Altritaliani
La pillola di Puppo

Il grigio gay e il rosa Gaga.

lunedì 7 settembre 2015 di Maurizio Puppo

Sono stato invitato a un matrimonio, in Belgio: sulla strada tra Bruges e Gand, là dove stava la Marieke cantata da Jacques Brel. “Ay Marieke Marieke, je t’aimais tant / entre les tours de Bruges et Gand”.

C’era il sole. E Lady Gaga. Lady Gaga? No, non al matrimonio, ma nello stesso albergo dove stavo io: a Gand, nelle Fiandre. Era lì per partecipare al festival di musica jazz, insieme a Tony Bennet, un vecchio crooner (che poi più o meno starebbe per cantante confidenziale). Vecchio lo è sul serio: è nato nel 1926. Lo so che a molte persone la parola vecchio non piace, ma non ho mai capito perché.

“La vieillesse n’existe pas", è il titolo di un libro di Marc Augé, etnologo-antropologo-unsaccodicosologo francese. Ma è una provocazione. Un paradosso; lo sa benissimo anche lui che la vecchiaia esiste. E poi vecchio è una bella parola. Almeno secondo me. Molto meglio che “anziano”. “Anziano” non mi piace; mi sembra un termine grigio, polveroso. No: meglio vecchio. E poi, più in generale, trovo anche bello chiamare le cose con il loro nome.
Lady Gaga invece è giovane: nata nel 1986.

Tra i due ci sono sessant’anni, e un mondo intero, di differenza. E cantano assieme. Io non lo sapevo. L’ho scoperto lì, all’albergo di Gand. “Stasera Lady Gaga e Tony Bennet al Gand Jazz Festival”. E non sapevo nemmeno bene chi fosse Lady Gaga. Ne avevo sentito parlare ma non avrei saputo citare o fischiettare una sua canzone, né dire che faccia avesse. Direte: ma dove vive questo qui che non conosce Lady Gaga, sulla Luna? Eh, può darsi. Comunque (a parte che non sapete tutto di tutto nemmeno voi, quindi inutile farla tanto lunga) qualcosettina sapevo: ad esempio avevo sentito parlare di quella storia del vestito di bistecche. E cioè che Lady Gaga si era presentata credo in televisione vestita di bistecche. Crude. E cucite tra loro immagino (sennò come fanno a stare su? Vabbé che un po’ aderiscono). Ma cosa ci faceva una così, una stellina da musica pop destinata a un seguito di massa, una che si veste di bistecche (crude), a un festival jazz? Mistero.

C’era pure una foto: Lady Gaga e Tony Bennet mano nella mano. (E ho visto un appunto, sul banco di accettazione dell’albergo: ancora qualche posto disponibile per il concerto). Fuori, davanti all’albergo, una specie di bivacco. Tanta gente, in maggioranza giovani, ragazze e ragazzi. “Perché state qui?”. “Ma come non lo sai?”(oh ma allora è un vizio dirmi che non so niente di niente, ndr). “C’è Lady Gaga in albergo e vogliamo vederla. Ma non ci lasciano entrare. Felice chi dorme lì e magari la vede!”. Per il momento io Lady Gaga non l’ho vista e anche se l’avessi vista non l’avrei riconosciuta: mi candido quindi allo speciale premio tonno per l’anno in corso (senza offesa né per me né per i tonni, intendiamoci); e comunque se ne parlerà più tardi, perché adesso c’è il matrimonio.

Io trovo i matrimoni una cosa noiosissima. Mi ero annoiato anche al mio, celebrato nel secolo scorso (1996). Una noia, una barba che non vi dico. Era un sabato, il giorno prima delle elezioni legislative che videro la vittoria dell’Ulivo, e di Romano Prodi, contro la coalizione di Silvio Berlusconi. La prima vittoria della sinistra italiana nella competizione per il governo, due anni dopo la disastrosa sconfitta contro il Berlusconi della “discesa in campo”. Prima di partire per il viaggio di nozze ho praticamente svaligiato un’edicola, comprando tutti-dico-tutti i quotidiani.

Una cosa alla Nanni Moretti. All’aeroporto, a salutarci, c’era anche la mia allora suocera: donna di destra. Che aveva colto il mio sorriso da Cheshire Cat, da stragatto di Alice nel paese delle meraviglie, e la mostruosa, sproporzionata pila di giornali. Dicendo al marito: “eh. Hanno vinto loro”. Breve silenzio. “Dicono che non sono più comunisti”. Pausa più lunga, che la dice tutta. “Vedremo”. Comunque sia, come dicevo, ai matrimoni di solito ci si annoia facilmente. In questo caso però c’è un però.

Quello a cui sono stato invitato, tra Bruges e Gand, non è proprio un matrimonio come tutti gli altri a cui ho già assistito. È un matrimonio tra due persone dello stesso sesso. Due uomini, in questo caso. E, per me, è la prima occasione di assistere a un matrimonio omosessuale.

Il governo dell’Ulivo, nella configurazione uscita da quelle vittoriose elezioni (cioè con Romano Prodi primo ministro) durò due anni, il mio matrimonio quattro. La differenza si spiega facilmente: io non avevo Fausto Bertinotti in casa. Comunque sia, da quel giorno del 1996, sono trascorsi quasi vent’anni ; e tra le gioie defunte e i disinganni (dice il poeta) la sinistra italiana (o meglio: la parte politica che si considera tale) ha governato più o meno la metà del tempo. Lasciando l’altra metà all’ormai fu (politicamente parlando) Berlusconi. In vent’anni il mondo è cambiato, si è rivoltato.

Forme di riconoscimento legale dell’unione omosessuale sono ormai presenti in tutta quella parte del mondo che chiamiamo Occidente. Invece in tutto questo tempo in Italia non si è riusciti a fare nulla di nulla di nulla, non uno straccio, uno straccetto di legge. Non l’ha fatto la destra, da cui non era lecito attenderselo poiché ha sempre manifestato, sia pure con qualche eccezione individuale, una sostanziale contrarietà; ma neppure quella sinistra che, a parole, si è sempre spacciata per favorevole.

Eppure già nel 1988 una parlamentare socialista (Alma Agata Cappiello) aveva fatto una proposta per riconoscere la convivenza. Poi ci hanno provato Vendola, Manconi, Grillini, verso il 2007 Rosy Bindi e Barbara Pollastrini con la proposta dei DICO (diritti e doveri dei conviventi), divenuti poi Didore (Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi) nella formulazione di Beatrice Lorenzin e (udite udite) Alessandra Mussolini (sì, proprio lei).

Alla fine delle fini non si è mai concluso un emerito tubo. A parte la possibilità di stipulare dal notaio dei “contratti di convivenza” e i registri delle unioni civili su iniziativa di singoli comuni. Invece qui tra Bruges e Gand, qui dove stava la Marieke tanto amata da Jacques Brel, non solo l’unione civile, ma proprio il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale ormai da un pezzo, dal 2003. E allora eccomi al matrimonio.

E la curiosità c’è. Non lo dico apertamente, per paura di apparire ciò che sono, cioè un provinciale (che anche se trapiantato dalla vita in una delle capitali del mondo, tale resta): ma certo, la curiosità c’è. Come sarà un matrimonio omosessuale? Intendiamoci: magari provinciale sì, ma proprio completamente rimbambito non lo sono, quindi non è che mi aspetti il Gay Pride, la sfilata con i carri e le drag-queens e le piume di struzzo e le orge.

Però, come dire? I matrimoni, per come li conosco e li ho praticati io, sono stanchi, piegati sulle ginocchia. I matrimoni tradizionali, intendo. In chiesa o in comune, è lo stesso: gli sposi già bolliti dalla vita, gli amici che fanno gli scherzi, le battute salaci, il racconto degli episodi di quando si era ragazzi (episodi che paiono irresistibilmente divertenti solo a chi li ha vissuti, e lasciano invece indifferenti se non al limite dell’imbarazzo gli altri).

I genitori. La madre che singhiozza perché pensa al suo piccolo che adesso è tanto grande e si sposa, accidenti! E magari fa il discorso, fingendo di non volerlo fare. E ricorda il giorno in cui suo figlio, suscitando la sua più grande sorpresa (“io non gli chiedevo niente della sua vita”) si è confidato con lei dicendole: mamma forse ho trovato la persona giusta, con cui voglio dividere la vita (variante progressista, se possibile persino peggiore: “fare un percorso”. O “fare un tratto di strada assieme”). E la nonna claudicante.

E l’entusiasmo vero o forzato, adesso cosa farete, tanti progetti, tante cose. E di nuovo gli amici con gli scherzi goliardici. E poi, quando si è invitati, il ritrovarsi a tavola con persone sconosciute, e che non si ha molta voglia di conoscere, a parlare di banalità: “lei di cosa si occupa Ma forse possiamo darci del tu? Ma certo, figuriamoci”. Insomma, una serie di cose insopportabili, che portano a capire quanto avesse ragione il vecchio (non anziano) Pascal: “tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne pas savoir demeurer en repos dans une chambre”. Ogni disgrazia nasce dall’incapacità di trascorrere la vita quietamente chiusi in una stanza. E quanto avesse ragione Luciano Bianciardi, Lucianino caro, quando nel 1971 scriveva: “La battaglia per il divorzio è una battaglia di retrovia. Occorre battersi contro il matrimonio”.

E invece no: invece di batterci contro il matrimonio, le cose sono andate diversamente e ci siamo battuti (noi italiani non tanto, ma gli altri sì) per estenderlo anche agli omosessuali. “Volevamo cambiare il mondo, e invece il mondo c’ha cambiato a noi”, dice il professore del film di Ettore Scola C’eravamo tanto amati.
E allora eccoci - eccomi qua. A scoprire il mondo nuovo. Quel che in Italia non si può fare (perché, per alcuni, minerebbe la società alle fondamenta). Il matrimonio omosessuale (non uso la parola gay perché la trovo odiosa, anche se non saprei bene spiegarne la ragione). E cosa trovo? Trovo gli sposi. Un pochino bolliti pure loro. Gli amici che fanno gli scherzi. Le battute salaci. Il racconto degli episodi di quando gli sposi erano ragazzi (episodi, l’avrete capito, che paiono irresistibilmente divertenti solo a chi li ha vissuti, e lasciano invece indifferenti se non al limite dell’imbarazzo gli altri).

I genitori. Non è possibile! Lo vedete? Tutto uguale! E non ci crederete mai: trovo persino la madre che singhiozza perché pensa al suo piccolo che adesso è tanto grande e si sposa, accidenti! E fa il discorso! Fingendo di non volerlo fare. Spero che non lo faccia ma invece lo fa quella disgraziata e sono costretto a sorbirmelo (l’unica cosa simpatica è l’accento belga). Ricorda il giorno in cui suo figlio, suscitando la sua più grande sorpresa (“io non gli chiedevo mai niente", oh porca miseria) si è confidato con lei dicendole: mamma forse ho trovato la persona giusta, con cui voglio “fare un percorso”. (Usa la variante progressista. Logico: siamo a un matrimonio omosessuale.). E c’è anche la nonna claudicante! C’è, lo giuro! (Avrei voglia di andare a chiederle cosa ne pensa davvero del “percorso”. Poi mi dico che è meglio se rinuncio).

E ovviamente c’è l’entusiasmo vero o forzato, adesso cosa farete, tanti progetti, tante cose. E di nuovo gli amici con gli scherzi goliardici, sì ci sono anche loro! E poi a tavola con persone sconosciute, che non ho molta voglia di conoscere, a parlare di banalità. La persona accanto a me, belga anche lui, mi racconta che ha aperto una ditta di cioccolato a San Francisco. “Un giorno mi sono alzato e sono andato da mia moglie e le ho detto: ici on a fait le tour, qui ormai abbiamo fatto tutto quel che si poteva fare. E allora ho preso e sono andato a cercare nuove sfide”. Santissimo Iddio! Alla parola “nuove sfide” ho sentito un accenno di ipertensione arteriosa.

Chissà cosa significa davvero aver fatto tutto quel che si poteva fare. O crederlo. Carriera giusta, i soldi, la bella macchina e la bellissima casa, gli studi giusti per i figli, le vacanze i viaggi lo sport, guardare la carta di credito di prima classe nel portafoglio e sentirsi adulti, pensare che la vita è tutta qua; e dirsi che bisogna cercare “nuove sfide”. La moglie mi ha confermato tutto. Mi ha parlato della difficoltà di trovare una buona scuola per i figli a San Francisco.

Le scuole buone sono nei bei quartieri; vivere nei bei quartieri costa veramente un casino anzi un casino e mezzo; e loro adesso – che certamente poveri non sono – vivono in quello che più o meno è il più brutto dei bei quartieri e quindi i figli vanno, per dirla così, nelle peggiori tra le buone scuole. Che comunque sono sempre un po’ meglio delle migliori delle peggiori. Insomma, fondamentalmente ho capito che non è mica semplice vivere, fare del cioccolato e mandare i figli a scuola a San Francisco.

Il matrimonio nel frattempo è finito (Signore ti ringrazio), ho salutato gli sposi e sono rimasto colpito dal fatto che guardandoli bene, erano identici. Identici! Giovani uomini. Entrambi con la 5 o’clock shadow, l’ombra della ricrescita della barba che appare, sul volto di certi uomini, nel tardo pomeriggio, per quanto sia stata accurata la rasatura mattutina. (Pare che Richard Nixon, candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti nel 1960 contro Jack Kennedy, perse anche a causa di quell’ombra, che nel dibattito televisivo aveva fatto apparire lui vecchio e pesante, e più giovane e fresco il suo avversario).

Gli sposi erano giovani, ma anche un po’ vecchi. Ragazzi in gamba. Belle famiglie, studi importanti, professioni all’altezza, nel giro delle istituzioni europee. Per il matrimonio si erano vestiti con stile sportivo, apparentemente trasandato. Perché già per tutta la settimana si vestono con completi grigi e belle cravatte ed è facile immaginarli nelle animate riunioni, con il dossier pieno di cifre, e le slides con i grafici e le tabelle, e sudati all’uscita dall’acceso consiglio di amministrazione. I figli dei padroni, diceva quel farfallone di Pier Paolo (Pasolini, certo), sono vecchi anche quando sono giovani. Perché i figli dei padroni (in senso esteso: i figli della classe dominante diciamo) hanno accesso a tutto - e quel tutto, come diceva De Gaulle e dopo di lui Paolo Conte, è niente.

Perché i figli dei padroni a vent’anni hanno già provato ogni cosa: il che da un lato è bello, certo, è anzi magnifico. Ma forse li priva poi di quello stupore candido e di quella sorpresa ingenua di fronte alle cose che è il grande (e unico) privilegio di chi è nato povero, da poveri; un privilegio (l’unico, ripeto) che in certi casi può durare tutta la vita.

E insomma, non solo il “mio” primo matrimonio omosessuale era stato uguale in tutto e per tutto, soprattutto nel peggio, a quelli che avevo già visto e vissuto; ma persino peggiore, se vogliamo dirla tutta. Per un motivo semplice: perché mancava la differenza. Non solo – in questo caso – la bellezza della sposa; ma anche quel solo piccolo residuo di incanto che resiste al conformismo e alla noia e alle battute degli amici spiritosoni; e che è l’alterità. L’incontrarsi tra uomo e donna sapendo che estranei si nasce ed estranei si morirà, perché mai si potrà essere davvero l’altro da sé, perché mai si varcherà quella linea d’ombra che ci separa.

L’ebete alterità che ci innamora e che conserva intatto, intangibile, il mistero dell’altro da sé. Mancava quel residuo di incanto che talvolta si annida ostinato anche nella più stupida delle stupidissime cerimonie e che riesce, miracolosamente, a resistere anche ai discorsi idioti e alle lacrimucce delle madri che vedono “il loro bambino” sposarsi e a tutte queste cose odiose e grottesche. Allora, mentre in codesta immensità si annegava il pensier mio, ho preso congedo da buon viaggiatore cerimonioso. Sono rientrato in albergo e il giorno dopo sono andato a vedere Lady Gaga al festival jazz.

Con mio stupore ho scoperto una cantante che a me è parsa bravissima, bravissima, bravissima, fresca divertente e viva, a cambiar vestito a ogni canzone o quasi, vestita di strass e paillettes; accanto a Tony Bennet vecchio (non anziano) e bellissimo anche lui, elegante come si era eleganti in un tempo che a Lady Gaga deve sembrare nulla più di una vecchia favola. E poi Lady Gaga è partita a cantare “ I was five and he was six (we rode on horses made of sticks)”: “bang bang”, ed è stata una grandissima emozione. Felicità: ti ho persa ieri ed oggi ti ritrovo già. Il mio primo matrimonio omosessuale, invece, non è stato né fresco né divertente né vivo; è stato noioso e grigio e – mi spiace dirlo – inutile come tanti matrimoni eterosessuali.

E davvero, in questo senso, è stato una conquista di eguaglianza: perché anche gli omosessuali hanno diritto di essere inutili e noiosi quanto gli eterosessuali. Perché non tutti gli omosessuali devono per forza confermare quegli stereotipi che li vorrebbero “più sensibili”, “più intelligenti”, “più raffinati”, “più creativi”; stereotipi positivi stupidi quanto i loro opposti. E davvero, in questo senso, è logico che vi sia un desiderio di “normalità”, che porta a chiedere non solo un riconoscimento giuridico (ispirato da ragioni pratiche), ma proprio una sorta di benedizione sociale, che si esprime nella forma del matrimonio.

Sandro Penna, formidabile poeta nostro, diceva: felice chi è diverso essendo egli diverso; ma guai a chi è diverso essendo egli comune. L’omosessuale che vive magari nel mondo dello spettacolo e ha una personalità forte ed eccentrica, allora se ne frega del matrimonio e del riconoscimento sociale e, come l’albatro di Baudelaire, hante la tempête et se rit de l’archer - ride della tempesta e si fa beffe dell’arciere. Ma per l’omosessuale che vive in un paesino e ha un lavoro grigio in un ambiente conformista e retrogrado e una personalità schiva, il riconoscimento sociale è importante e lo aiuta a vivere. E magari gli evita di passar la vita, come diceva ancora Sandro Penna (che di queste cose se ne intendeva), all’ora “in cui si baciano i marmocchi assonnati sui caldi ginocchi", a rincorrere di nascosto il sesso da strada, dei ghetti, dei cessi delle stazioni, delle boscaglie segrete dei giardini “mal frequentati”; gli evita di ritrovarsi a vivere “per le lunghe strade inutilmente (…) mostro da niente”. E certo sarebbe sciocco disprezzare questo desiderio di normalità; così come lo sarebbe anche l’ignorare o il far finta di non vedere quanto sappia di sale il prezzo della normalità e quanto porti con sé il rischio del grigiore, del conformismo, della noia, della morte dell’anima.

Mi è capitato di sentire Adam Gopnik, intellettuale nordamericano, sul canale radiofonico di BBC Four (emittente culturale della BBC), dire una cosa apparentemente paradossale: “gay marriage is the religious conservative’s best friend”. Il matrimonio omosessuale, dice Gopnik, è il miglior amico del conservatorismo religioso. Perché – aggiunge - “if it is your aim to remove potentially subversive sex (…), then marriage is always the answer”. Se volete sbarazzarvi del sesso potenzialmente sovversivo, allora il matrimonio è sempre la risposta.

L’opinione è paradossale perché Gopnik ha una sensibilità progressista, “liberal” come si dice negli Stati Uniti, ed è chiaramente favorevole alla recente sentenza della Corte Suprema che ha portato alla legalizzazione del matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti. Del resto, anche il primo ministro britannico, David Cameron ha rovesciato i ruoli tradizionali, dicendolo esplicitamente: “I support gay marriage because I am a conservative”. Appoggio il matrimonio omosessuale perché sono un conservatore. In un certo senso, davvero non potrebbe esservi vittoria più grande per il mondo conservatore dell’istituzionalizzazione dei rapporti omosessuali. Quasi l’ammissione che extra Ecclesiam nulla salus, non vi è salvezza al di fuori dell’istituzione; e che prima o poi tutto quel che nasce come sovversione dell’ordine costituito, va a Canossa, come l’imperatore Enrico IV, a fare atto di sottomissione. A chiedere di essere riammesso.

La sera, dopo il concerto, al bar dell’albergo, ho mandato un messaggio telefonico a mia figlia quasi-tredicenne: “scusa, eh, se io ho visto Lady Gaga in concerto”. Risposta immediata: “ti detesto”. Poi ho notato che un paio di metri più in là al tavolo c’era una ragazza vestita in modo strambo (malissimo, peraltro), e mi son detto: quella assomiglia a Lady Gaga. Si è alzata e mi è passata accanto ed era lei.

Altro SMS: “scusa, eh, se Lady Gaga è qui con me al bar”: Risposta: “ti odio. Spero (ma ne dubito) che almeno tu sia in grado di farti un selfie con lei”. Mi sono precipitato, ma lei era sgattaiolata via dietro la porta del corridoio che conduceva alle camere. “Non ci sono riuscito”. Risposta: “Mamma mia quanto sei imbranato”. La mattina successiva, i ragazzi erano ancora lì, fuori dall’albergo, e mi hanno detto “allora? L’hai vista?”. “Sì, al bar ieri sera”. Quasi svengono dall’emozione, povere stelle. E com’è? “Sul palco, bellissima e bravissima. Di persona, piccola. Non bella. Scombinata”.

Era la verità, quindi non mi hanno creduto, e hanno fatto bene. E pensavo, lasciando Gand e i suoi canali e la Marieke di Brel: speriamo che il governo mantenga infine la sua promessa, di dare all’Italia una legge sulle unioni civili, o come diavolo le vorranno chiamare, entro la fine del 2015. Perché felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune.

Maurizio Puppo


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