Altritaliani

L’Umanesimo, parola chiave per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia

venerdì 11 settembre 2015 di Carmelina Sicari

Ma siamo certi che il divario tra nord e sud si risolva omologando quest’ultimo alla vocazione industriale del Settentrione? L’umanesimo e i suoi valori culturali potrebbero essere, viceversa, il tratto principale della ripresa sociale ed economica del Mezzogiorno.

È il tempo, il nostro, di profonde mutazioni, di divario abissale tra Nord e Sud, di ricerca di risorse.

C’è un’ipotesi che sembrava peregrina fino a qualche tempo fa, resa visibile, preconizzata dall’apparizione dei Bronzi di Riace che potrebbe costituire la risposta alle questioni precedenti. La principale risorsa è l’uomo, la sua coscienza rinnovata che potrebbe fornire le soluzioni a tutte le emergenze.

Ed il Sud? Che ruolo puo’ avere il Sud? C’è una prospettiva rovesciata per cui il Sud è il depositario di una coscienza umana. Se rovesciamo la prospettiva allora siamo davanti con stupore ad un accadimento. Parlo del Sud in genere considerato soggetto di pietà, dimora dei malheureux, dei disgraziati per sorte, per ventura, per scelta.
Se rovesciamo questa prospettiva pietosa, di commiserazione, deprimente, depressiva, siamo davanti non solo ad un Sud solare che nella visione di Rousseau è il luogo dove ebbe origine il linguaggio, ma anche un luogo che custodisce il segreto della crisi attuale.
Sembra impossibile ma è cosi’: il segreto ha un nome, l’uomo.

Per molto tempo ho lottato e resistito all’incitamento del prof. Piromalli, meridionalista e indubbio maestro, che pero’ sosteneva che il Sud era affetto da epigonismo, da un ritardo acuto, l’umanesimo appunto, la dottrina che rendeva orgogliosi gli studiosi e gli eruditi e che pero’ nella trionfante modernità appariva per l’appunto in ritardo.

Affidarsi alle glorie del passato non è insania. Non è insania quel ribrezzo verso l’industrializzazione, non è ritardo colpevole l’idea che il vero progresso stia nelle mura diroccate oltre che dalla vetustà, dai terremoti? Vedo “le mura e gli archi” ma la gloria non vedo, diceva il poeta.

Eppure insistente è nella storia della Calabria un’idea soteriologica, quella che animava non solo Gioacchino da Fiore a parlare di una terza età, di riscatto, e non solo Campanella, che per essa sopportò trent’anni di carcere nella fossa di S.Elmo.
Un’idea salvifica che spinge stranamente eruditi ad ipotizzare in Calabria la nascita dell’Odissea o il luogo dove i naufraghi di Atlantide con i loro tesori di sapienza spinsero le loro orme.
La stessa idea che ebbe lo scrittore Leonida Repaci quando in una sorta di profezia parlò del giorno della Calabria.

L’umanesimo è la formula necessaria per la rifondazione, l’epopea della grandezza possibile dell’uomo di cui necessita il pianeta in un momento cosi’ grave quale mai la storia millenaria ha conosciuto. Il segreto è stato custodito gelosamente per secoli ma è ora lampante, luminoso, fiammeggiante dinanzi ai nostri occhi. Accade dunque che quello che un tempo consideravamo retrodatato, assuma un carattere di grande innovazione: l’umanesimo.

Ma che significa?
Certo non intendiamo l’umanesimo come erudizione, come filologia, come mera esaltazione del passato. Ma un nuovo umanesimo una visione dell’uomo all’altezza delle tremende situazioni che l’evoluzione propone oggi. Intendiamo il recupero della coscienza come risorsa, come capacità di soluzione delle emergenze.

L’uomo nuovo deve essere in grado di conciliare culture diverse ma non opposte nei principi fondamentali, deve riuscire a rifondare un nuovo concetto di natura ed un nuovo concetto di patria. E’ insieme un uomo cosmico e in possesso della coscienza individuale. Conosce i fini umani e li applica nel territorio in cui vive che nello stesso tempo è collegato con gli altri territori.

Un compito immane ma possibile da raggiungere, la cui profezia è in certo senso espressa dai Bronzi emersi dal mare con il loro linguaggio esplicito.

Carmelina Sicari


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