Altritaliani

La ricerca scientifica come propaganda

martedì 16 febbraio 2016 di Gianluca Cinelli

Polemica tra ministro Giannini e i ricercatori italiani all’estero. La realtà è che ancora una volta sono state disattese le promesse governative di premiare il merito ed aiutare la ricerca in patria. Furbamente, invece, ci si fa vanto delle eccellenze italiane costrette alla ricerca all’estero come se lavorassero per l’Italia. Come nel recente caso della ricercatrice premiata in Olanda, Roberta D’Alessandro, che ha affidato a Facebook il suo sfogo. E’ l’ora di cambiare verso e di dare a Cesare quel che è di Cesare.

L’hanno fatto di nuovo. Il politico di turno, il ministro Giannini, ha pubblicamente esternato la sua soddisfazione ufficiale nei confronti della ricerca e dei ricercatori italiani, per una recentissima raffica di prestigiosi riconoscimenti ottenuti da una scienziata italiana in… Olanda. La ricercatrice direttamente interessata nella vicenda, cioè quella che a suon di progetti raccoglie frutti e riconoscimenti mediante il suo lavoro presso enti di ricerca esteri, ha giustamente e prontamente risposto, sottolineando che questi risultati non riguardano l’Italia. Perciò giù le mani e silenzio, almeno per rispetto.

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La ministra Giannini

Presto volano i commenti dei lettori, sulle pagine online dei quotidiani, e spesso, purtroppo, sono peggiori del misfatto. Dicono molti di questi lettori che la ricercatrice dimentichi, mostrando poco patriottismo (questi difensori della causa persa della Grande Madrepatria son sempre in circolazione, ahinoi), di essersi formata in Italia, in scuole e università italiane. Dunque non dovrebbe essere orgogliosa, con fierezza italica (magari pettoruta), di aver contribuito con il suo lavoro al prestigio della ricerca italiana.

Purtroppo il diritto di parola, sacrosanto, viene spesso equivocato come licenza di aprir bocca e dare fiato, dimenticando il caro aforisma di Oscar Wilde: meglio tacere e sembrare stupidi, che aprir bocca e togliere ogni dubbio.

Il tema mi è molto caro, sono io stesso un ricercatore che per anni ha viaggiato all’estero, raccogliendo risultati e soddisfazioni. Non sono uno di quelli che ha subito in modo traumatico l’umiliazione di essere calpestato dalla marcia ottusa dei protetti e dei mediocri raccomandati, forse perché mi sono rifiutato di partecipare al massacro. Ma le storie di tanti che invece vi sono rimasti dentro le conosco, tutte uguali, sempre le stesse. Gente brava, moralmente sana, che è stata demolita dalle pulcinellate di un sistema scolastico e accademico illogico, borbonico e burocratico.

In queste cose, però, ognuno se la vede con se stesso, il mondo è grande e la vocazione è ciò che davvero muove un intellettuale verso i suoi risultati, anche se questi fossero in fondo al mare. Figuriamoci se l’Italia di oggi possa essere un ostacolo per l’intellettuale libero. Fa ridere. La storia dell’Italia non meritocratica è vecchia e quasi ridicola, perché a forza di ripeterla ha assuefatto tutti e suscita il riso maligno dei mediocri. Magari sul mercato della scienza un ricercatore italiano che ha dovuto lasciare li suo paese per dare il meglio di sé vale milioni di euro e un Nobel, chissà. Che importa?

Al momento giusto, basterà che il politico si appropri di quel successo individuale e se lo riporti a casa come un trofeo. Troverà sempre una folla plaudente coi gagliardetti tricolore al braccio, inneggianti e tronfi nella Piazza Venezia di turno (magari virtuale). L’armiamoci e partite è sempre vivo nell’anima italica, triste ma vero. La gradassata del fannullone che fa lavorare gli altri, che aspetta di vedere se i primi cadono, ma che poi siede al tavolo delle trattative quando c’è da distribuire i proventi, è un’azione ignobile che inquina e degrada la vita pubblica italiana a tutti i livelli. Ci sarà sempre tempo per chiamare quei primi coraggiosi “eroi” della Patria e a imbellettarsi con la loro gloria.

Tutto ciò si chiama vigliaccheria. Un intellettuale che rivendica il proprio sacrificio per sé e in nome di una comunità più ampia della nazione e della patria rimarrà sempre superiore a questa melma. La sua pretesa di rispetto è sacrosanta, la sua indignazione davanti alla propaganda e alla retorica è giustamente feroce.

La cosa orrenda è questa: chi dovrebbe vergognarsi non lo fa, perché si ricolloca in alto con il sofisma vile di far proprio il valore altrui. Invece si vergogna di sé, di essere italiano, il ricercatore che all’estero subisce questa onta e deve incassare la solidarietà dei suoi amici e colleghi stranieri, come un esiliato. E ciò instilla veleno nell’anima, una forma di odio per quel Paese e quella cultura che si ama e per la cui pessima salute morale si spasima ogni giorno. E mormora fra sé, fremendo di rabbia e vergognandosene: che siate maledetti.

Come in un’assurda guerra civile, intesa proprio come guerra per la civiltà, vagheggia l’Italia come una terra da fare, un’utopia bella e consolatoria, un Eden da riconquistare, mentre sa che nel presente essa è una terra desolata e triste, rassegnata, corrotta. E soffre, e soffrendo riversa il meglio di sé in quella scienza che lo salva e lo innalza. Non certo per l’Italia, che è solo un’idea da ripulire ogni giorno dagli schizzi di melma.

Gianluca Cinelli

Gianluca Cinelli vive attualmente a Roma. Ricercatore, collabora al progetto "Lessico leopardiano" all’università di Roma La Sapienza e scrive anche narrativa (del 2011 il romanzo "Fantasmi in Val d’Orcia"). Ha preso il dottorato in italianistica in Irlanda nel 2008 e trascorso due anni all’università di Francoforte come borsista della Fondazione Humboldt, con una ricerca su etica e letteratura in Alessandro Manzoni. Si occupa da anni di autobiografia e letteratura di guerra. Ha pubblicato libri e articoli su Nuto Revelli, Primo Levi, Manzoni e memorialistica di guerra.


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