Altritaliani

A proposito dei taccuini di Proust e della Recherche.

domenica 6 dicembre 2015 di Carmelina Sicari

Fa sempre piacere parlare di Marcel Proust e scoprire i dettagli della sua grande opera che risulta fecondissima ed attuale. Lo scrittore torna spesso impetuosamente come il vento del deserto in un panorama folto di iniziative che lo riguardano.

In una mostra straordinaria (Marcel Proust and Swann’s Way: 100th Anniversary), allestita nel 2013, a NewYork, alla Morgan Library, con anche alcuni oggetti che vengono dalla Bibliothèque nationale de France, l’attenzione si polarizza sui tre taccuini di Proust, che, come si sa, sono anche il laboratorio fittissimo di annotazioni, suggestioni, correzioni e di prime bozze. Un vero e proprio cantiere di scrittura [1].

Ma dello stesso periodo sono anche i Saggi sparsi su Proust di Valentina Corbani con inediti che consentono di ricostruire il percorso della terza scrittura, cioè dell’uso degli oggetti della realtà in funzione emozionale.

Gli oggetti per Proust entrano in contatto con il soggetto in modo tale che la realtà viene ricreata ed interpretata su misura del soggetto stesso che prende coscienza di se’ attraverso la loro rappresentazione.

Sono anch’io tra i lettori più appassionati di Proust che esultano ora all’uscita dei taccuini dello scrittore nello scoprire “di che lacrime grondi e di che sangue” La Recherche. Quanta fatica dev’essere costata al suo autore!

Quando mi sono imbattuta ne’ La strada di Swann, l’emozione fu enorme, come scoprire la verità di se stessi. L’amore per Odette, guardato dalla fine, produceva un effetto di sprofondamento drammatico e di risalita esaltante.
Ora mi rendo conto. Era l’incontro con il se’, che la psicanalisi nelle sue diverse forme cerca di promuovere, ma che risulta sempre un’operazione terribile, come l’incontro con l’invisibile, con l’angelo di cui parla Rilke. Rilke chiama l’angelo tremendo.

Una delle prove che il cavaliere Jedi deve affrontare, nella saga omonima di Star Wars, è proprio l’incontro con il se’, peggiore, temibile più di qualsiasi altro nemico.

L’amore, qualsiasi tipo di amore, per Swann-Proust comincia come le note di una canzone. Appena si sentono le prime note negli amori successivi, tu ti canti l’intera canzone.
E così ci sono riconoscimenti come ricominciamenti in ognuna delle nostre avventure sentimentali, interiori.

Gli dei, pur nascosti sotto false apparenze, nei campi di battaglia, si riconoscono fra loro e cosi’ tu, nel tempo perduto, ritrovi il te stesso di un tempo. Come nella struggente poesia di Gozzano ti riconosci.

Il tempo perduto come un gigantesco flusso ti riporta i Guermantes, le fanciulle in fiore, la madeleine. Non è solo memoria, ma qualcosa di profondo come un fiume carsico che lentamente emerge.

Maestro di un procedimento di disseppellimento del mondo interiore, Proust è l’antesignano di un nuovo modo di scrivere che ha numerosi sacerdoti, primo fra tutti Garcia Marquez.

Debenedetti che, ne’ Il romanzo del Novecento ha analizzato La Recherche come radice dell’innovazione stilistica, ha parlato di epifanie all’interno della stessa definizione proustiana, “le intermittenze del cuore”. Gli oggetti vivono solo se animati dall’emozione ed esplodono verso chi li guarda, altrimenti sono inerti come cadaveri.
Gli oggetti esplodono, ossia si moltiplicano come schegge e ciascuna con un suo potenziale di emozioni.

L’aneddotto della biografia di Proust che vede lo scrittore sostare a lungo davanti ad un roseto per auscultare le sue emozioni e restituirle nella scrittura, dice ampiamente la tecnica stilistica dello stesso.

Il tempo ritrovato è poi la riappropriazione della storia attraverso la realtà compresa. René Girard parla della storia come d’un test della realtà. Più la realtà viene percepita nella sua pienezza, più la storia può dirsi compresa. Il tempo ritrovato è la testimonianza di questa suprema comprensione.

I taccuini ci restituiscono la grande letteratura di cui siamo debitori alla Francia.

Carmelina Sicari

[1La passione di Proust per i taccuini è nota. Forse, scrive giustamente Colm Toibin nel The New York Review of Books, tale passione riguardava più il feticismo dell’oggetto che la scrittura nei taccuini appunto. Ma concetti, temi, lemmi, pensieri, che poi si ritrovano nei libri rimasti celebri, hanno una loro origine, il più delle volte, dentro prime bozze su taccuini, un’abitudine conservata fino al momento della morte.


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