Altritaliani

I 90 anni del cantastorie Andrea Camilleri - Intervista

domenica 6 settembre 2015 di Evolena, Giovanni Capecchi

Il 6 settembre Andrea Camilleri compie 90 anni. In occasione del suo compleanno, Altritaliani ha rivolto alcune domande a Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia, nonché studioso e amico dello scrittore siciliano e autore, proprio per questo novantesimo compleanno, di un lungo articolo dedicato al ‘padre’ del commissario Montalbano uscito nel numero di settembre dell’“Indice dei libri del mese”.

Quando hai incontrato per la prima volta Camilleri?

L’ho incontrato nel 1999. Era da poco scoppiato il “caso Camilleri”, che aveva portato alla ribalta questo scrittore siciliano, allora settantaquattrenne: i suoi romanzi occupavano stabilmente i primi posti delle classifiche dei libri più venduti. Giuseppe Nicoletti, che insegna Letteratura italiana all’Università di Firenze, stava per varare una collana per l’editore Cadmo di Fiesole, intitolata “Scritture in corso”: una serie di piccoli volumi dedicati ciascuno ad un autore contemporaneo. Mi chiese se potevo scrivere il libro su Camilleri, che avrebbe aperto – come in effetti ha aperto – la collana. È stato così che ho preso contatti con lo scrittore e sono andato a trovarlo a Roma.

Che cosa ricordi di quell’incontro?

Ricordo la mia emozione e anche il mio imbarazzo (ero un giovane neolaureato), ma soprattutto la sua cortesia. Quando uscii dall’ascensore nel palazzo dove Camilleri viveva – poi si è trasferito, rimanendo comunque nella stessa zona di Roma – la porta della sua casa era aperta e sullo sfondo si poteva vedere lui, con la camicia a quadri che spesso indossava, chino sulla macchina da scrivere. È una immagine che difficilmente dimenticherò. Poi, dopo aver rotto il ghiaccio, la conversazione prese il via. Sono rimasto da lui tutto il giorno, per fargli delle domande, per ascoltare gli episodi che mi raccontava (Camilleri è uno straordinario narratore orale) e per sfogliare una cartellina con ritagli di giornale che mise a mia disposizione.

Dopo quella volta, vi siete più incontrati?

Sì, certo. In una prima fase ci siamo incontrati per organizzare altre pubblicazioni. Scrivendo il volumetto su di lui, avevo letto tutti i suoi articoli di giornale, usciti nel tempo su “La Stampa”, l’edizione siciliana della “Repubblica” e “Il Messaggero”. Gli proposi perciò di raccoglierne una ventina e di farne un libro. Mi dette carta bianca: così scelsi ventun articoli che avevano un elemento in comune: partivano da fatti di cronaca ma si trasformavano poi in piccoli racconti. Trovai un titolo che ancora oggi giudico azzeccato, Racconti quotidiani, e il volume uscì con una piccolissima casa editrice pistoiese, che oggi ha chiuso i battenti, chiamata Libreria dell’Orso. Anzi, Camilleri era particolarmente contento di pubblicare il libro per aiutare un piccolissimo editore, che si vide all’improvviso sbalzato sulle pagine dei giornali: i Racconti quotidiani entrarono infatti nella classifica del libri più venduti e ci rimasero per diverse settimane.
Poi facemmo un’operazione simile con gli episodi apparsi a puntate su “La Stampa” che hanno come protagonista il commissario di bordo Cecè Collura. Ora sia i Racconti quotidiani che Le inchieste del commissario Collura sono stati ristampati negli Oscar Mondadori e sono stati tradotti in diversi paesi europei, tra i quali la Francia e la Germania.

Mi pare che da questa vicenda venga fuori anche la disponibilità di Camilleri. In fondo tu eri un giovane studioso e le sue pagine stavano diventando sempre più preziose per gli editori…

È proprio così. Non so ancora chi mi dette la forza di chiedere a Camilleri di poter curare e pubblicare i due piccoli libri. Fatto sta che mi feci avanti. Aggiungi due cose, che fanno capire la generosità di Camilleri. Quando dalla Libreria dell’Orso gli chiesero, per il contratto dei Racconti quotidiani, quale percentuale di diritti d’autore desiderasse, Camilleri rispose che il libro lo avevo ideato io e che i diritti d’autore dovevano essere divisi a metà fra me e lui. Sembra incredibile, ma è vero. Inoltre quando questa piccola esperienza editoriale ha chiuso i battenti, restavano degli utili, provenienti dalla vendita dei libri di Camilleri: e con questi siamo riusciti ad aiutare quattro progetti di solidarietà e di cooperazione.

E dopo questi libri?

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A casa di Rosetta e Andrea Camilleri, Giovanni Capecchi e i suoi figli

Dopo ho continuato ad occuparmi dello scrittore, per esempio cercando di analizzare i numeri e le ragioni del suo successo in un intervento non a caso intitolato Tutti i numeri di Camilleri; inoltre abbiamo lavorato insieme ad altri progetti, come la ristampa del romanzo L’ultimo veliero di Marcello Venturi, uscito per Sellerio nel 2007 con una sua presentazione e una mia postfazione. Tra l’altro nel 2008 ho coinvolto Camilleri nel convegno organizzato in memoria di Venturi (scomparso il 21 aprile di quell’anno) e sono stato da lui a registrare l’intervento che abbiamo poi proiettato e che oggi si può vedere su youtube.

Ma soprattutto – anche perché non mi andava di fare il camillerologo, in un Paese in cui chi legge conosce i suoi libri e sa tutto, in particolare del commissario Montalbano – quando mi capita di andare a Roma, non molto spesso per la verità, cerco di passare a fargli un saluto. Ed è sempre una gioia rivederlo: resto da lui tre quarti d’ora, difficilmente più di un’ora, ma in quel tempo mi chiede di aggiornarlo sulle mie cose e poi mi aggiorna lui. Ascoltarlo è piacevole come leggerlo. Quando dice di essere un cantastorie (e lo dice anche per sminuire un po’ la pompa che la definizione di scrittore può avere) adopera un’immagine che gli si addice perfettamente.

Che cosa pensi del commissario Montalbano?

Penso che sia un’invenzione eccezionale. Lo so che alcuni professori e una parte dei critici snobbano i gialli di Montalbano, soprattutto perché hanno molto successo e quindi applicano in maniera schematica l’equazione: grande successo = libro di basso livello. Ma evidentemente non sono d’accordo con loro.

Camilleri ha inventato un personaggio che cambia romanzo dopo romanzo: non è un uomo immobile e sempre identico, ma il tempo passa anche per lui. Ha creato un commissario che conforta il lettore e dà speranza: è un servitore onesto e rigoroso dello Stato, sta dalla parte dei più deboli, non sopporta la burocrazia e gli arroganti. Intorno a lui ha creato un gruppo di personaggi con i quali i lettori hanno ormai confidenza: Fazio, Mimì Augello, Catarella, Livia… Ha scelto di ambientare le vicende nell’Italia del presente e in ogni libro inserisce un riferimento all’oggi.

Ha reso i colori e gli odori della Sicilia: certo, in molti casi (ma più negli sceneggiati televisivi, ottimi, che nei romanzi) è una Sicilia “da cartolina”, con il mare da un lato e la campagna riarsa dall’altro, con i piatti tipici… Ma anche da questo punto di vista può essere misurata la forza di questo scrittore: ha fatto più Camilleri per la promozione della sua terra che le Aziende di promozione turistica nel corso di decenni!
E poi ha inventato una lingua, fatta di italiano e di siciliano, con il siciliano che è in parte vero, in parte appartiene al passato (e all’infanzia di Camilleri) e in parte è inventato o comunque modificato ad arte. Ai detrattori della lingua di Camilleri vorrei chiedere di immaginarsi i romanzi di Montalbano scritti in un italiano puro: cadrebbe una parte significativa del loro interesse, sarebbero sicuramente meno intriganti.

Come definiresti lo scrittore Camilleri?

Camilleri adopera per sé due definizioni che mi sembrano efficaci. Una l’ho già rammentata ed è quella del cantastorie: Camilleri è come un cantastorie che si ferma in una piazza e inizia a narrare; e se la narrazione funziona, il pubblico aumenta e resta fermo ad ascoltare, altrimenti se ne va via. Fino ad oggi i dati numerici ci dicono che il pubblico è rimasto ad ascoltare. L’altra immagine che adopera è quella della trapezista: Camilleri dice che la sua aspirazione è quella di assomigliare ad una trapezista del circo, che svolge i suoi esercizi con leggerezza e con il sorriso sulle labbra, senza far vedere la fatica dei continui allenamenti e la stanchezza. Ma c’è un’altra definizione che mi pare calzante - L’ha adoperata Carlo Bo, in un articolo se non sbaglio del 1998: Bo scriveva che Camilleri ha occupato uno spazio che era rimasto vuoto nella nostra narrativa, lo spazio dell’“intrattenimento alto”. Ed è così: i gialli che hanno come protagonista il commissario Montalbano appartengono alla sfera dell’intrattenimento alto. Occorre però ricordare che Camilleri non è solo Montalbano…

Parliamo, per concludere, di quest’altro Camilleri…

Camilleri è anche l’autore di saggi come La bolla di componenda e La strage dimenticata, che fanno riferimento ad una idea della scrittura cara a Leonardo Sciascia: una scrittura che cerca di restaurare la verità e di riempire i vuoti lasciati ad arte nella storia. Ed è autore di romanzi che possiamo definire “storici” o “civili”.
Pur essendo molto affezionato a Camilleri, non amo tutto quello che ha pubblicato: e, per esempio, alcuni romanzi (soprattutto stampati da editori diversi da Sellerio e scritti in italiano) non mi convincono. Ma libri come Il birraio di Preston, La concessione del telefono, Il re di Girgenti o La rivoluzione della luna credo che resteranno: viene fuori, in questi romanzi, anche la ricchezza della cultura di Camilleri, che però l’autore, da buon trapezista, lascia sullo sfondo, non sfoggia in maniera pomposa e pesante; ed emerge l’idea di una scrittura che vuole affrontare alcuni nodi storici e sociali, che cerca di indagare il carattere del potere – tra progetti, spesso utopici, di giustizia e sopraffazione dominante – adottando, consapevolmente e programmaticamente, la strategia della “leggerezza”.

Intervista a Giovanni Capecchi
a cura di Evolena


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