Altritaliani
Origami - rubrica letteraria

Rogo, di Giacomo Sartori.

Edizioni CartaCanta, 2015.
domenica 29 novembre 2015 di Carla Cristofoli

Tre donne, tre momenti storici diversi, tre infanticidi.

Da tempo ho abbandonato le facili letture, quelle consolatorie, che la sera fanno da sedativo, addormentano il pensiero e il cervello. Non m’interessano le letture che ti rinfrescano sotto l’ombrellone in estate o quelle che ti scaldano il cuore nei freddi pomeriggi invernali.
Non voglio essere consolata, non voglio che la realtà sia addolcita e smussata nei suoi angoli più aspri. Voglio anzi che quegli angoli aspri emergano in tutta la loro crudezza. Vorrei che gli intellettuali (soi-disant…) si assumano le loro responsabilità e trovino il coraggio di raccontare il mondo, trovando un punto di vista nuovo, una chiava di lettura, che permetta di esplicitare il complesso.
Voglio e mi serve una letteratura maschia, forte, virile. Voglio, insomma, una letteratura con i muscoli. Là dove per “maschia” intendo una letteratura che rivela coraggio, energia e vigoria.

Rogo di Giacomo Sartori è un romanzo tutt’altro che consolatorio, forte e coraggioso, cinico quanto basta per rivelare gli aspetti più aspri di uno degli argomenti più scomodi che si possano immaginare: l’infanticidio.

In Rogo di Giacomo Sartori si narrano tre vicende diverse eppure uguali: Gheta, Lucilla, Anna. 1612, 1978, 2012. Tre donne, tre momenti storici diversi, tre infanticidi. La storia è dunque apparentemente disordinata, a scatti, quasi scomposta. Diventa a tratti difficile seguire il filo di queste tre vicende, il cambio continuo di punti di vista, che s’intrecciano, si allontanano, si avvicinano.

Tra la cronaca che spara titoli a bruciapelo e Sartori c’è però uno scarto enorme. Lo scarto è fatto di indagine, analisi, storia, letteratura, passa attraverso la parola. Sartori, come afferma in numerose interviste, parte spesso "da vicende reali, per poi allontanarsene, per essere trascinato in plaghe sconosciute che si rivelano essere ben circoscritti nuclei incandescenti, bocche di vulcani, soglie di prove iniziatiche".
Per tentare di capire quei percorsi e come una madre si trasformi in ’mostro’, Sartori legge, s’informa, studia. Questo approccio forse gli viene dalla sua formazione di agronomo, dall’osservazione scientifica. Il linguaggio delle letture specialistiche è però troppo rigido e la materia di studio, al contrario, troppo sfuggente. La ricostruzione narrativa, pur partendo dagli stessi elementi che alimentano la cronaca, ha il potere di farci entrare dentro la storia, scendere nei dettagli, mostrarci quanto di normale, vicino a noi, ci sia in storie così apparentemente fuori dalla normalità.
Il lettore è costretto a calarsi nel vissuto di queste tre donne, nelle loro storie, che diventano pensiero, sensazioni e emozioni.

È in questa discesa che le storie trovano la loro combinazione, un senso che le lega l’una all’altra. A essere studiato qui è anche il corpo della donna. Luogo di gestazione e creazione, diventa oggetto estremamente difficile da gestire. Fuori controllo. Esso pare agire mosso da una volontà superiore, a cui sia impossibile opporre resistenza:
"Anna non riesce a connettere, non sa più nemmeno dov’è, non sa più niente. Sa solo che un fuoco le brucia la carne. (...) Le sue ossa si stanno staccando le une dalle altre, si dislocano. E lei non può fare niente per fermare quella catastrofe, non può difendersi. Può solo aspettare che la sua coscienza si spenga".
Lucilla: "Il suo corpo l’ha seguita nella china discendente: non ha più fame, non ha più voglia di far l’amore, non vuole più niente. Ha solo voglia di bere.
Cerca di reagire uscendo a passeggiare nei prati e nei boschi (...). Non c’è posto per lei trai i trilli e i nuovi virgulti, tra gli sbocciamenti e le mute. Non sa nemmeno badare a sé stessa, è contro natura
".

A spiegarci il momento di definitivo distacco tra la normalità e la malattia, tra la coscienza di sé e il completo offuscamento, l’incapacità a agire e l’essere mossi da volontà altra è la Gheta. Vecchia di secoli, la Gheta nel 1627 è processata e condannata per stregoneria, tra i delitti di cui viene accusata c’è anche l’aver ucciso suo figlio. Delle tre protagoniste la Gheta è quella che forse mantiene più coscienza di sé. Persino il giudice Jakob von Kolz è messo in difficoltà da "quell’indomabile tracotanza" e delle tre infatti è quella che riesce a ripercorrere il processo che l’ha portata all’uccisione del bambino, lo ricostruisce, lo riporta alla memoria, ne riconosce l’assurdità, ma ne vede anche l’evidente normalità: "conferma di aver ucciso il figliolino di poche settimane. Lo ha stretto contro il cuscino perché non riusciva più a sopportare i suoi pianti ininterrotti provocati dal demonio, perché le voci le ordinavano di farlo smettere di frignare. Non voleva farlo, ma lo ha fatto. In condizioni normali non lo avrebbe fatto, mai e poi mai, ma per qualche ragione misteriosa si è trovata a agire così. È successo a lei come poteva succedere alla sorella di uno di quei giudici".

Alle facili e consolatorie verità proposte dalla cronaca, che tendono a proteggerci e hanno come effetto di creare scudi e distanza tra noi e loro, Sartori oppone una verità molto meno confortante. Nella spirale dei fatti in cui l’autore ci trascina, siamo nostro malgrado coinvolti, partecipi, in qualche modo responsabili, accade a noi, in questo momento, ’è successo a lei, poteva succedere a noi’.

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Giacomo Sartori

Per questo ’Rogo’ di Giacomo Sartori, mi sento di condividere un pensiero, che ho ritrovato in più recensioni su questo autore e su questo suo romanzo, stranamente poco conosciuto, o per il quale ci si domanda come mai non sia più conosciuto. La voce di Sartori apre decisamente una via nuova, originale e convincente del romanzo contemporaneo italiano.

Come nuovo e originale mi appare che a parlare di un argomento così sfacciatamente femminile (cosa c’è di più femminile della maternità?) sia un uomo, operazione non nuova per lui: "Ho scritto per lo più storie di donne, credo perché non le ho mai davvero capite (a cominciare dall’essere femminile che è in me)". Nella forma di un linguaggio puro, distaccato, alleggerito da ogni compiacimento di sé, si perdono i contorni e le distinzioni di genere. Il punto di vista maschile su un dramma così femminile fa sì che esso non resti ancorato alla condizione di donna/madre, ma si estenda, si dilati e si manifesti in tutta la sua umana tragedia:
"Anche questa volta scrivere è stato esaltante, e anche doloroso. Si trattava come sempre di evacuare dalle frasi tutti i loro significati correnti, di torcere la lingua costringendola a parlare in un altro modo, tra fruscii di umori corporei e echi di spazi senza ossigeno. Ma forse scrivere non è la parola giusta, perchè pure questa volta è stata una farragine di letture, riflessioni, tuffi in me stesso, e appunto lunghe distillazioni nel corso di quell’atto di incredibile concentrazione che chiamiamo scrivere. Quell’attività solitaria che è appunto pensiero e sintonia con le sensazioni, ma anche soprattutto ascolto, traduzione di rivelazioni in linee di parole con una loro verità e una loro grazia. Parole uscite dal mio cervello ma che sono anche degli altri, o forse soprattutto degli altri, e quindi a loro devono tornare" [1].

Carla Cristofoli

Il romanzo:

Lucilla è una giovane donna spiantata che, alla fine degli anni ’70, trova nella relazione amorosa con Ilio, alpinista fuoriclasse e sciupafemmine, un motivo di redenzione. Anna è una ragazza bulimica e con una famiglia problematica: non ha un rapporto con il padre, e non riesce a far sentire la propria voce. La Gheta vive nel 1600 e è accusata di stregoneria. Lucilla, Anna e la Gheta sono tre donne che appartengono a mondi diversi, ma che si trovano a fare i conti con un destino comune. A avvicinarle sarà l’esperienza della maternità, e la stessa identica tragedia – l’uccisione del proprio figlio – che porterà le loro vite a intrecciarsi e a superare i confini del tempo e dello spazio. Quelli di Lucilla, Anna e la Gheta sono bambini inaspettati, incistati nel ventre materno, inconsolabili, bambini il cui pianto si infrange contro la roccia delle montagne.
Rogo è un romanzo alpino, dove il gelo e la neve fanno da contraltare al calore delle fiamme.

L’autore:

Giacomo Sartori, nato a Trento nel 1958, è agronomo specializzato in scienza del suolo. Ha pubblicato i romanzi: Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic 2013), Cielo nero (Gaffi, 2010) e alcune raccolte di racconti: Di solito mi telefona il giorno prima (il Saggiatore, 1996), Autismi (Sottovoce, 2010) che ha vinto il premio Frontiere-Grenzen 2011 e è entrato nella cinquina Premio Settembrini 2012, Avventure (Senzapatria, 2010), Zoo a due (con Marino Magliani, Perdisa Pop, 2013). È redattore del blog letterario Nazione Indiana.

La rubrica "ORIGAMI" (clicca sul link), uno spazio Altritaliani dedicato alla lettura e alla analisi di libri che sappiano raccontare la realtà italiana attuale. Il desiderio è quello di trovare, tra le pieghe di questo grande origami che è l’Italia di oggi, l’elemento ’letterario’ che ci aiuti a sbrogliare l’intricata matassa del nostro vivere quotidiano.....
Una rubrica a cura di Carla Cristofoli, fondatrice e direttrice di Un brin d’italien
Contatto per sottoporre ad Altritaliani un nuovo libro: carla@unbrinditalien.com

[1Tutte le citazioni fanno riferimento a una presentazione dello stesso Giacomo Sartori su ’Carmilla – letteratura, immaginario e cultura d’opposizione’, in cui è possibile leggere un capitolo del romanzo Rogo: https://www.carmillaonline.com/2015/05/06/rogo-di-giacomo-sartori/


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