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Al cinema in Francia il 10 febbraio

ALASKA, un film di Claudio Cupellini - Recensione

sabato 6 febbraio 2016 di Fabrizio Botta

Storia a tinte forti, con venature noir. Dove la forza dell’amore finisce con il trionfare ad onta di tutte le condizioni al contorno. Il film si impone con una sua forza carnale. Con una potente costruzione dei caratteri. Per le eccellenti interpretazioni. Per l’approfondimento di temi non banali quali il senso di vuoto, di mancato appagamento della rincorsa al denaro, alla ricchezza, alla carriera, contrapposto al senso di pienezza e di soddisfazione nel dare, più che nel ricevere. Scritto su e per Germano, il film ruota attorno all’ennesima strepitosa prova attoriale di uno dei maggiori talenti cinematografici italiani.

LINK INTERVISTE VIDEO ALTRITALIANI al regista Claudio Cupellini ed a Elio Germano:
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Si esce dalla proiezione di “Alaska” con il sorriso sulle labbra. Perchè puo’ esserci la crisi, che ci rende nomadi oppure la violenza, che ci spinge fino al carcere, ma l’amore ha ancora uno spazio in questo mondo. Due paesi, due città, due locali pubblici. La storia di Fausto (Elio Germano) e di Nadine (Astrid Berges-Frisbey) inizia in un hotel parigino e prende forma nelle notti milanesi, in particolare all’Alaska. Due sogni: quello di lui, giovane cameriere, è di diventare un giorno proprietario. Quello di lei, giovane modella, di fare strada nel mondo della pubblicità e delle sfilate. Ma anche il bisogno reale di amare e crescere insieme.

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Alaska di Claudio Cupellini - Foto di Tommaso Giuntini

La loro storia d’amore vive un folgorante e brevissimo prologo a Parigi, sbocciando poi in tutto il suo splendore a Milano qualche anno dopo.La Milano nella quale si muovono i due giovani è quella dei locali notturni, fatta di incontri furtivi, spesso insignificanti e senza profondità. E poi una discoteca che rappresenta il sogno nel cassetto di Sandro (Valerio Binasco), un 50enne milanese che cerca gioie nella vitalità notturna visto che il giorno gliele nega.

La storia ha spunti che ricordano molto quella del film "La sposa turca", lo splendido film di Fatih Akin. Li’, erano il passato dei due protagonisti e le loro origini a ostacolare la storia d’amore. Qui sono invece gli imprevisti della vita e il nomadismo dei tempi moderni che frenano un amore senza freni. Quando tutto sembra perso e finito, il loro amore riaffiora drammaticamente.

Elio Germano non ha più bisogno di consacrazioni, ma riesce comunque sempre a stupire. Basta un’angolatura diversa, un mezzo sorriso oppure uno sguardo accigliato ed ecco che l’attore ci sorprende, emozionandoci. Colpisce la sua capacità di recitare in francese: Fausto è infatti uno dei tanti italiani che negli ultimi anni hanno ripreso a emigrare, per coltivare il sogno di diventare qualcuno. Astrid Berges-Frisbey, sconosciuta al nostro pubblico, recita in un ottimo italiano con un grazioso accento spagnolo. Cupellini l’ha scelta perchè ha visto nel suo viso l’innocenza che cercava nell’attrice principale. Valerio Binasco è straordinario nello stereotipare il triste fallito in salsa Billionaire.

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Elio Germano a Parigi - Foto di Tommaso Giuntini

Le musiche enfatizzano ancora di più la passione che arde tutti i personaggi di questo film, con qualche perla degli Interpol nella scena della torta ai mirtilli. Gergely Poharnok soprende con un’ottima fotografia sopratutto negli interni.

Questo film ci mostra come alle volte il sacrificare aspirazioni lavorative paga nelle nostre vite private, regalandoci piccole soddisfazioni quotidiane prive di materialità ma ricche per il nostro cuore. Alaska avrebbe potuto facilmente cadere nella banalità. Questo non avviene grazie al ritmo scenico imposto da Cupellini, alla bravura degli attori e alla sceneggiatura semplice ma incisiva. Un Cupellini che dopo l’amore padre-figlio di “Una vita tranquilla” e l’egoismo di quel personaggio interpretato da Toni Servillo, mette a fuoco l’amore di coppia nel quale l’Io viene sacrificato a scapito del Noi. Difficile non essere d’accordo con gli sceneggiatori Filippo Gravino e Guido Iuculano, che hanno definito splendidamente la genesi di questo film: “ambizioso, eccessivo, come le vite che vorremmo vivere”.

Fabrizio Botta

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