Altritaliani
IL REPORTAGE ALTRITALIANI

Venezia 72: i film e eventi in programma il 7 settembre.

Incominciamo questa giornata con una riflessione con il maestro Amos Gitai, su Rabin che è al centro della sua ultima opera presentata alla Mostra. Segue un omaggio a Claudio Calligari, cineasta italiano scomparso di recente e mentre Mohsen Makhmalbaf riceve il premio Bresson, un giovane regista iraniano Vahid Jalivand, nella sezione Orizzonti, incanta la critica con la sua opera prima. Come spesso accade i film in concorso, per molti non sono i migliori del festival e pertanto si deve registrare ancora qualche delusione, proveniente dal cinema turco. Per rifarsi la cronaca della proiezione di Amarcord di Fellini, restaurato e ridato, in tutto il suo splendore, ai cinefili di tutto il mondo. Completa una giornata all’insegna del cinema orientale, l’apprezzato Madame Courage dell’algerino Merzak Allouache

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In occasione della proiezione del film RABIN - THE LAST DAY, una riflessione e un commento con il maestro del cinema israeliano AMOS GITAI.

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Amos Gitai

Lido di Venezia. Lunghi minuti di applausi salutano in sala grande la prima del film Rabin, The Last Day, diretto con la consueta maestria da Amos Gitai, autore israeliano spesso ospite alla Mostra di Venezia. E’ visibilmente emozionato il regista, specie quando riceve le congratulazioni di un commosso Giorgio Napolitano, presente alla prima di Venezia, l’ex Presidente che fu protagonista della vita politica nazionale e non soltanto, in quegli anni.

L’assassinio di Rabin, primo ministro israeliano e leader laburista, avvenuto il 4 novembre di venti anni or sono, ha indotto un analista attento delle problematiche mediorientali, a ripercorrere a ritroso le vicende politiche che provocarono il tragico evento per mano di un fanatico della estrema destra. L’ultimo giorno di Rabin e le susseguenti indagini, consentono con il film di addentrarci nella controversa realtà israeliana di quegli anni, rimarcando un solco da allora mai più colmato di una pace possibile cui Rabin aspirava, pagandone il sogno con la vita.

Il film di Gitai scandaglia nel profondo omissioni e leggerezze anche sul piano della sicurezza del primo ministro: un lungo piano sequenza sottolinea quanto la politica avanzata e lungimirante del leader laburista fosse osteggiata da frange religiose retrive, facendolo passare addirittura per psicopatico.
Gitai è persona discreta, lascia persino trasparire un filo di tristezza dai suoi occhi. _ Gli chiediamo: E’ in quell’area, maestro, il punto nodale delle questioni conflittuali dell’intero pianeta?

R.: "Rabin aveva ragione quando è stato eletto, perché è lì la vera questione dell’atavico conflitto israeliano-palestinese, che coinvolge interessi anche più alti. Non si può far la pace unilateralmente".

D.: Quale futuro riesce ad intravvedere lei, che, col suo cinema è riuscito anche a guardare ben oltre, come nel film "La terra promessa" presentato dieci anni fa proprio qui a Venezia, sul traffico di vite umane?

R.: "Oggi, certo, non viviamo un buon momento; il mondo della cultura, dell’arte, deve saper parlare a voce alta. Il cinema per me, deve esprimere una sempre maggiore volontà di pace".

Armando Lostaglio

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ABLUKA (Frenzy)
di Emin Alper
(Turchia, Francia, Qatar, 2015)
con Mehmet Özgür, Berkay Ateş
VENEZIA 72 IN CONCORSO

C’è un’Istanbul in preda agli attentati terroristici, in “Abluka (Frenzy)” del regista turco Emin Alper, in concorso per Venezia 72. La trama è incentrata sul rapporto di due fratelli. C’è Kadir (Mehmet Özgür) uscito da poco di prigione che va a scontare gli ultimi mesi di libertà condizionata eseguendo il lavoro di operatore ecologico in un quartiere degradato. Il compito però gli è stato proposto dai servizi segreti, in cambio della raccolta di informazioni su cellule terroristiche che si nascondono dentro le abitazioni. Inoltre c’è suo fratello Ahmet, (Berkay Ates) leggermente ritardato, abbandonato dalla moglie e dai figli.

Egli lavora in una squadra comunale responsabile dell’abbattimento dei cani randagi. La riluttanza di Ahmet a stabilire un legame fraterno con Kadir, malgrado le insistenze di quest’ultimo, indurrà Kadir a inventarsi ipotesi di complotto per spiegare la distanza del fratello. Nella pellicola di Alper (classe 1974) c’è un po’ di tutto: dai numerosi cani randagi da abbattere, al clima di stato d’assedio con gli spiegamenti di polizia e i posti di blocco, allo strano rapporto tra i due fratelli, allo spiare i vicini di casa e la loro spazzatura per scoprire le rudimentali bombe utilizzate per gli attentati. E’ un clima teso, di sospetti, spesso non infondati, in una sorta di randagismo sociale che porta la gente a vivere nel timore di accuse da parte della polizia e nel disagio sociale.

Forse il regista vuole mostrare gli elementi cupi di una società turca che non è ancora matura per far parte di una comunità europea, ed esplora così la parte buia di un regime che sembra ancora fermo a trent’anni fa. Tuttavia gli elementi presentati nel film sono poco chiari e deludenti, segno di un nuovo cinema turco che deve ancora trovare la propria strada.

Andrea Curcione

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NONO ESSERE CATTIVO
di Claudio Caligari
(Italia, 100’, v.o. italiano s/t inglese)
con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D’Amico, Roberta Mattei
Fuori Concorso

Come succede spesso alle opere postume, questo film, che viene presentato a Venezia e che esce in contemporanea in una 60.ina di sale, successivamente alla scomparsa del regista ed autore (avvenuta nel maggio di quest’anno, poco dopo aver finito le riprese), rischia di subire un processo di sopravalutazione. Per dichiarazione dei co-sceneggiatori, che sono ora la memoria più viva della operazione, Claudio Caligari aveva inteso questo film come il completamento di una ideale trilogia. Cominciata da Pierpaolo Pasolini con “Accattone” (1961). Proseguita dallo stesso Caligari con il suo “Amore Tossico” (1983), e completata, per l’appunto con questo “Non essere cattivo”.

Ha inteso ambientare la storia nella Ostia del ’95. L’anno del film culto sulla tossicodipendenza, “Trainspotting”. Ma anche un anno di transizione, tra le sostanze stupefacenti classiche e storiche e quelle che si vanno affermando come nuove, quelle sintetiche. A farne uso e abuso, e, soprattutto, le spese, due amici di infanzia. Legati da sempre e su tutto. Confinati, costretti in una periferia senza speranze per i ceti svantaggiati e popolari. Che hanno poche opzioni : una vita di fame come manovali precari, oppure spaccio e rapine. Una storia di emarginazione dura.

Senza sconti. Il rischio di scivolamenti negli stereotipi dei film sui tossicodipendenti sbandati erano elevatissimi. Ed ogni tanto lo sconfinamento sopra le righe si avverte. Ma il film mantiene una sua notevole forza espressiva. Con interpretazioni importanti.

Curiosità : il film è stato fortemente voluto da Valerio Mastandrea, in veste di produttore, che è andato a bussare a tutte le porte per trovare i soldi necessari. E, nonostante tutte le difficoltà, con caparbietà e perseveranza lo ha portato in porto. Onore al merito, ed in bocca al lupo.

Valutazione sintetica : 7

Catello Masullo

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WEDNESDAY, MAY 9
di Vahid Jalilvand
(Iran, 2015)
con Niki Karimi, Amir Aghaee, Shahrokh Forootanian, Vahid Jalilvand
ORIZZONTI

Il cinema iraniano ha sempre molto da raccontare riguardo alla propria società. Lo dimostra il regista e attore Vahid Jalilvand (Teheran, 1976) a Venezia nella sezione Orizzonti col suo primo lungometraggio dal titolo “Wednesday, May 9”. Protagoniste sono due donne, Leila (l’attrice Niki Karini) e Setareh (Sahar Ahmadpour). La prima è sposata, con figli. Suo marito (interpretato dallo stesso regista) si è infortunato sul lavoro, cadendo da un’impalcatura. Immobilizzato su una sedia a rotelle, non può muovere mani e piedi. Le sue cure sono molto costose e la famiglia non possiede molto denaro.
L’uomo inoltre è geloso della moglie, che lo accudisce in tutto e per tutto. E poi c’è Setareh, una diciannovenne, che vive a casa della zia e del cugino, perché i suoi genitori sono morti durante un terremoto. Lei si è sposata di nascosto con un giovane, Morteza, inviso ai suoi parenti, dal momento che lui ha un lavoro precario e non può garantirle un’avvenire. Inoltre lei aspetta un figlio. Un giorno il suo ragazzo si presenta per l’ennesima volta a casa di sua zia per chiede la sua mano, ma litiga con suo cugino.

I due vengono alle mani e Morteza gli tira un pugno che gli frattura il setto nasale. Setareh si troverà nel ricatto di dover lasciare il suo ragazzo in cambio del ritiro della denuncia che prevede soprattutto un consistente risarcimento in denaro. I giovani sposi non hanno la somma di denaro per risarcire il cugino. Nel frattempo un uomo chiamato Jalal pubblica un insolito annuncio in uno dei giornali del mattino di Teheran. Egli intende donare 10.000 dollari a una persona bisognosa.

Sia Leila che Setareh si presenteranno nel luogo dove si sono radunate un centinaio di persone per fare la richiesta del denaro di Jalal. Leila inoltre sarebbe stata avvantaggiata perché un tempo Jalal era stato un suo pretendente. Sebbene la storia sia incentrata sulle motivazioni personali che spingono le due donne a fare la richiesta del denaro, il punto che invece viene focalizzato maggiormente è il ruolo della donna nella società iraniana, ancora sottomessa all’uomo e vincolata da tradizioni arretrate e legate alla religione.

Leila e Jalal, persone forti e innamorate dei propri mariti, prenderanno le decisioni più responsabili per risolvere (oppure non risolvere) le loro situazioni familiari. Il film è girato con mano esperta e coglie nel segno i personaggi sia femminili che maschili. Il ruolo del benefattore e dell’ingente cifra di denaro messa in palio, è il pretesto quindi per raccontare uno spaccato di vita sociale che vive ancora in un regime di sensibile povertà.

Andrea Curcione

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MADAME COURAGE
di Merzak Allouache
(Algeria, Francia, 90’, v.o. arabo s/t inglese/italiano)
con Adlane Djemil, Lamia Bezouaoui, Leïla Tilmatine, Abdellatif Benahmed, Mohamed Takerret
Orizzonti

Merzak Allouache è un regista contro corrente in Algeria. Non si è mai piegato alle politiche di regime che vogliono che i film e le fiction tv si girino nei posti più belli, per dare una immagine edulcorata e rassicurante della situazione del paese. Allouache conferma con questo suo ultimo film le doti di acuto osservatore dei guasti della società in cui vive. Doti già mostrate nei film precedenti, ed in particolare nel penultimo, fulminante, “Es-Touh-Le Terrazze”, visto proprio a Venezia qualche anno orsono.

Questo film fa del giovanissimo protagonista potente metafora della giovane ed inquieta Algeria di oggi. Con i tre quarti delle popolazione di giovane età. Frustrata e senza prospettiva se non quella di una forzata emigrazione. Film duro. Realizzato con agilità di mezzi e di stile. Un film imprescindibile per chi vuole capire cosa succede realmente in Algeria. Checché ne dica il regime (ed anche gli attori del film, che in conferenza stampa al Lido hanno tentato più volte di smentire il pessimismo della realtà del regista, forse per timori di ritorsioni politiche).

Valutazione sintetica : 7.5

Catello Masullo

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AMARCORD
di Federico Fellini
(Italia,1973, copia restaurata)
con Bruno Zanin, Armando Brancia, Pupella Maggio, Ciccio Ingrassia, Magali Noel , Nando Orfei
Cassici restaurati.

Nella sezione "Classici restaurati" si è rivisto "Amarcord" il più autobiografico dei film di Fellini. Ma a senso parlarne ancora? Uno dei curatori della sezione, tal Farinelli, dice di si, perché di "Amarcord" ci si può ammalare e la sua medicina consiste nel ritornarlo a rivedere. Sembra proprio così, perché "Amarcord" (in dialetto romagnolo vuol dire "mi ricordo") è uno di quei rari film che non ti stanchi mai di rivedere, perché è parte integrante della memoria di milioni di persone (non solo italiani). Già Fellini...

Ogni volta che lo sento rinominare mi rendo sempre più conto che è una parte importante della nostra cultura e non solo di quella cinematografica. Il termine "felliniano" non è un’invenzione giornalistica, ma descrive un insieme di cose che hanno a che vedere con la coscienza, con la memoria, persino con l’inconscio di ognuno di noi. La trama del film è nota: racconta dell’adolescenza del regista, nella sua Rimini, popolata di personaggi particolari, ma per nulla improbabili pure nella vita di ognuno di noi: chi non ha avuto nella propria città, paese un contastorie, fisarmonicista cieco, una professoressa di matematica, quella di filosofia, uno zio un po’ matto, un parroco che mentre ti confessa parla con altri, oppure si è perso dietro le forme provocanti di una qualche donna simile alla tabaccaia? E chi non ha avuto pulsioni sessuali pensando a quella là che...

Amarcord spaccato della vita del regista ci appartiene più di quanto non si creda se è vero che pure Giuseppe Tornatore, uno che di cinema se ne intende, non ha esitato un momento a precipitarsi a vedere parte del materiale scartato da Fellini, per cercare di tirare fuori qualcosa di significativo. "Il materiale scartato da Fellini è enorme, come impressionante è la sceneggiatura che ha le dimensioni di almeno 5 film" ci ha detto Tornatore che ci ha regalato 8 minuti "inediti" di Amarcord.
Trascinati, avvolti dalla deliziosa colonna sonora di Nino Rota, il pubblico di nostalgici e non ha ringraziato Fellini con un lungo e commosso applauso.

Massimo Rosin

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A VENEZIA PREMIO BESSON A MOHSEN MAKHMALBAF

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Mons. Celli consegna il premio Bresson a Moshen Makhmalbaf

Grande il messaggio di pace e di speranza ’passato’, oggi a noi ed alle generazioni future dalle parole e dalle opere cinematografiche del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf che ha ricevuto questa mattina, dalle mani di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il Premio Bresson della Fondazione Ente dello Spettacolo, in collaborazione anche con il Pontificio Consiglio della Cultura, consegnatogli nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia.

Il premio serva da mònito per abbattere ogni frontiera con la potenza delle immagini. Il suo vissuto è nei suoi film. Nelle sue pellicole Makhmalbaf comunica con l’Uomo – ha asserito mons. Celli e, citando Papa Bergoglio ha aggiunto: La comunicazione è un momento di incontro, di dialogo, di cultura tra gli uomini.

Toccanti ed autenticamente umani gli interventi del regista:

A 17 anni pensavo di uccidere il dittatore dell’Iran, poi ho capito che l’arma migliore era fare Cinema. Lo stile di Gandhi, di Bresson erano meglio contro l’espressione della violenza.

In Siria, senza il dialogo, ci son milioni di persone in fuga, poi vediamo il bambino morto…sulla spiaggia…lasciato là, come un pacco senza nome…
Credo che la mancanza di cinema in Siria sia dovuta anche ad un buon cinema che non ha avuto: se così fosse, non avrebbe usato così le armi, non vivrebbe un momento così buio della sua storia.

Molte volte il governo siriano ha tentato di uccidermi. Son stato 3 anni in prigione, torturato e altro. Ma non mi rassegno, voglio esser coraggioso, combattendo la dittatura e la paura di essa.

Son nato in Iran e vivo su questo pianeta. Ho fatto film in più di 10 paesi, girando in Italia, Siria, Georgia: è il modo in cui vivo che è importante, non dove vivo, mi sento cittadino del mondo!

Bresson è stato uno dei grandi cineasti più grandi legato a nessuna corrente. Era un profeta del cinema, era solo se stesso. Attento agli altri, all’Umanità, alle sue sofferenze. Dedico il mio premio Bresson al regista ucraino Oleg Sentsov, che è stato condannato la scorsa settimana in Russia a 20 anni di prigione.

Il mio grido di libertà è: LIBERATELO!
Chiedo ai giornalisti tutti di scrivere di lui perché BISOGNA parlarne, non deve passare nell’oblìo, tutti devono sapere e REAGIRE!!.

Maria Cristina Nascosi Sandri


Andrea Curcione

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