Altritaliani
Storia dell’arte - Un percorso straordinario

Un ritorno di Benozzo Gozzoli a Montefalco

mercoledì 6 gennaio 2016 di Maria Rita Silvestrelli

È quasi l’Epifania, sono a Firenze e ho voglia di avere un regalo. Così vado a cercare Benozzo e la sua Cavalcata dei Magi con tutto quel verde sullo sfondo. Nella gran sala deserta e silenziosa di Carlo VIII (quella della famosa frase di Pier Capponi: “Se voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane”), brillano le luci intermittenti di un abete. Proprio lì accanto, c’è la cappella dei Medici, dove si dispiega il gran corteo.

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Firenze, Palazzo Medici Riccardi, Cappella dei Magi

Camminano da secoli in silenzio, ma quei volti che ti guardano sono vivi ancora e senza stanchezza. Fra i tanti il mio pensiero va al giovane Giuliano, a quella sua vita stroncata in cattedrale e sento l’eco del dolore. Poi torno alla favola, agli abiti sontuosi, ai cavalli a bocca aperta, alle cacce su per la montagna, dove corrono animali troppo grandi, eppure tanto familiari da far tenerezza.

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Firenze, Palazzo Medici Riccardi, Cappella dei Magi, Benozzo Gozzoli

C’è anche Benozzo in mezzo a quella folla, proprio lui, il pittore, compiaciuto di tanta opera e di tanto onore.

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Firenze, Palazzo Medici Riccardi, Cappella dei Magi, Benozzo Gozzoli, particolare

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Firenze, Palazzo Medici Riccardi, Cappella dei Magi, Benozzo Gozzoli autoritratto, particolare.

Mi tornano in mente allora le parole profonde, meditate e un po’ maligne di Vasari: “Fece tanto lavoro nella età sua che e’ mostrò non essersi tanto curato d’altri diletti. Et ancora che e’ non fusse molto eccellente a comparazione di molti che lo avanzarono di disegno, superò nientedimeno col tanto fare tutti gli altri della età sua, perché in tanta moltitudine di opere gli vennero fatte pure delle buone” (G.Vasari, Le vite, II, 1568).

Tanto lavoro, pochi diletti, una lunga vita operosa. E fra le tante opere, qualcuna anche buona. Del medaglione vasariano mi si era fissata nella memoria quasi soltanto questa cattiveria bonaria. Ora il pittore mi è più simpatico.

A Montefalco ho visto la lettera che nel giugno del 1452 scriveva “da San Francesco proprio” con grafia minuta ed elegante al “savio e Discreto giovane” Michele Brancacci, podestà di Todi, figlio di quel Felice Brancacci fiorentino che aveva chiamato Masolino e Masaccio ad affrescare la sua cappella al Carmine. Gli diceva di doversi recare a Viterbo, ma non prima di aver terminato i suoi impegni a Montefalco dove lo invitava ad andarlo a trovare (“mi farete grandissimo piacere a venirvi a star due dì con esso mecho”).

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Montefalco, Chiesa Museo di San Francesco. Lettera autografa di Benozzo Gozzoli.

Qui sulle pareti dell’abside della chiesa dei francescani Benozzo aveva raccontato le storie di san Francesco, dando libero sfogo alla sua fantasia prospettica e colorata, dimentico persino del gran ciclo francescano di Assisi, ma non di Giotto, rappresentato fra le glorie dell’Ordine in atto di dipingere, Pictor Eximius Fundamentum et Lux, insieme a Dante e Petrarca.

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Montefalco, Chiesa Museo di San Francesco.

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Montefalco, Chiesa Museo di San Francesco. Benozzo Gozzoli: Giotto insieme a Dante e Petrarca.

Nasceva così su questi muri una nuova, più precisa rappresentazione del paesaggio urbano indagato in scene uniche come quella di Francesco che benedice il popolo di Montefalco, dove oltre alla verità dei ritratti, puntuale è la veduta del borgo chiuso dalle bianche mura, la porta del quartiere, la stessa chiesa di San Francesco, messe a dominare la pianura circostante, con i campi coltivati, il monte Subasio, le piccole città in lontananza chiuse tra mura e torrioni, appena tracciate con bianche pennellate.

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Montefalco, Chiesa di San Francesco, Predica agli uccelli e San Francesco benedice il popolo di Montefalco.

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Montefalco, Chiesa di San Francesco. San Francesco benedice il popolo di Montefalco particolare.

Traspare lo stupore dell’artista per il panorama che poteva godere lì a pochi passi, affacciandosi a perdita d’occhio sulla valle umbra, contemplando le luci sulle montagne, le nuvole rosa, i suoi pensieri.
Nel sogno di Francesco tornava invece il ricordo delle architetture di Michelozzo, suo compagno nella bottega del Ghiberti, come il palazzo comunale di Montepulciano, sospeso all’orizzonte quasi fosse un’architettura di scena, emergente da chissà dove.

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Montefalco, Chiesa di San Francesco. Francesco dona il suo mantello al povero e Sogno di San Francesco.

A far da sfondo all’incontro del santo d’Assisi e san Domenico metteva invece la facciata della basilica costantiniana di San Pietro coll’obelisco accanto, memoria dei suoi recenti soggiorni romani, a fianco del Maestro mai dimenticato, l’Angelico, il Beato, poeta della luce.

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Montefalco, Chiesa di San Francesco. Incontro di San Francesco e San Domenico davanti all’antica basilica vaticana.

Ora m’è ochorso un poco de chaso” scriveva ancora nella preziosa letterina. Doveva trattenersi, rimandando la partenza per Viterbo, per illustrare le storie di san Girolamo in una cappella gentilizia in San Francesco, forse ancora più incantevole, ricca di trovate, di una pittura fresca e raffinata. Come dimenticare il bellissimo finto polittico tutto d’oro, che proietta le sue ombre all’interno della capsa che lo contiene dipinta come un cielo, d’azzurro e stelle d’oro, la tenda blu ben ripiegata di lato? Sono vertici di una pittura illusionistica resa con sapienza tecnica e con freschezza giovanile.

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Montefalco, Chiesa di San Francesco, Cappella di san Gerolamo, storie del santo e finto polittico.

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Montefalco, Chiesa di San Francesco, Cappella di san Gerolamo, finto polittico.

E qui segna anche la data della fine dei suoi lavori a Montefalco. È il primo novembre del 1452.
Vi era arrivato due anni prima sostando in quell’eremo di San Fortunato culla dell’Osservanza francescana, che lasciata la città, si raggiunge in pochi minuti immergendosi nel silenzio. La chiesa piccolina accoglie all’ingresso il viandante solitario con la lunetta affrescata dal maestro fiorentino. Qui c’è la Vergine col biondissimo Bambino benedicente e ben vestito, c’è san Francesco, fervido in preghiera e Bernardino da Siena appena asceso alla gloria degli altari.

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Montefalco, san Fortunato, portale d’ingresso

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Montefalco, san Fortunato, Benozzo Gozzoli, Vergine col bambino tra san Francesco e san Bernardino e angeli.

All’interno resti preziosi di una più ampia decorazione che celebra il santo locale, quel Fortunato, santo contadino che seduto su un trono regge il suo bastone divenuto un albero fiorente,

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Montefalco, san Fortunato. Benozzo Gozzoli, san Fortunato.

e poi di nuovo la Vergine, sorella di quella già incontrata. Questa volta prega, assorta, contemplando il Figlio nel suo grembo. Accanto a lei, un angelo inginocchiato, biondo e un poco assente, suona un tamburello. È il 1450 e Benozzo si firma de Florentia.

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Montefalco, san Fortunato. Benozzo Gozzoli, Madonna col bambino e angelo.

È sull’altare di questa semplice, autentica chiesa francescana dove si trovava un tempo anche una tavola all’antica, quella Madonna della Cintola che oltre a celebrare l’Assunzione della Vergine e concludere così il programma iconografico della chiesa, mostrava alla gente del posto la nuova moda di tavola quadra, senza pinnacoli che tanto piaceva ai fiorentini.

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Pinacoteca vaticana, Benozzo Gozzoli, Madonna della cintola.

Era una novità certo, ma il padre guardiano Antonio da Montefalco, vera anima del luogo, tanto bravo da aver raccolto qualche voto anche in un conclave, e con lui poco dopo Fra Giacomo erano pronti a portare in patria le novità che avevano visto a Roma. Dovevano apprezzare senza riserve quelle scene di predella, dove Benozzo narrava con semplice chiarezza, la Nascita di Maria col cane che si scalda al fuoco,

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Pinacoteca vaticana, Benozzo Gozzoli, Madonna della cintola, Natività della Vergine.

Il Matrimonio con Giuseppe, l’Annunciazione, la Natività rappresentata in un notturno raro, la misteriosa Presentazione al Tempio

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Pinacoteca vaticana, Benozzo Gozzoli, Madonna della cintola, Presentazione al tempio, particolare di predella.

e la Dormitio Virginis. C’erano le luci dell’Angelico a far da garanzia.

La tavola rimase a San Fortunato fino al 1848, apprezzata certo fino allora tanto che per diventar città la si donava al papa. Il papa era Pio IX e volentieri accordava quell’onore. Ora restaurata col denaro dei cittadini raccolto in vario modo, è tornata dai Musei Vaticani a Montefalco. Un bel segno di amore per il proprio passato e per quel meraviglioso territorio dove “ …Benozzo pinse a fresco Giovenilmente in te le belle mura…. Di fiori ed acqua era la sua pintura. [1]

E fino a Pasqua la si potrà vedere in “San Francesco proprio”.

Maria Rita Silvestrelli
Docente di storia dell’arte all’Università per stranieri di Perugia

Montefalco (PG),
Complesso museale di San Francesco
19 luglio 2015 fino a Pasqua 2016
Benozzo Gozzoli. La Madonna della Cintola

[1G. d’Annunzio, Le Laudi, Le città del Silenzio, 1903.

Montefalco, Benozzo pinse a fresco
Giovenilmente in te le belle mura
Ebro d’amor per ogni creatura
Viva, fratello al sol come Francesco.

Dolce come sul poggio il melo e il pesco
Chiara come il Clitunno alla pianura,
Di fiori ed acqua era la sua pintura
Beata del sorriso di Francesco.


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