Altritaliani

Noi di Rimmel, quarant’anni dopo

domenica 27 settembre 2015 di Armando Lostaglio

“E qualcosa rimane fra le pagine chiare e le pagine scure.” Noi di Rimmel, 40 anni dopo, siamo lì a riascoltare quel disco di vinile che emette una voce un po’ afona (adenoidea scriveva qualcuno); e inconfondibile. Francesco De Gregori nel 1975 (P 1/75 marchiava il disco della RCA) pubblicava il suo terzo album che rappresenta forse il punto più alto di quella generazione – meno che ventenne allora – identificata nei versi un po’ ermetici accompagnati da accordi di chitarra nemmeno troppo difficili.

Oggi l’album è celebrato dal cantautore romano nel concerto dell’Arena di Verona. Quarant’anni.

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In quel lontano ‘75 titolava il mitico “Linus”: “A Montale il Premio Nobel, a De Gregori il Premio Rimmel” per il tanto clamore suscitato. Già, Montale, il poeta dell’orizzonte in fuga.

Quegli equilibristi sui pezzi di vetro stavano aspettando che il cielo si aprisse nei lampi di un divenire possibile, a portata di mano. Ventenni folgorati da quell’elegante immagine di donna in copertina, in odor di decadenza ed afflati di memoria. Non c’è dubbio che Rimmel sia l’album più rappresentativo di una generazione, (osannato e talvolta offeso), ma pure di poche altre a venire, sebbene l’aria si facesse sempre più pesante mentre, a un lustro o poco più dal Sessantotto, incombevano processi sommari (De Gregori stesso lo subì dagli autonomi nel ’76), P38 e una rivolta collettiva repressa o inespressa nella “prigione del popolo”.

E il Signor Hood è un galantuomo, sempre ispirato dal sole … ( dedica a Pannella, eroe solitario delle battaglie per il divorzio); tutto Rimmel evoca una poetica alta: la prima donna del post-femminismo risaltata nella sua essenza inconscia, nella fragranza innaturale fra dolcezza ed eros.
Emanazione di bellezza.

Buonanotte fiorellino rimarrà il sempiterno auspicio di un senso onirico da regalare ai bambini, o a quelli mai cresciuti o che si ostinano a custodirli nel profondo.

I quattro cani per strada rimangono custodi della “casa già piazza e la sera è già notte … se ci fosse la luna si potrebbe cantare”, e suonare come il pianista di piano bar che “non ti deluderà”.

Il manifesto più politico ondeggia ne le storie di ieri (ripreso poi da Fabrizio De André) dove “i poeti sono strane creature, ogni volta che parlano è una truffa.” E pure in Pablo, collega spagnolo emigrato nella Svizzera verde, dove “hanno ammazzato Pablo ma Pablo è vivo!”: la lotta al lavoro nero, allo sfruttamento degli emigrati, inno alla integrazione e fratellanza sul lavoro, 40 anni fa come oggi; “Pane e cioccolata” di Brusati col viso di Manfredi disilluso e arrabbiato, proprio come i migranti di oggi.

Pablo, De Gregori l’aveva scritta con Lucio Dalla, in un sodalizio perfetto, umano prima che artistico. Quattro anni dopo il tour insieme per “Banana Repubblic”.

Grazie a Rimmel, ancora. Grazie a Lucio Dalla (si legge in copertina), al sax alto di Mario Schiano ed infine al poeta anti-poeta cileno Nicanor Parra (fratello di Violeta), nume centenario come il secolo colto alle nostre spalle. Una piccola mela potremo custodirla ancora in tasca, le stelle in un’altra, come i sogni perduranti e irraggiungibili; eppure “un futuro invadente, fossi stato un po’ più giovane, l’avrei distrutto con la fantasia…”

Armando Lostaglio


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