Altritaliani
Poesia italiana contemporanea

La poetica di Sauro Albisani ǀ ’Orografie’ e l’universo scuola.

lunedì 15 febbraio 2016 di Cinzia Demi

Sauro Albisani, a cui dedichiamo questa pagina di “Missione Poesia”, è il poeta che si confronta con un duplice punto di vista, che va nelle direzioni parallele della sua dimensione esistenziale, in una consonanza che emotivamente coinvolge il lettore e trova punti di contatto con l’esperienza universale dell’essere alunno e di chi vive o ha vissuto l’esperienza dell’insegnamento. Con una peculiarità stilistica colloquiale e spesso quotidiana che “buca” la pagina, rendendo un vissuto reale, dall’alto valore pedagogico.

Sauro Albisani nasce a Ronta del Mugello il 20 febbraio 1956. Ancora ragazzo si trasferisce a Firenze, dove seguirà gli studi classici per poi iscriversi alla Facoltà di Lettere. Qui avrà come maestri, tra gli altri, Lanfranco Caretti e Ludovico Zorzi per la Storia del Teatro, disciplina nella quale si laurea nel 1980. Negli stessi anni conosce Carlo Betocchi, a proposito del quale ancor oggi egli sente di poter far sue le parole di Luzi che chiudono una poesia dedicata all’autore de L’estate di San Martino: «mio solo umile maestro». Di Betocchi, Albisani curerà due libri (Poesie del sabato e Confessioni minori) e due ne dedicherà alla sua poesia nell’arco dei successivi vent’anni (Il cacciatore d’allodole, 1989; Cieli di Betocchi, 2006).

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Sauro Albisani

Intrapresa la professione di insegnante nella Scuola Superiore, affianca all’impegno didattico un’attività teatrale che dà spazio e voce al suo secondo tavolo di lavoro, quello della drammaturgia, che alterna a quello della poesia, non di rado coniugandoli insieme secondo la formula eliotiana di un teatro in versi. All’interno di questa esperienza, fondamentale quanto l’incontro con Betocchi risulta quello con Orazio Costa Giovangigli, il grande decano del teatro italiano, che dedicherà anche pubblicamente molta attenzione alla drammaturgia di Albisani, arricchitasi nel tempo, dopo l’esordio con Campo del sangue (Vallecchi, 1987), di altri titoli: Il santo inganno, Il roveto ardente, Perché il volo cominci, Giosuè Borsi, I segugi (rielaborazione dell’omonimo frammento sofocleo condotta a quattro mani con Miklos Hubay). Ma del lavoro teatrale di Albisani non si può tacere l’impegno costante nel laboratorio didattico che da sempre porta avanti insieme all’insegnamento curricolare, nonché la direzione artistica quinquennale del piccolo e coraggioso Teatro Borsi di Prato, da lui stesso fondato nel 2004 e proseguito fino al 2009. Non meno significativi l’impegno saggistico incentrato su un metodo di riflessione aforistica riguardo alla deontologia del poeta nella società post-gutenberghiana (Ippocrene. Riflessioni sull’ispirazione poetica, 1991; Verso casa. Soliloqui sulla poesia, 1992) e il costante lavoro di traduzione (da Marziale all’ungherese Arany, al rumeno Eminescu).

Centrale resta comunque la sua produzione lirica, scandita a tutt’oggi in tre volumi: Terra e cenere (2002), La valle delle visioni (2012), Orografie (2014). Premi: Circe Sabaudia, Contini Bonacossi, Frascati, Gradiva New York, Il Ceppo, Lerici Pea, San Pellegrino Terme, Viareggio giuria.

Conosco Sauro Albisani poeticamente da sempre, personalmente dallo scorso anno. Ci siamo incontrati alla premiazione del Premio di poesia intestato a Guido Gozzano, nel comune di Terzo (AL), dove entrambi abbiamo ricevuto un premio dalla giuria. E’ lì che, per la prima volta, l’ho ascoltato raccontare la propria poetica, leggere i propri testi. Mi lega a lui, oltre a quel leggero vento campanilistico di stessa origine regionale – toscani tutti e due - , anche quel peculiare modo di verseggiare che lo contraddistingue, attraversato da rime e assonanze e da un gran numero di richiami danteschi. Impensabile non trovare affinità con quanto mi è più caro per forma e stile ma, non solo. Impensabile non ritrovare, o non ritrovarsi, nei passaggi del suo ultimo libro Orografie (ma alcuni di questi temi erano già in embrione nelle precedenti raccolte) dedicati alla scuola, ai suoi alunni, al mondo dell’insegnamento, e scolastico in generale, dove le esperienze di scolaro e alunno (quale egli fu, naturalmente) si fondono all’unisono con quelle di professore che osserva e rivive le medesime cose, attraverso lo sguardo dei suoi stessi alunni.

Il punto di vista diventa così duplice, ovvero va nelle due direzioni parallele che fanno parte dell’esperienza unica del poeta, in una consonanza che emotivamente coinvolge il lettore e trova punti di contatto con l’esperienza universale dell’essere alunno e di chi vive o ha vissuto l’esperienza dell’insegnamento. La peculiarità dell’autore è inoltre l’affermazione stilistica colloquiale e spesso quotidiana che “buca” la pagina rendendo un vissuto reale, al quale riconoscere un alto valore pedagogico, tutt’altro che scontato, di ambientazione sociale e contestuale, capace di mettersi nei panni di chi ascolta, osserva e non giudica - quasi mai - l’ottica diversa dalla propria.

OROGRAFIE

I testi poetici di Albisani in Orografie (Passigli, 2014) sono preceduti dalla prefazione di una grande penna della critica poetica contemporanea, quella di Giancarlo Pontiggia che esamina, nel suo scritto, la dimensione interiore della visione poetica dell’autore, andando a scavare per ritrovare un senso, quello più “puro e doloroso” della vita stessa, che diventa possibile rintracciare attraverso il percorso di ricordi dell’infanzia del poeta e dei riscontri con l’attuale presente, dove si avverte costantemente – sottolinea Pontiggia – “una sensazione di fallimento, di inganno, di errori che tornano ciclicamente a ripetersi, e che ora si rivelano nella loro dolorosa insensatezza, senza premi e senza risarcimenti”.

E il senso della vita sembra essere per Albisani, in certo qual modo, identificabile con il senso della poesia stessa, dello scrivere, dell’essere poeta laddove se ne domanda spesso l’origine, la necessità, la fine: Non so più perché volli/diventare un poeta./Ricordo notti folli/di musica segreta.//La poesia cosa disse/a un’anima infelice? mi sembrò che riaprisse/in me una cicatrice.//Vegliavo interrogando/l’ombra, e le sue forme./Ora non chiedo più/e il mio poeta dorme.

In questo procedere a tentoni fra i ricordi, per tentativi di riscoperta di senso, di ricerca quasi di una propria identità e utilità di poeta, sta dunque la chiave di volta di un cammino teso – almeno per la parte di maggiore consistenza del libro – a costruire legami, a intrecciare filamenti con il proprio “essere” e il proprio “essere stato”, e individuato attraverso la forma dello scarto generazionale che l’autore intuisce come modalità di relazione e messa in scena della contemporaneità del mondo. Così, come in una carrellata di personaggi che si affacciano in proscenio per presentarsi al pubblico, i protagonisti del mondo scolastico albisano diventano fonte continua di scoperta di particolari, di sentimenti, di atteggiamenti, di espressioni gergali e digitali, in un alternarsi di vicende per le quali assurgono, quali archetipi recuperati da irrequieti miti, ora a drammatici, ora a ironici, ora a impossibili cantori di un’opera, che non è più “opera prima”, ma che riconduce a un primato: quello che fu del poeta bambino, o meglio del bambino che sentiva la poesia pulsare nelle vene, che mandava a memoria rime, e solo credeva in quest’arte, e che adesso ne ha perso le tracce, il vigore, la passione, che non crede più nella sua funzione salvifica, pur frequentandola.

Ma, procedendo per gradi, chi sono i protagonisti della poetica di Albisani? Sono I ragazzi - in Gita - che fumano dio/fanno shopping in gita scolastica [mentre] disegnano un cuore e una svastica; sono Margherita per la quale, dice il poeta: … vogliamo che ancora tua madre ti tocchi/i capelli, e li lavi lei stessa;/se nessuno li vede,/dopo, in chiesa, per l’ultima messa,/non importa; e vogliamo che tu ti balocchi/bel sonno col disco che è il primo in classifica […]; sono Il ragazzo che solo per far notte/ritorna sui suoi passi, senza meta […] e che sa che nessuno gli insegna come amare/che adesso con le corse già più rare/(ha fatto forca a scuola)/non sarà facile prendere il tram/e rincasare; sono I ragazzi all’uscita dalla scuolaquelli che nascondono giardini/dietro gli occhiali, nelle mani incerte; sono Elena oscura, Elena che hai paura/, Elena che ti trucchi di pensieri,/Elena dei misteri, Elena senza brama,/che ami chi non ti ama […]; sono ragazzi che nei testi del poeta si mostrano in tutta la loro fragilità, paventata arroganza, strafottenza dell’età che nasconde insicurezza e paura, spesso sofferenza, e sono ragazzi nei quali rispecchiarsi e contemplare insieme all’immagine, la dimensione leggera e sfumata di una vita trascorsa e che, forse, ha perduto la genuina freschezza di speranza e progettualità.

Il mondo diventa una grande scuola a cielo aperto, con alunni, insegnanti, bidelli, pagelle, lavagne, supplenza, gite scolastiche… e in questo affastellarsi di oggetti e soggetti l’unica cosa che conta è il filo rosso dei ricordi, che riporta la narrazione antica di un bambino di campagna che varca il portone del suo primo giorno di scuola, che teme sempre di arrivare in ritardo, che semina inchiostro sulla carta/e spera … diventare un poeta? … forse quello stesso poeta che, molti anni dopo, nel testo Correndo a scuola ripercorrendo le orme di un maestro, Giovanni Pascoli, si confronta con il simbolismo della rondine: Rondinella che a gara con la bici/voli a zig-zag sopra l’asfalto molle;/poi, oltre il ciglio, rasenti le zolle:/che cosa indichi, cosa mi dici?

Questa modalità espressiva, in chiusura di articolo, mi permette di sottolineare come tutto lo stile del libro sia articolato all’insegna di un linguaggio verosimilmente vicino alla lingua parlata, colloquiale e chiaro, connotato da campiture musicali che tra rime, assonanze, consonanze permette di identificare la poesia di Albisani in quell’ottica di “legame musaico di parole” per dirla con l’Alighieri, non per nulla corregionale anch’egli e grande maestro di lingua che ancora conserva tutta la sua autorevolezza, che conferiscono alla poesia la sua peculiarità di genere letterario.

Orografie: alcuni testi

Testamento del nullatenente

Testardamente tu non volesti essere
che avresti tuttavia potuto essere;
fingesti sempre di credere d’essere
la preda, e intorno ti lasciasti tessere
una rete di tante servitù
mitigando il dolore con il gusto
d’ingannare, di fingere una parte.
E tuttavia, tu non potesti essere
chi avresti eroicamente voluto essere.
Il responsabile del tuo malessere
restava quello che ti elesse re.
E eri lontanissimo dal giusto:
nessuno nel dividere le carte
sceglie con libertà. Nessuno: tu.

*****

Il custode che guarda le ragazze
baciarsi nel cortile a ricreazione
passa indolente con un foglio in mano
da consegnare in vicepresidenza.
Col fiato corto sale la sua balza
di purgatorio, una rampa di scale.
A pochi metri si aggiusta la calza
una Matelda sedicenne, persa
tra mille fiori, decalcomanie
impresse sullo zaino: la sua guancia
si gonfia per la noia dell’attesa.
Per la noia si gonfia anche la pancia
del custode, a quest’ora, ogni mattina
davanti al bar. Non sembra vecchio, salvo
la stempiatura che lascia alla brezza
di marzo i pochi capelli arruffati.
Non capisce il perché di tante cose:
– Vent’anni fa, giura puntando l’unghia
sull’ombelico, anch’io ero un ragazzo –
Che ne è stato di noi? perdio, rispondi!
Pietà di me, io non so quel che dico.

*****

Google maps – Street view

Sono dentro il satellite che vola
seguendo la sua orbita, intravedo
nel traffico lo scooter in via Prati
svoltare l’angolo: sto andando a scuola.

*****

Lavagna

Siamo così tanti perché siamo così soli.
Davanti alla lavagna luminosa
ci somministrano le istruzioni per l’uso.
Qualcuno ha lanciato la palla nel cielo.
Sappiamo come funziona, sappiamo tutto
ma non sappiamo nulla. Questa luce artificiale
è circondata dal buio.
non si trova parcheggio neanche per la moto.
Fortuna che nel cortile hanno aggiunto
una seconda scala di sicurezza.
Ma nessuno uscirà.
All’intervallo c’è chi beve mezzo bicchiere
come chi un tempo pregava,
due volte al giorno, alla stessa ora.
Nell’elenco alfabetico
io sono il miliardesimo uomo solo.
Sul davanzale ci sono i piccioni, come venti anni fa.
Accendiamo la nuova lavagna.

*****

Il mendicante

Poi ho spostato la stuoia lontano dall’ombrellone
e come su una graticola
mi sono disteso al sole.
Sapete quei film che scivolano via
sotto le palpebre
con un montaggio perfetto
nella sua insensatezza?
Mi è tornato in mente quel pazzo di Hölderlin,
nel tempo della povertà.
Prendeteli se volete, come i sottotitoli del film,
un film girato al risparmio,
tanto che mancano i nessi
fra le parole e le immagini.
A questo punto il vento ha ribaltato l’ombrellone.
Chissà dov’è volato il foglio.
Orazio dice d’aver cominciato a scrivere versi
spinto dalla povertà.
Come se uno facesse fortuna
chiedendo l’elemosina.

Cinzia Demi
Bologna, febbraio 2016

IL SITO DI SAURO ALBISANI

*****

P.S.: “MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. Per scoprire i contributi già pubblicati:
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Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it


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