Altritaliani
La pillola di Puppo

Pasolini l’uomo. A 40 anni dalla sua morte.

martedì 20 ottobre 2015 di Maurizio Puppo

Me lo ricordo bene, io, quando hanno ammazzato Pasolini, proprio quarant’anni fa, primi giorni di novembre 1975. Di anni ne avevo dieci (e dieci anni sembran pochi), ed ero nella casa di mia nonna, nel quartiere genovese di Sestri Ponente.

Fatto sta che arrivò mio zio, teneva in mano un giornale, credo il quotidiano del pomeriggio, il Corriere Mercantile. Il titolo diceva che Pier Paolo, insomma Pasolini, era morto. Ammazzato. C’era anche mio padre; e tra i due fratelli, uno sguardo, “ma questo qui non era un po’, eh?”, aveva detto mio padre con quel piccolo gesto con la mano in prossimità dell’orecchio, e da lì un cenno di intesa.

Insomma voleva dire che Pasolini era un po’, eh, era un po’ un buliccio. Dove buliccio, nelle parlate liguri, sta per omosessuale. Il termine è dispregiativo se vogliamo: ma non troppo. L’etimologia non la so, forse nessuno la sa. Invece so che lo si trova anche in Montale, quando in una poesia racconta di un giovane praticante cronista che in redazione si becca delle sonore lavate di capo “al grido di buliccio!”.

E lo si trova anche, si parva licet etc. etc., in Elio e le Storie tese: "Quel ragazzo è molto ciccio, ma spiccio: possibile buliccio". Io chiaramente a dieci anni mica lo sapevo chi era Pasolini. Né avevo idea di cosa volesse dire essere un buliccio.

Poi il tempo è andato e adesso da quel giorno sono trascorsi quarant’anni. Io che ero bambino sono invecchiato, Pasolini forse giovane non lo è stato mai. Una sera a Parigi sono andato a vedere il film girato da un regista americano, Abel Ferrara, proprio sulle ultime ore di vita di Pier Paolo. Prima della proiezione c’era una specie di ricevimento e ho visto un tipo stravolto che beveva come una spugna, anzi: due spugne. E poi ho visto che era proprio il regista: Abel, anzi Eibèl Ferrara (ma tutti i francesi se ne strafregano della pronuncia americana e dicono “Abèl”). Ospite d’onore della serata.

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Pasolini di Abel Ferrara

Poi ho visto il film. Mi è sembrato bello e completamente inutile. Nel film si vede tutto quel che si sa e che non si sa: Pier Paolo, la casa, la stanza, la macchina da scrivere, i libri, e poi l‘uscir di casa, la macchina, la camicia e i pantaloni stretti, il fisico atletico da cinquantenne sportivo (che gioca a pallone e va in motocicletta). Si vede Pelosi il ragazzo di vita, diciassettenne rimorchiato vicino alla stazione Termini e poi via, a cena alla trattoria Al Biondo Tevere in Via Ostiense. Un petto di pollo con la pelle e l’ala (lo servivano così), Pelosi che lo mangia e Pasolini che beve solo una birra perché ha già mangiato.

E poi vanno via assieme in macchina sul lungomare e alla fine nel campo da pallone spuntano fuori altri ragazzi. I ragazzi giù nel campo dan la caccia ai borghesi, tagliano a pezzi, a pezzi le teste dei nemici e dei fedeli (aveva scritto lui, Pier Paolo, insieme a Dacia Maraini, nel testo di una canzone). E questi sono ragazzi cattivi e questa volta il borghese è lui. I ragazzi giù nel campo dan la caccia ad un ricco, gli fan togliere i denti d’oro e li portano al mercato. E questa volta il ricco è lui e quelli sono ragazzacci di vita; sono fascisti come sempre si dice di coloro che ci sembrano incomprensibilmente cattivi. E lo massacrano, il povero Pier Paolo. E muore spiaccicato come un gatto del Colosseo, muore come tutti si muore certo ma lui un po’ di più.

Di quella morte orribile, capace poi di arrivare poche ore dopo fino a me, bambino, con il giornale del pomeriggio nelle mani di mio zio e con lo sguardo di mio padre, ma questo non era un po’, eh? E ci siamo capiti. E cosa volete che ne sappia un bambino di dieci anni di queste cose? Alla fine del film, siccome c’è il regista in sala, si fa il dibattito. Per forza.

C’è una signora, parigina, con tacchi alti e chignon e le belle mani bianche che non sembrano conoscere il sudore umiliante dei contatti (o forse sì): e che comincia la tiritera. Pasolini ci manca, sospira lei, quanto ci manca il suo anticonformismo, la sua parola profetica, in questi tempi bui (i tempi sono sempre bui, del resto. Lo sono sempre stati), lui che aveva già previsto tutto, la decadenza, il cambiamento, la famosa mutazione antropologica del popolo, corrotto e mutato nel profondo dall’arrivo e dal montare del consumismo (dalla televisione e dalle macchine e dalle lavatrici).

Ha una bella faccia, la donna. Una bella faccia da figlia di papà, proprio una di quelle che Pasolini diceva di odiare. E profuma di femmina, e di borghesia. Borghesia istruita, riflessiva, progressista: proprio quella che Pasolini diceva di detestare.

E alla fine la bella signora se la prende con il povero (si fa per dire) Eibél Ferrara. Nei titoli di coda ha visto che il regista ha ringraziato Pelosi, il presunto assassino. Ora la sua voce francese vibra di sdegno: ma lei, Abèl Ferrarà, come si permette di ringraziare l’assassino di Pasolini? Vergogna! Ferrara si fa tradurre perché già di francese non capisce una mezza parola ma ubriaco com’è secondo me è un miracolo se capisce l’inglese. E dà una risposta da ubriaco: cioè interessante e bella.

Una cosa più o meno così: ma scusi, ma lei cosa vuole dalla mia vita? Io sono un regista, Pasolini era un intellettuale, un uomo straordinario, ma anche un uomo che andava con i ragazzini rimorchiandoli per due lire, era tutto questo, capisce? E a me è questo che interessa, mica farne un ritratto idealizzato. E io sono andato a parlare con questo Pelosi – continua - per sentire cosa poteva dirmi, e siccome mi ha ricevuto e mi ha raccontato la sua versione delle cose, io l’ho ringraziato per questo. Mica per aver ammazzato Pasolini, ammesso che lo abbia ammazzato lui.

Così risponde Eibèl Ferrara. Il labbro superiore della signora vibra ancor più di sdegno (il labbro superiore è sempre più sensibile, allo sdegno), Ferrara invece si richiude subito nella sua torpida stanchezza di ubriaco. Il film è bello e inutile. Tra pochi mesi non lo ricorderà nessuno e invece tutti noi continueremo a ricordarci di Pasolini che mai rivivrà, passassero mille anni e più.

Esco dal cinema di Parigi e poi qualche mese dopo arriva l’estate e una sera sono a Roma. Vado alla Garbatella, e che bel quartiere, è la Garbatella! Alla Villetta, in un cinema all’aperto. Danno un documentario su Pasolini, “Lungotevere”, dove si vedono tanti ragazzi di vita che lo conoscevano davvero, lo conoscevano bene. E chiaramente ragazzi ora non lo sono più, manco per niente.

C’è uno di loro che adesso fa il pittore e nel documentario recita versi di Pier Paolo: “Me ne vado, ti lascio nella sera; che, benché triste…”. A me viene sempre un po’ da piangere quando sento i versi di Pasolini. Il vecchio ragazzo di vita è lì con noi, nel giardino della Villetta, a vedere la proiezione; alla fine c’è il dibattito e dice: “so’ contento perché per la prima volta in questo film si dà la parola a chi può parla’ di Pier Paolo e di quel che è successo, mentre invece di solito ne parlano quelli che dovrebbero solo stare zitti”. Io non resisto e gli chiedo, chi è che parla e invece dovrebbe stare zitto, mi dici un nome? Chi è che parla e dovrebbe stare zitto? Lui è reticente, “ma so’ tanti, so’ troppi e poi lo sanno tutti chi sono”. Insisto. Mi fa il nome di Veltroni. Ma che t’ha fatto Veltroni, scusa? Scuote la testa e non me lo spiega. Poi mi prende da parte e mi dice, “io so tutto, sai, lo so cos’è successo quella sera, Pelosi non c’entra niente, o c’entra poco, erano in tanti, io l’ho raccontato tante volte ma nessuno mi ha mai dato retta”. E mi racconta la sua verità, la sua. “So’ tant’anni che la dico e nessuno mi crede”.

Uscendo dalla Villetta della Garbatella nella notte non penso a nulla. Del resto mieux vaut n’penser à rien que n’pas penser du tout, cantava Serge Gainsbourg: a che mi servirebbe pensare che non ci sono mai andato, sul lungomare di Ostia, a vedere il posto dove l’hanno ammazzato (se non attraverso il cinema, il Caro Diario di Moretti, la sua Vespa e la meravigliosa musica di Keith Jarret); a che mi servirebbe pensare che sono passati quarant’anni da quel lontano giorno quando io di anni ne avevo dieci? O pensare che io a Pier Paolo, in fondo, gli voglio proprio bene? Alla sua faccia tragica e ai sui vizi assurdi, alla sua intelligenza e alla sua vitalità, alla sua voce che lui dice “puerile”, al suo giocare a pallone e al suo girare per le lunghe strade inutilmente, lui mostro da niente, come diceva il suo amico Sandro Penna (buliccio, e poeta straordinario, anche lui).

Voglio bene a Pier Paolo ma non ne voglio, invece, a quella figurina pedante che gli viene ritagliata addosso da quarant’anni: sì, proprio quella della bella signora della Cinemathèque. E la figurina pedante è questa: Pasolini profeta, Pasolini che ha visto tutto in anticipo, che ha decifrato per primo la “mutazione antropologica” e la perdita di purezza del popolo ormai corrotto dal demone del consumismo. Pasolini “intellettuale scomodo”. Pasolini “uomo contro”. Insomma, voglio bene a Pier Paolo, ma non all’abito che gli è stato cucito addosso: l’abito di un santino. Di un santino laico.

Secondo me Pier Paolo non era un santino né un profeta. Era un uomo – e se vi par troppo poco, mi dispiace. Un uomo intelligente e acuto e tragico, e in quello stava quella sua forza che ce lo fa sentire sempre vicino e vero. Talmente intelligente da rendersi conto lui stesso della realtà: io sono una forza del passato – dice di sé; solo nella tradizione è il mio amore. Più reazionario che marxista, insomma. Un uomo che amava i ragazzi. I ragazzi di strada, quelli che non hanno mai aperto un libro. E li amava al punto da desiderare di non vederli mai cambiare, diventare adulti, magari studiare e cambiare vita.

Un uomo istruito che paga e usa la sua auctoritas per scopare con dei ragazzi ignoranti. Vi fa orrore? A me no. Semplicemente, mi porta a credere che il pensiero “politico” di Pasolini si spieghi meglio con le categorie di Freud, piuttosto che con quelle di Marx. Che il comunismo cattolico, il socialismo religioso di Pasolini, lo si spieghi meglio con quell’ "infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima”, piuttosto che con categorie politiche o sociologiche. “Schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso”, forse Pasolini non era un profeta, ma solo un uomo intelligente; e purtroppo per lui prigioniero, come tanti, di una maledizione di Edipo. Ed è quell’amore edipico, certo, la sua schiavitù.
La schiavitù dell’uomo-ragazzo, che a cinquant’anni passati vive nella sua cameretta dell’appartamento romano, con la madre e una sorella – poca vita, sempre quella.
Dell’uomo ragazzo che poi esce a cercare la vita viva di notte con la macchina sportiva (ma come? La macchina sportiva non era forse un falso bisogno indotto dal liberalismo di stampo americano?). E con la camicia a fiori e i pantaloni stretti stretti attorno alle natiche (era un bell’uomo Pasolini) che poi si allargano in fondo proprio come dice la moda del tempo (ma come, la moda? Ma la moda non era anch’essa uno dei falsi miti del consumismo e della modernità? La moda, frivola passeggera e senza passato né futuro, non è forse il contrario della tradizione?).

Io gli voglio bene, a Pier Paolo. Nella sua prosa ci si può e forse ci si deve perdere; e per la sua poesia si potrebbe persino vivere e morire. Ma forse, a pensarci bene (in nome dell’odio verso il consumismo, verso lo sviluppo, verso la modernità) Pasolini chiedeva ai poveri l’unica cosa che è davvero imperdonabile chiedere ai poveri: e cioè di restare tali.

Maurizio Puppo

N.d.r.:
PASOLINI, NOUS SOMMES TOUS EN DANGER!
HOMMAGE A PIER PAOLO PASOLINI
Théâtre du Rond-Point, lundi 2 novembre à 20h

Une soirée orchestrée par : René de Ceccatty, Ernest Pignon-Ernest, Jean-Michel Ribes
Avec Adriana Asti, Claudia Cardinale, Michel Fau, Anouk Grinberg, François Marthouret, Arnaud Meunier, Stanislas Nordey, Alexie Ribes (distribution en cours)

Il y a 40 ans, Pier Paolo Pasolini était assassiné sur la plage d’Ostie, près de Rome. Une soirée exceptionnelle consacrée à Pier Paolo Pasolini : Au travers de poèmes, textes et projections, le Théâtre du Rond-Point rendra hommage à cette grande personnalité italienne, à cet artiste, indispensable et nécessaire surtout aujourd’hui.

Tarif unique : 10 euros

Réservation indispensable au 01 44 95 98 21
ou sur cette page:

Théâtre du Rond-Point, Pasolini, nous sommes tous en danger

Théâtre du Rond-Point
2bis avenue Franklin D. Roosevelt
75008 Paris


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