamata della Crocetta dal nome della piccola croce azzurra e vermiglia che i Padri Trinitari scalzi, ai quali apparteneva l’insieme del Convento, portavano sul loro abito.
Le due chiese di San Ferdinando detta di “Crocetta” e quella di Santa Caterina o dei “Domenicani” tante care ai livornesi, appaiono incompiute ambedue nel loro aspetto esteriore, e ambedue condividono la storia della costruzione piuttosto travagliata.

La chiesa di San Ferdinando, dei Padri Trinitari o della “Crocetta”, presenta all’esterno una facciata nuda, un aspetto di edificio non terminato, non c’è nessun portico, nessun rivestimento marmoreo, ma dentro è un vero capolavoro. Nella seconda metà del XVII secolo la Congregazione dei Padri trinitari, fondata nel 1189 da Giovanni di Matha e da S. Felice di Valois e consacrata alla redenzione dei Bagni dell’Africa e alla liberazione dalle catene dei barbareschi di tanti cristiani catturati nel corso di scorrerie, si stabilì a Livorno. Si dice che questo ordine sia stato capace di liberare oltre novecentomila schiavi cristiani dai barbareschi. Nel 1665 i Padri Trinitari ottennero dal Granduca di poter fare un ampliamento dei locali adibiti ai loro uffici e nel 1667, acquistati due magazzini vicini, li trasformarono parte a convento e parte ad oratorio. L’ing. Giovanni Battista Foggini venne incaricato del disegno della nuova costruzione, con un convento ed un tempio adatti alla crescente attività di riscatto degli schiavi praticata dai Padri. Il 25 marzo 1707 fu gettata e benedetta la prima pietra con grandissimo concorso di popolo, nel febbraio 1709 la chiesa fu dedicata a S.Ferdinando re di Castiglia, santo tutelare del principe munifico Cosimo III che aveva promosso la creazione dell’opera.

Ma alla morte di Cosimo vennero a mancare i fondi necessari per i lavori di abbellimento e fu solo grazie ad alcuni benefattori come il sacerdote Giovanni Cibri di Carrara, il patrizio fiorentino Francesco Terrieri e il nobile inglese Pietro Yarvisi che i lavori poterono proseguire. Essi provvidero con ingenti somme di denaro all’erezione e al rivestimento marmoreo delle principali cappelle e altari.
La chiesa venne aperta al culto il 20 novembre 1717, gli ultimi lavori vennero diretti da Giovanni Maria del Fantasia. Il tempio subì poi diversi restauri, tra cui quello successivo al terremoto del 1742. Gli architetti e valenti artisti Giovanni Battista Foggini di Firenze e Giovanni Baratta di Carrara abbellirono la chiesa con opere di arte barocca, ispirandosi al tipo del seicento romano, seppure con personale interpretazione.
La Chiesa di S. Ferdinando si potrebbe chiamare la chiesa dei putti e dei cherubini con cui Giovanni Baratta si è fatto interprete “della vita infantile e della sua infinita varietà di sentimenti e di espressioni”. [8]

Fra il 1907 e il 1908 nell’occasione del secondo anniversario della sua fondazione, la chiesa di “Crocetta”, grazie al grande impegno del suo parroco P. Giovanni Saglietto fu nuovamente restaurata. Questa chiesa è legata strettamente al nome di padre Saglietto parroco della chiesa di Crocetta dal 1898 al 1947, che in tempi non lontani fu anche l’artefice del risanamento del quartiere Venezia. Appena giunto a Livorno si rese conto della situazione malsana di certe zone della Venezia, in particolare dell’area intorno alla chiesa e al ponte SS. Trinità; un agglomerato di case intersecato in tre strade: la via di Mezzo, la via delle Formiche, e la via S. Anna, dove il colera del 1893 aveva mietuto tante vittime. Padre Saglietto convinto che la soluzione era l’abbattimento dell’intero complesso, compresa la vecchia e cadente chiesa di S. Anna, dove prevedeva sarebbe stata creata un’ampia zona verde, cominciò ad operare per il suo progetto che venne poi discusso in Consiglio Comunale e accolto infine dalla Amministrazione comunale, superando le numerose difficoltà che si frapponevano alla sua esecuzione. Padre Saglietto così descrive il giorno in cui venne festeggiato ufficialmente il termine dei lavori: “Il 28 giugno 1906 fu fatta la Festa ufficiale per lo sventramento parziale di Venezia con un ricevimento al quale parteciparono tutte le massime autorità, civili, politiche e militari e molti cittadini del quartiere di Venezia. Ci fu un concerto della Banda giovanile, canti e declamazioni di poesie ed il discorso ufficiale pronunciato dal prof. Pietro Vigo …” [9]

La chiesa di Santa Caterina o dei “Domenicani” e il retrostante convento si sviluppano lungo gli scali del Refugio. A seguito della soppressione dell’ordine religioso voluto da Napoleone Bonaparte, il convento venne destinato a carcere, fino agli anni ottanta del Novecento.
La struttura sorge sull’antico fossato che nel XVII secolo delimitava la Fortezza Nuova mentre sul retro si snodano i resti dei muraglioni che collegavano il Forte San Pietro alla stessa fortezza e dove era posta la prima Porta San Marco.  [10]

La costruzione avvenne su progetto iniziale di Giovanni del Fantasia per iniziativa dei Padri dell’Ordine dei Predicatori, i Domenicani, giunti a Livorno dal 1686, per potere svolgere la missione di predicatori verso popolazioni le più diverse, attirati dalla presenza multietnica della città. Nonostante enormi difficoltà economiche e grazie anche alle numerose sovvenzioni i lavori poterono iniziarono il 17 settembre 1720 quando venne posta la prima pietra anche se procedettero con difficoltà e si succedettero alla direzione diversi architetti. Sembra che il progetto abbia preso ad esempio il Pantheon di Roma. Negli anni quaranta del ‘700 a seguito dei cedimenti della cupola fu resa necessaria la costruzione di un torrione ottagonale in secondo livello che conferisce alla struttura un aspetto particolare.
L’interno è arredato con opere preziose di marmisti di Carrara, con suppellettili e pitture doni di varie congregazioni e confraternite, l’edificio è sormontato da una grande cupola, alta ben 63 metri grazie alla lanterna aggiunta nel 1869 da Dario Giacomelli.

“Il suo interno a forma di rotonda è ornato di otto grandi cappelle all’intorno divise da solidi e ben intesi pilastri con capitelli d’ordine composito e bellissimo cornicione al di sopra sormontato da un attico diviso pure da pilastri fra cui ci sono i finestroni che danno luce al tempio e sui quali riposa un super cornicione dal quale si stacca la gran volta emisferica ossia la Cupola. L’insieme corpo del fabbricato è grandioso e ben inteso”.  [11]

Vi si possono ammirare gli affreschi ottocenteschi di Cesare Maffei, che costituiscono, con i loro 1.500 mq, uno degli spazi affrescati più grandi della Toscana. Nel coro vi è un notevole dipinto ad olio del Vasari, rappresenta l’incoronazione della Vergine dono del cav. Antonio Filicchi; di fianco c’è l’ingresso laterale della chiesa, sormontato da un ballatoio, su cui è disposto l’Organo monumentale, uno dei più preziosi della Toscana.
Sull’arioso ottagono sovrastato dalla grande cupola si affacciano sette grandi cappelle riccamente decorate ciascuna degna di particolare attenzione per le diverse testimonianze religiose.

Due chiese, due autentici gioielli in cui il sacro e l’arte formano un connubio indissolubile ancora più affascinante per il contrasto tra un esterno scabro e un interno avvolgente nella sua magica atmosfera religiosa e artistica. Vale la pena sottolineare i commenti che i visitatori ne fanno esprimendo tutto il loro entusiasmo, ma sollecitando anche una maggiore fruibilità da parte dei viaggiatori affamati di conoscenza.  [12]

Paola Ceccotti

Paola Ceccotti è nata a Livorno nel 1952. S’interessa da sempre alla storia e collabora con il portale www.pisorno.it, con argomenti di storia, cosi come con la rivista Omnibus della associazione Acsi di Livorno dove abita. E’ laureata in pedagogia e in scienze politiche, e sta completando il percorso di laurea in storia indirizzo contemporaneo presso l’università di Pisa. E’ grafologa indirizzo francese iscritta all’albo A.G.I. Ha pubblicato anche su Comune di Livorno "Comune Notizie" con argomenti di storia tra cui: Saggi su “I deputati livornesi nel primo Parlamento dell’Italia Unita”, “La Storia della provincia di Livorno” e “Il fascismo a Livorno dagli anni ’20 ai primi anni ‘30” ed. Ibiskos Empoli. Scrive saltuariamente sul suo blog omiadilettaluna.

[1Luigi Vagnetti “Considerazioni sulla città ideale di Livorno”, Rivista di Livorno, maggio-giugno 1954, pag. 196

[2Ivi

[3Liburni Civitas, Antiche franchigie, anno II Fasc. V, 1929, pag. 152

[4G. Piombanti, Gguida di Livorno, ed. Forni, 1903, pag. 24

[5G. Vivoli, Annali di Livorno, pag. 745

[6Cenni sopra Livorno, tip. G. Sardi, 1856

[7Cesare Monteverde “I Misteri di Livorno”, Tip. Sborgi, Volterra, 1853

[8Liburni Civitas, La Chiesa di S. Ferdinando re, anno X, 1937, pag. 194

[9A. Figara, Padre G. Battista Saglietto trinitario, stamperia comunale Livorno, ottobre 1982

[11P. Volpi, Guida del forestiere per la città e i contorni di Livorno, 1846, pag. 177


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