Altritaliani
Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

L’ecatombe di mare Mostrum. ‘Piedi e scarpe’ di Daniela Pia.

domenica 17 gennaio 2016 di Daniela Pia

La poesia ‘Piedi e scarpe’ di Daniela Pia, secondo quanto detto dall’autrice, è nata nel vedere un servizio tg alla televisione. Un’immagine: una spiaggia sul cui bagnasciuga galleggiano scarpe senza piedi. Daniela Pia ha voluto ridare nome e parola a quelle scarpe vuote, a quei piedi scalzi, a quei percorsi smarriti. Un modo per riempire di umanità un mondo che l’ha persa. Qui sotto pubblichiamo la poesia e un breve testo sulla questione ‘migranti’, scritto dalla stessa Daniela Pia, un’autrice sarda, che si definisce ‘contadina della parola’ e fugge da ogni definizione biografica.

Piedi e scarpe di Daniela Pia

Le scarpe di Saddam Absalah,
Son quelle indossate da mio nonno sulla Marmolada,
Non lo hanno protetto
I sandali di Jasmine Gasim li aveva mia nonna nei campi del padrone,
Non l’hanno sfamata.
Ai piedi di Nadia Baryul un pezzo di copertone di auto: zoccoli da strada,
Non le hanno reso leggero il cammino.
I mocassini di Som Shep non sono suoi,
qualcuno li ha indossati a lungo prima di lui
Non sono stati gentili
Arcadia Hamid aveva zoccoli dispari,
Come i suoi occhi divergevano le strade e gli orizzonti.
Hamusa Abdullai era fiera e speranzosa sulle sue suole, davanti il mare,
Non l’hanno tenuta a galla.
Idriss Boussaid aveva scarpe da tennis con la virgola stampata
Ora è Punto e a capo.
Zaida Haj stava in braccio a sua madre,
Aveva solo calze e piedi minuscoli: non erano pinne.
Amal sheikh era laureata, conosceva 5 lingue
Nessuno l’ha sentita gridare.
Fatima Kwajale non era ancora nata
Dall’acqua dolce è passata a quella salata
Nemmeno calze ha mai indossato.
Piedi e scarpe: i primi a fondo
Le seconde a galla
Su onde dove l’umanità s’è persa.

Settecento sono i bimbi scomparsi negli ultimi dodici mesi nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di fuggire dalla guerra dalla fame e dalla disperazione.
Due gli anni del bimbo inghiottito, il tre gennaio, dalle onde.

È lacerante solo provare ad immaginare il dolore dei genitori, quelli sopravvissuti, che li hanno accompagnati nel viaggio, costoso in tutti i sensi. Le illusioni, le istantanee di un futuro possibile per questo e altri figli, che sono anche nostri, non dovremo mai dimenticarlo. Figli dei mostri che stiamo diventando, abituati a tutto: ai numeri degli annegati come ai numeri “incisi” con il pennarello sul corpo dei sopravvissuti.

I numeri, spaventosi per l’ecatombe che significano, rischiano però di cancellare l’umanità dolente che racchiudono se non sapremo collegarli agli esseri umani che rappresentano. Secondo i dati Amnesty dal 1988 al 2015 i morti annegati conosciuti – in quello che ormai è il diventato mare Monstrum – sono 23344, ventitremilatrecentoquarantaquattro, uomini donne e bambini spesso senza nome, che il nome è quello capace di evocare il volto e la storia che custodisce, nomi che dovremo scrivere, storie che dovremo imparare a far rivivere e raccontare. Ventitremilatrecentoquarantaquattro vite interrotte, molte delle quali si sono concluse a Lampedusa, piccola isola ancorata nel Mediterraneo dove hanno provato a ricordarle, i generosi abitanti che convivono quotidianamente con il dramma dei naufragi, nel piccolo cimitero che ha accolto tante spoglie di migranti.

Non si fregia di nomi certi questo cimitero come avviene, per esempio nell’ordinato cimitero di guerra di Colleville sur mer, quello che ricorda i 9387 caduti durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia è proprio nell’imperfezione del suo "disordine" che a Cala Pisana, si avverte la tragedia: una sola è la croce – fatta, come tutte le altre con il legno delle barche dei migranti – che si fregia di un nome, eppure quel nome è capace di raccontare la Pietas che potrebbe ancora unire gli esseri umani.

Di questa Pietas avverto sempre più il bisogno, per incidere nella memoria il volto del bimbo del tre gennaio, quelli che lo hanno preceduto e gli uomini e le donne che lo hanno accompagnato nel cimitero che rischia di diventare la nostra civiltà, se non sapremo collegare i Ventitremilatrecentoquarantaquattro esseri umani inghiottiti dalle onde, alla vita che hanno vissuto e a quella che hanno sognato. Solo calzando, anche per poco, le scarpe di questi nostri simili, nella rappresentazione delle paure, nei progetti, nel viaggio in mare che li ha segnati, potremo essere capaci di sentirli, vederli, onorarli.

Daniela Pia


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