Altritaliani

La rivolta, di Dino Raccanelli

E. Lui, Editore 2015
martedì 8 dicembre 2015 di Giovanni Perrino

Ad un titolo così felice dico subito che io, ma solo dopo averlo letto, avrei aggiunto: “contro la vita sbagliata” cioè “La rivolta contro la vita sbagliata”. Ma va bene così.

Il titolo è azzeccatissimo per un libro che più che un romanzo è un racconto lungo, ma non tanto per il numero di pagine, quanto, piuttosto, perché del romanzo non possiede né la trama, né l’ordito - la concatenazione di fatti veritieri e/o fantasiosi – insomma il tessuto della narrazione.
“La Rivolta” non è neanche una biografia: pur raccontando vicende autobiografiche, non appartiene al genere memoire in quanto l’intento non è raccontare fatti di vita vissuta bensì il progressivo realizzarsi di un progetto. E il protagonista, l’autore del “PROGETTO” non è l’io narrante, ma il padre Ermes, e la finalità dello stesso è dimostrare quanto il riscatto sociale passi non tanto attraverso l’accumulo di rendite finanziarie o di beni, quanto attraverso il sapere, l’istruzione.

È questo il senso della vera rivolta che l’autore intende sottolineare, il fatto che non può esservi rivoluzione alcuna, né nella società, né nella vita privata, senza una reale conoscenza, senza una capacità critica che aiuti a comprendere, momento essenziale di qualsivoglia progettualità.

Nel libro l’intuizione di tale esigenza primaria ed immediata, per sé ed i suoi figli, l’ha Ermes, un contadino poverissimo e appena scampato al terremoto della guerra. Qui il libro di Dino tocca un tema che è orgogliosamente vissuto come elemento distintivo dalla Sinistra Comunista dell’Italia repubblicana.
Di questo retroterra culturale Pietro Ingrao, che ci ha lasciato di recente, è stato per un secolo simbolo vivente. La Sinistra italiana, dopo il Fascismo, è stata orgogliosamente protagonista di un progetto culturale avanzato e progressista.

Il bel libro di Dino Raccanelli tiene fede a questo principio e lo eleva a valore come è giusto che sia in quegli anni di politica dell’illegalità e di perdita di valori ideali.
L’obiettivo del libro è dichiarato fin dalle prime pagine quando già nel primo capitolo incontriamo due personaggi, il Battagliero, un ragazzo che muore a vent’anni combattendo i Tedeschi, pieno di sogni: “Voleva andare a Parigi per fare il pittore” e il Barbone che voleva fare il Direttore d’orchestra e dopo la guerra finì con il fare l’imbianchino, pur di sbarcare il lunario.

Ancora un’osservazione di genere: la Guerra di Liberazione e le attese del Dopoguerra restano sullo sfondo, sono lo sfondo entro cui si snoda la vicenda, ma alla liberazione di Schivenoglia, paese-quinta dell’intera vicenda, è dedicata una sola eppur bellissima pagina (pagg. 36 - 37), a dimostrazione che la storia serve…eccome!
Di ciò l’autore di quel bellissimo libro che s’intitola “Diari della Ca’ Rossa” è convinto, ma qui, ne “La rivolta”, la storia è come in un brano musicale, il leitmotiv che torna, che accompagna, in modo cadenzato, gli eventi, giustificando le scelte dei personaggi.

Lontana l’idea di ribellione che non fosse quella contro l’oppressore nazi-fascista, la rivolta che il padre di Dino, Ermes, aveva pianificato per i suoi figli era piuttosto una ri-salita, una svolta, una ri-costruzione del sé, dopo le ingiurie di una guerra tragica e barbara, recupero della dignità umana e dei diritti universali che la Costituzione avrebbe solennemente proclamato. Dopo la Liberazione, Ermes ricostruisce se stesso come capo-famiglia, giorno per giorno, a costo di enormi sacrifici, per poi proiettare la sua recuperata dignità come lascito testamentario sui figli, quasi un bonario comandamento.

Il libro di Dino mette in scena una paideia oggi modernissima che da Don Lorenzo Milani a Maria Montessori rende la pedagogia italiana del ’900 un esempio per il mondo, checché se ne pensi della scuola d’oggi.

Ripenso alla tristezza di questi giorni nei quali volti implumi di giovani vengono mostrati dalle tv del mondo intero come quelli di sanguinari assassini, mentre sono quelli che un docente di qualsiasi scuola potrebbe trovarsi tra i banchi. Mi chiedo che lezioni potrebbe impartire ‘un figlio di Ermes’, uno che ha vinto perché ha studiato e letto libri per tutta la vita, imparando ad amare la musica e con essa l’umanità intera. Mi chiedo se queste opportunità siano state offerte ai tagliagole dell’ISIS.
Se sono state offerte, come penso, in quanto nati e cresciuti in Paesi nei quali l’istruzione è gratuita e obbligatoria, perché hanno rifiutato di scambiare quel patto con un progetto di formazione che, oltre che al lavoro, li avrebbe portati alla dignità di cittadini come tanti loro coetanei?
Mi chiedo quali sirene li abbiano ingannati, con quali promesse, con quali prospettive fino a far loro preferire una seconda vita a quella dignitosa, anche se non facile, del nostro Occidente. In che cosa abbiamo sbagliato, qual è l’anello che si è spezzato fino a fare dei loro volti puliti l’icona di mostri? Queste sono divagazioni che sono spontanee nel rileggere le pagine del libro di Raccanelli. In fin dei conti, a che servono i libri se non a spiegarci o dispiegarci la complessità del quotidiano? E non è poi vero che gli scrittori sono anche un po’ profeti nel senso che è proprio della scrittura sfidare il tempo?

Torno al libro con una parola che, a mio avviso, più di tutte lo definisce: la parola è RICERCA, perché tale è il lavoro di trasmissione del sapere che Dino compie fra le incomprensioni e le difficoltà del suo percorso umano. Ricerca è nel libro la fiducia nel sapere come strada maestra per una nuova e diversa alfabetizzazione, siano destinatari i bambini delle periferie delle città industriali o i figli dei contadini di un Mezzogiorno affamato di pane e lavoro.

A queste scarne osservazioni vorrei aggiungere una riflessione che mi viene dalla lettura del libro e della sua prefazione.
LO SCRIVERE COME MESTIERE, ma anche come rivolta personale, esigenza, bisogno di affrontare la salita al Golgotha, come introibo, percorso interiore alla definizione del sé, la scrittura come ancora di salvezza. Condivido per esperienza personale questa riflessione che mi unisce a Dino in sintonia e amicizia. Ho letto abbastanza di lui per poterlo definire un fine conoscitore della lingua e un appassionato dello scrivere: ha sempre presente i suoi lettori, li stima, li tiene ben presenti e li accompagna lungo le pagine dei suoi libri. La sua scrittura è rigorosa ed elegante, priva di artifizi, asciutta ma non scarna o avara di parole calde che rimandano agli odori, al gusto, all’ascolto, in un ambito in cui non sono mai assenti i cinque sensi.

Lingua e dialetto, il discorso si farebbe lungo. Un mantovano ‘sciacquato’ in Arno? Un verghiano in sintonia con il Verismo come registro del buon scrivere? L’ammiccante e fortunato pastiche linguistico di Montalbano alias Camilleri?
Si percepisce che Dino è un mantovano che pensa in dialetto e scrive in italiano?
Mi chiedo, se così fosse, quale sarebbe il limite…
A consolidare tale affermazione, tale dicerìa, come direbbe Bufalino, può servire qualche particolare costrutto, qualche parola dialettale che scappa dal suo attento e severo crivello con il quale controlla perfettamente il linguaggio?
Ritengo che approfondire tale tema sarebbe riduttivo e salottiero e condurrebbe ad un discorso sovrastrutturale, quando, al contrario, ci troviamo di fronte, più che nelle opere precedenti, ad una lingua severamente controllata, pulita e chiara come i caratteri ‘corpo 12’ dell’elegante editing dell’Editore Lui. Mi viene in mente l’affresco mantegnesco della Camera Picta in cui anche Dino, come il grande pittore, scosta la tenda in un angolo per dire “A sun chi, sono qui!”. Questa presenza, anche linguisticamente, è rassicurante per il lettore, perché conferma lo scenario in cui la vicenda si svolge, conferisce colore alla scrittura definendone i chiaroscuri. Si veda, ad esempio, pag. 31, uno dei tanti.
“Mia nonna mi sgridò e invece…’prillò’ via in dispensa a prendere il salame e le due sessole di farina. Attacca l’asino alla birroccia che dobbiamo andar via - mi ordinò mio padre...”.

Una scrittura così è una scrittura che non ha padri, se non il suo naturale e, al tempo stesso, ne ha molti, come spesso accade a chi ha passato la vita sui libri.
Ognuno ne attribuisca a piacimento, che la letteratura ne è ricchissima.

Io voglio pensare che Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, dal lontano Paradiso, sorridano leggendo questo libro dal titolo accattivante. Penseranno che questo scrittore loro collega, Maestro il primo e docente di lettere classiche il secondo, scrive pensando ai suoi lettori, come ho già detto, ma, soprattutto, ai giovani lettori che mi auguro, leggeranno questo libro.

Giovanni Perrino
Da Mantova


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