Altritaliani

L’eterna follia. Orlando Furioso compie 500 anni.

mercoledì 3 febbraio 2016 di Carmelina Sicari

Il 22 aprile 1516 appariva l’“Orlando Furioso”. A distanza di cinque secoli il capolavoro dell’Ariosto si conferma di grande attualità, tra serio e faceto. La follia non è solo del Paladino, il cui cervello è andato a confinarsi sulla Luna, ma è universale ed eterna. Concepito nella Ferrara estense e stampato in città, il poema è uno dei capolavori assoluti della letteratura occidentale che da subito parlò al cuore dei lettori italiani ed europei. Ferrara lo celebrerà con una mostra importante a Palazzo dei Diamanti dal 24 settembre 2016 al 8 gennaio 2017.

Cinquecento anni dall’apparizione del Furioso, il poema non solo della modernità ma della condizione globale dell’uomo apparso prodigiosamente nel cuore dell’umanesimo a proclamare la fallacia della speranza umana.

Speranza di che? Di immortalità, di centralità, di grandezza.

Ecco l’eroe che aveva percorso la poesia cavalleresca, le canzoni di gesta, l’intera Europa, con il suo coraggio, con il valore, eccolo divenuto pazzo. Quando il desiderio diventa follia...

Era l’eroe centrale, lo ricordiamo, anche dell’Aspromonte, la canzone di gesta normanna che ne consacrava la vocazione, un’enfance che proprio in Aspromonte collocava Orlandino e la sua investitura a cavaliere (Vedi: La Canzone e l’epopea di Orlando, tra Aspromonte e Pirenei : http://www.altritaliani.net/spip.ph...).

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Un ritratto dell’Ariosto a opera di Tiziano (1515)

Per una buona metà del poema l’eroe si aggira nudo e barbuto, ridotto alla stato selvatico, senza parole, lui che sapeva di latino ed arabo.

Ricordo lo stupore ed anche lo sconcerto che il bravissimo docente di Italiano al liceo ci comunicava alla lettura degli episodi della follia.
Perchè renderlo pazzo? Ariosto che voleva sottintendere?
Proprio lo sconcerto del mio amato professore mi obbligò quasi ad occuparmi della faccenda.

Il paradosso era evidente. Ariosto che aveva seguito per il suo poema tutto lo schema delle chansons, la genealogia degli eroi, la continuità delle loro imprese, il fine cortigiano e persino gli espedienti di interrompere l’azione nel momento culminante per rinviarne l ’esito e prolungare l’attesa dell’ascoltatore, che aveva ricucito la tradizione epica nelle invocazioni iniziali con quella cavalleresca, poi clamorosamente faceva impazzire l’eroe che aveva fermato gli infedeli e sacrificato la sua vita sui Pirenei. Che senso aveva tutto questo?
E poi si capiva che l’autore si divertiva molto nella rappresentazione del suo personaggio.

Ariosto sorride, proclamava indignato il mio professore, anzi ride.
Ammetto che l’idea del riso gli veniva dalla formazione crociana. Croce per primo infatti aveva denunciato quel singolare riso che correva di ottava in ottava e che sembrava invitare il lettore a non prestare fede all’eroismo, appunto alla grandezza che tanto è illusoria.

Aveva ragione qui lo storico Arnaldo Momigliano. Il simbolo più grandioso del poema è il castello del mago Atlante dove l’illusione è conclamata, svelata, eppure mai vinta, anzi invincibile. I paladini che lo abitano e che corrono avanti ed indietro, affannati per le scale, stanno per uscire quando ecco appare loro la cosa, la persona, che cercavano e che li attira invincibilmente, inesorabilmente dentro.

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Sempre Gustave Doré

Rinaldo vi vede il cavallo perduto, Orlando naturalmente Angelica, perchè Orlando è innamorato di Angelica che lo sfugge. La vita del paladino non ha più il centro e la follia si annida qui.

La follia di Orlando è opposta a quella del più grande eroe greco pazzo, Aiace. Aiace impazzisce per la ubris perchè riteneva di essere il più valoroso combattente dopo Achille e che quindi le armi di Achille gli spettassero di diritto.

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Orlando furioso, Gustave Doré

Orlando non ha più, al centro del desiderio, la gloria, le armi, la patria, ma Angelica sfuggente. A ben considerare neppure gli altri paladini hanno più il centro. La difesa di Parigi sembra un pretesto perchè intorno a Parigi non resta più nessuno.
Rinaldo insegue il suo cavallo, Orlando Angelica e così via e quando si ritrovano nel castello di Atlante quasi non si riconoscono, tutti presi dalla ricerca affannosa, implacabile che li divora.

La quest, la ricerca che nei poemi classici ed in quelli cavallereschi era il destino, l’orizzonte del cavaliere, diviene simbolo, senza oggetto, del destino dell’umanità: cercare senza mai trovare.

Ma oltre ai simboli c’è altro: l’elemento letterario, la sonora musicale ottava, la capacità di sospendere con accorgimento moderno la narrazione nel momento culminante per rinviarla, la variazione dei temi e dei toni come le corde di un’arpa raffinatissima.Tutte cose su cui potremo tornare a celebrare il prodigio di un capolavoro indiscusso.

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Astolfo sulla luna, Gustave Doré

L’ippogrifo che insieme al castello di Atlante è l’altro simbolo del poema ci ricorda la necessità della fantasia, del volo. E l’ippogrifo porta Astolfo sulla luna a recuperare il cervello di Orlando, perchè sulla luna è fuggita la gran parte dei cervelli umani.

La follia è il segno gigantesco della modernità, un destino collettivo e sfuggente, affascinante ed implacabile.

Carmelina Sicari

*

Approfittiamo di questo articolo per segnalare la grande mostra che si svolgerà dopo l’estate a FERRARA

MOSTRA
Orlando furioso. 500 anni
Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi
24 settembre 2016 – 8 gennaio 2017
Palazzo dei Diamanti, Ferrara

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L’Orlando furioso, mostra Palazzo dei Diamanti

Cosa vedeva Ludovico Ariosto quando chiudeva gli occhi? Quali immagini affollavano la sua mente mentre componeva il poema che ha segnato il Rinascimento italiano? Quali opere d’arte furono le muse del suo immaginario? A queste domande vuole dare una risposta la mostra organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte per celebrare i cinquecento anni della prima edizione dell’Orlando furioso. Concepito nella Ferrara estense e stampato in città nel 1516, il poema è uno dei capolavori assoluti della letteratura occidentale che da subito parlò al cuore dei lettori italiani ed europei. Più che una ricostruzione documentaria, l’esposizione sarà una importante rassegna d’arte vera e propria: una straordinaria narrazione per immagini che condurrà il visitatore in un viaggio appassionante nell’universo ariostesco, tra battaglie e tornei, cavalieri e amori, desideri e incantesimi. I capolavori dei più grandi artisti del periodo – da Giovanni Bellini a Mantegna, da Dosso Dossi a Raffaello, da Leonardo a Michelangelo e Tiziano – oltre a sculture antiche e rinascimentali, incisioni, arazzi, armi, libri e manufatti di straordinaria bellezza e preziosità, faranno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato della Ferrara in cui fu concepito il libro e raccontando sogni, desideri e fantasie di quella società delle corti italiane del Rinascimento di cui Ariosto fu cantore sensibilissimo.

Mostra a cura di Guido Beltramini e Adolfo Tura, organizzata da Fondazione Ferrara Arte e MiBACT Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Carmelina Sicari vive a Reggio di Calabria. Si occupa da tempo di letteratura contemporanea e di semiotica con opere su Pirandello e sull’Ariosto; collabora a quotidiani e riviste specializzate ed ha avuto nella sua attività numerosi premi tra cui il “Villa San Giovanni” e il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. È stata finalista, proprio per gli studi linguistici ariosteschi, del premio Accademia dei Lincei.


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