Altritaliani
IL REPORTAGE ALTRITALIANI

Venezia 72: i film e eventi in programma il 6 settembre.

In concorso convince poco l’italiano: A bigger Splash, di Luca Guadagnini che si fregia di un cast internazionale. In concorso anche il film di Hermanus che appare davvero splendido nelle immagini per quanto prolisso nei suoi contenuti. In scena nelle altre rassegne il surreale: Pecore in erba, dell’italiano Caviglia e gli americani Man Down e Janis dedicato quest’ultimo alla leggenda rock di Janis Joplin. Infine da segnalare per le Giornate degli Autori una bella iniziativa dedicata al grande cineasta spagnolo Carlos Saura.

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A Bigger Splash
di Luca Guadagnino
(Italia, Francia, 120’, v.o. inglese/italiano s/t italiano/inglese)
- con Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts, Dakota Johnson, Corrado Guzzanti.
Venezia 72 – in concorso

La provocazione di Luca Guadagnino nella sua piscina.
C’è stata qualche polemica alla conferenza stampa del film di Luca Guadagnino col suo film in concorso A BIGGER SPLASH, quasi remake del ben più attraente film con Alain Delon e Romy Schnyider, in anni di contestazione giovanile...la tematica quasi identica, delitto finale compreso, ma qui siamo a Pantelleria e sullo sfondo, da lontano della lussuosa villa in collina, vi sono gli annegamenti dei migranti (o profughi di guerra, come ha voluto rimarcare la protagonista del film Tilda Swinton). Il film è ben espresso nella esplosione dei corpi al sole e cullati dallo scirocco che spira africano: i quattro protagonisti si scambiano amori reconditi e frecciate, ben armonizzati da musiche e caratterizzate dai sospiri della Swinton, rockstar in cura per la perdita di voce, Al discorso ben più diretto, Luca Guadagnino nasconde con garbo e ritmo perversioni e parricidio, odio e erotismo latenti. E’ la piscina il luogo di incontro e di scontro, e la natura d’incanto di Pantelleria fa il resto.

Una storia armonica pur senza una storia vera, che tuttavia si immola nella parodia del maresciallo dei carabinieri chiamato a carpire la verità sul delitto finale: è un sincopato Corrado Guzzanti che recita il ruolo in un siciliano improbabile (esclama persino "amunninne picciotti!). E il finale ben più inquietante lo vede farsi far l’autografo dalla rockstar anziché arrestare il colpevole, atteso che le indagini frettolose lo abbiano portato a rilevarlo. Ma la "colpa" del delitto può pure ricadere sui migranti o profughi o ultimi della terra, tanto una accusa in più o in meno non cambia il corso della loro tragedia. Una piccola vergogna per il film, che mette in pessima luce la dignità di una regione, la Sicilia, (che avrebbe pure finanziato il film) e persino una nazione visto che girerà il mondo come è consuetudine per i film di Guadagnino. E l’Arma dei carabinieri...quando la storia poteva chiudersi con ben altra dignità.

Lo abbiamo chiesto al regista il quale si trincea nella libertà di espressione, giustificando la scelta di Guzzanti (che stimando la sua intelligenza, secondo noi, non avrebbe dovuto assecondare il progetto), e poi il film è arte, e l’arte se non provoca che arte è?

Già, ce lo chiediamo, ma era però il momento, con le tragedie mediterranee in corso,di far passare il messaggio di una istituzione che insabbia anziché trovare la verità, o peggio ancora, far indirettamente cadere la colpa ai migranti? Il film naufraga nella sua piscina borghese, di gente che si immerge nelle sue gelosie alla coca, mentre il mondo piange da tutt’altra parte.

Armando Lostaglio

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The Endless River
di Oliver Hermanus
(Sud Africa, Francia, 2015)
con Nicolas Duvauchelle, Crystal-Donna Roberts, Clayton Evertson, Darren Kelfkens, Denise Newman
VENEZIA 72 in concorso

Dal regista sudafricano Oliver Hermanus (nato a Città del Capo nel 1983) già autore di pellicole interessanti come Shirley Adams (2009) e Beauty (2011) è presente in concorso a Venezia 72 la pellicola “The Endless River”. Ambientato tra i bellissimi scenari sudafricani nella cittadina di Riviersonderend (Fiume Infinito), la storia è divisa in tre capitoli nei quali si evidenziano i principali protagonisti: un giovane francese al quale una banda di ladri ha ucciso la moglie e i suoi due figli durante una rapina nella villetta; un ragazzo uscito di prigione dopo aver scontato quattro anni di detenzione che fa rientro a casa; la giovane moglie dell’ex detenuto che lavora come cameriera in una tavola calda. Le vite dei tre personaggi saranno destinate ad incrociarsi tra desiderio di cieca vendetta e redenzione.

Nascerà un legame tra la cameriera e il francese, uniti in seguito dallo stesso destino che li porterà a fuggire insieme in un suggestivo “road movie” fatto di tenerezze e chiusi silenzi. Se il film di Hermanus è girato in maniera eccelsa con una stupenda fotografia (Chris Lotz), dall’altra la storia è troppo lunga e dilatata, incentrata sui drammatici sguardi dei protagonisti colti spesso nella loro disperazione. Inoltre ha una conclusione scarna, poco studiata, che pone in maniera critica l’inutile prolungamento del film. Resta quindi un’amara delusione per una storia che aveva molto da offrire sulla carta.

Andrea Curcione

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Pecore in erba
di Alberto Caviglia
(Italia, 86’, v.o. italiano/tedesco/inglese/cinese s/t inglese/italiano)
con Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Bianca Nappi, Mimosa Campironi, Lorenza Indovina, Omero Antonutti
Orizzonti

Nove anni fa (2006) a Roma spariva l’attivista Leonardo Zuliani. Il fatto clamoroso mette in agitazione l’intero quartiere dove lui vive, ma si allarga in pochi giorni fino a diventare un caso nazionale. Ma chi è Leonardo Zuliani? Come mai la sua scomparsa fa parlare così tanto l’opinione pubblica? Attivista, fumettista, genio della comunicazione, stilista visionario, futurista, scrittore, insomma una personalità davvero poliedrica: tutto questo e altro ancora è parte della personalità di Zuliani.

Alberto Caviglia, qui al suo primo lungometraggio (dura 85 minuti) ha montato tutto il suo materiale nella forma del mockumentary, realizzando un gigantesco puzzle che solo in parte ha trovato il gradimento del pubblico. In parte ricordava un altro film presentato l’anno scorso qui alla mostra "Berlusconne", ma lì lo stile era più accattivante e Ciprì non era l’ultimo arrivato. Qui l’insieme del racconto si allunga in noiosi e monotoni interventi di personaggi televisi intervistati con piglio serio (il direttore di Rai 4 Carlo Freccero, il giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo, Mara Venier, Fabio Fazio ecc).

"Pecore in erba" doveva essere uno dei momenti clou della giornata odierna, ma non è stato così ed il suo umorismo si è perso cammin facendo. Molti in sala sono usciti prima. Peccato, perchè ad Alberto Caviglia non è bastata la laurea in lettere, nè il corso di regia alla New York Academy, nè quello successivo alla London Film School per poterci dare qualcosa di interessante. Aspettiamolo alla prossima prova.

Massimo Rosin

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Alle Giornate degli Autori
l’ultimo film del grande hidalgo Saura
ZONDA, FOLCLORE ARGENTINO

A Carlos Saura, classe 1932, concittadino di Luis Buñuel (sono nati entrambi a Calanda, in Aragona), il grande Maestro e l’hidalgo del cinema spagnolo, le Giornate degli Autori dedicano un evento speciale a metà della 72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con l’anteprima del suo ultimo lavoro, “Zonda, folclore argentino”.

Presentato con Carlos Saura, emozionato e grato in sala, ieri sera – vari applausi a scena aperta nel corso della visione - lo splendido film è dedicato alle varie forme musicali del grande paese sudamericano, tra tradizioni autoctone e influenze delle mille culture migranti che l’Argentina ha accolto e fatte sue.

Una formula, quella del film in musica, che Saura mise a punto per primo già nel 1981, mettendo in scena – letteralmente – il balletto di “Bodas de sangre - Nozze di sangue” ispirato al testo di García Lorca. Sarebbero poi venuti, in formidabile sequenza, “Carmen Story” (1983), “El amor brujo - L’amore stregone” (1986) – la cosiddetta TRILOGIA del FLAMENCO, sempre protagonista un meraviglioso e mai superato ANTONIO GADES, scomparso prematuramente anni orsono - “Sevillanas” (1991), “Flamenco” (1995), “Tango” (1998), “Iberia” (2005), il lusinano “Fados” (2007) e ancora “Flamenco, flamenco” (2010). Prima e durante moltissimi titoli che segnano la storia del cinema: dal celeberrimo “Cria cuervos” che nel 1976 segnò il primo grido di libertà nel pieno del regime franchista al candidato all’Oscar “Mama cumple cien anos” (1979), dall’Orso d’oro “Deprisa, deprisa” (1981) ai recenti “Io, Don Giovanni” e “33 dias”. Con “Zonda, folclore argentino” Saura esplora, ancora una volta, la profonda magia della musica popolare, che è cultura delle radici più profonde, immergendosi nel folclore argentino, proponendo un affascinante tour nel passato, presente e futuro di un genere che ha caratterizzato la formazione del regista.

L’incontro tra il regista e alcuni dei migliori artisti e gruppi argentini, oltre al ricco materiale di repertorio, offre una peculiare prospettiva su un’arte che ha l’età delle persone che l’hanno portata in auge, dando vita ad un documento intellettuale ed educativo per i tempi a venire e per chi verrà dopo di noi: bellissima la scena in cui i bambini di una scuola ascoltano Tutto cambia, di Mercedes Sosa, grande voce, e la seguono e l’accompagnano, idealmente, battendo il ritmo con le manine sui banchi di scuola.
Info ulteriori: www.venice-days.com

Maria Cristina Nascosi Sandri

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Man Down
di Dito Montiel
(Usa, 2015)
Con Shia LaBeouf, Kate Mara, Jai Courtney, Gary Oldman
Orizzonti

Il regista e sceneggiatore newyorkese Dito Montiel, che ha esordito dietro la macchina da presa con “Guida per riconoscere i tuoi santi” (2006) film di successo internazionale, presentato nella sezione Settimana della Critica alla 63ma Mostra del Cinema di Venezia, ha portato al Lido il suo ultimo lavoro: “Mad Down”, che in gergo militare significa letteralmente: “Uomo a terra”, usato quando un soldato viene ferito. Interprete del film è il giovane attore Shia LaBeouf (“Transformers”, “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo”, “Nymphomaniac”) che aveva già precedentemente lavorato con il regista.

Egli è Gabriel Drummer è un marine di trent’anni in servizio in Afghanistan, sposato (sua moglie è Kate Mara che presto vedremo anche nei panni di Sue Storm, la donna invisibile ne “I fantastici 4”) e con un figlio che l’attende a casa. Il soldato aveva visto morire i suoi più cari compagni d’arme durante l’irruzione in una casa di afghani.

L’avvocato di Gabriel, Peyton Calvin (Gary Oldman) lo guiderà nel tentativo di fare chiarezza su ciò che era accaduto in quella abitazione. Durante un lungo colloquio l’avvocato militare condurrà il marine in un percorso che metterà in luce l’instabile confine tra percezione e realtà. La percezione è quella che fa immaginare a Gabriel di vivere la guerra anche al suo rientro a casa, dove in uno stato allucinatorio egli ritiene di dover cercare il figlio da portare in salvo dai nemici che aveva dovuto affrontare sul territorio mediorientale.

Girato in un viraggio sporco per dare l’idea di un teatro di guerra anche in casa, “Man Down”, funziona sul doppio piano di realtà/irrealtà. Il soldato Gabriel, traumatizzato dalla guerra, deve combattere contro i propri demoni interiori che lo confondono, così come è accaduto realmente a molti reduci. Se la pellicola ha qualche accenno di drammaticità troppo esplicita, tuttavia resta un discreto thriller avvincente che fa anche riflettere.

Andrea Curcione

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Janis
di Amy Berg
(Usa, 104’, v.o. inglese s/t italiano)
Documentario – Fuori Concorso

Amy Berg costruisce un ritratto della mitica regina del rock, Janis Joplin. Come (quasi) sempre succede, quando l’oggetto del ritratto è eccezionale, lo è anche il ritratto. Janis Joplin era una vera forza della natura. Una voce straordinaria, una energia inesauribile, carisma da vendere. Ciononostante non è stato facilissimo ricostruire tutta la sua esistenza. Specie le prime esperienze nel blues nel sud degli USA. Il film è comunque prezioso. E scova anche materiale inedito che sarà una ghiottoneria per gli appassionati. Non si fa nessun cenno, però alla “maledizione dei 27” (a 27 anni di età sono morte un impressionante numero di celebrità della musica rock e pop). Ma forse è giusto così. Janis merita un ritratto tutto suo. Janis è Janis. E basta. Valutazione sintetica : 7/7.5

Catello Masullo

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