Altritaliani

I bambini e la città. Un bambino per far crescere la città

di Pierluigi Molteni*
lunedì 28 settembre 2009

ESCI DENTRO : I BAMBINI E LA CITTA’.
Da qualche anno la popolazione delle città ha superato per numero quella che abita ancora nei territori extraurbani. La condizione urbana è paradossalmente diventata per la grande maggioranza delle popolazioni lo status di vita “naturale”, il paesaggio di riferimento dei propri gesti quotidiani. La città è però, e non da oggi, fatta a misura e consumo solo di una parte della popolazione e più precisamente di quella adulta, maschile e produttiva: non un luogo per tutti, insomma, né, come spesso possiamo osservare, un posto salubre ed accogliente dove far crescere in maniera equilibrata ed autonoma i nostri figli.

D’altra parte le ragioni d’essere della città, come luogo “alto » della politica, della socialità e dello scambio, vengono periodicamente messe in discussione da viscerali pulsioni di ritorno alla naturalità, inteso come momento di purificazione rispetto ai mali del vivere urbano.

Certo il vivere cittadino ha mille contraddizioni e controindicazioni, specie per le fasce più deboli. Il fatto che le istanze di ripensamento della città prendano le mosse dall’esigenza di tutela degli utenti più a rischio (bambini ed anziani), la dice lunga sulla scarsa coscienza che la qualità dell’ambiente urbano sia in realtà una risorsa per tutti.

L’attenzione verso un approccio più aperto alle esigenze dei più piccoli nasce a partire dalla Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia. Questa ha sancito il passaggio del bambino da oggetto di tutela a cittadino al quale viene riconosciuto il diritto di esprimere esigenze, potenzialità ed aspettative di cui tenere conto nei processi decisionali delle comunità locali e della vita del Paese.

Un altro documento fondamentale di riferimento è quello predisposto dall’Unicef nel contesto di Habitat II, la Seconda Conferenza sugli Insediamenti Umani tenutasi a Istanbul nel 1996. Esso è un importante punto di partenza per molte legislazioni nazionali sull’argomento, tra cui quella italiana. I pilastri fondanti di questo nuovo approccio sono la partecipazione dei bambini nelle scelte di politica urbana ed una visione “amichevole” e sostenibile della città, luogo di vita capace di coniugare integrazione e diversità, identità e senso di appartenenza.

La città dei bambini

A partire da questi presupposti nel 1997 viene varato in Italia il Primo piano di azione per l’infanzia e l’adolescenza. Il programma ha un respiro molto ampio, ponendosi obiettivi particolarmente ambiziosi in molti campi dell’interazione tra bambini e società. Il piano e la legislazione successiva danno corpo ad una serie di iniziative importanti non tanto per gli esiti immediati, quanto per il fatto che sanciscono l’inizio di un processo di modificazione del sentire comune.

Un esempio significativo è il progetto “La città dei bambini”, nato a Fano addirittura nel 1991 ma che prenderà grande impulso proprio a partire dalla fine degli anni ‘90. L’intenzione è quella di lavorare per una nuova filosofia di governo della città che assuma i bambini come parametri e come garanti delle necessità di tutti i cittadini. Se una città riesce ad essere migliore per i bambini, è il lapalissiano ma tutt’altro che ovvio assunto, finirà per essere migliore per tutti.

Ma la città esistente che accettiamo passivamente come l’unica possibile, essendo a misura di un solo tipo di utenza, privilegia necessariamente gli spostamenti con l’automobile, condizionando le scelte strutturali e funzionali della città e creando gravi difficoltà per la salute e la sicurezza di tutti i cittadini.
Basterebbe cambiare punti di vista e priorità per innescare cambiamenti epocali. Una città dove è pericoloso camminare impone la necessità di avere sempre un controllo diretto degli adulti sui propri bambini, impedendo a questi ultimi di vivere esperienze fondamentali come l’esplorazione, la scoperta, la sorpresa, l’avventura.

Basta fare riferimento ai nostri ricordi di infanzia per constatare come la mobilità dei bambini, fino a qualche decennio fa molto simile a quella dei loro genitori, sia oggi quasi scomparsa mentre quella degli adulti è enormemente aumentata.
A Fano e via via in tante altre realtà che ne hanno seguito l’esempio, i progetti messi in campo hanno promosso in primo luogo l’autonomia dei bambini, creando le possibilità di farli uscire di casa senza essere accompagnati, per poter incontrare gli amici e giocare con loro negli spazi pubblici della città: dal cortile al marciapiede, dalla piazza al giardino. Si è promossa, in estrema sintesi, una “occupazione” sociale degli spazi pubblici, unica vera alternativa al degrado urbano, e si sono innescate vere e proprie piccole rivoluzioni di senso nell’organizzazione della città. Come conseguenza immediata si è potuto percepire dalle esperienze realizzate che la presenza di bambini nelle strade, per andare a scuola o per cercare compagni di gioco, ricrea negli adulti condizioni sociali di responsabilità e di protezione e quindi condizioni di sicurezza per i bambini stessi.

Altro cardine dell’iniziativa è la partecipazione ai temi del progetto. Porsi domande sull’organizzazione della città e sul suo funzionamento significa creare una coscienza civica ed una corretta percezione dello spazio pubblico urbano.
Nelle esperienze di progettazione partecipata, un gruppo di bambini lavora con adulti per risolvere, con un ruolo protagonista, un problema reale della città. Questa esperienza è finalizzata a un preciso risultato operativo definito nel mandato che il gruppo riceve dalla amministrazione. Si tratta di progettare uno spazio, un percorso, un servizio. L’attività termina con la presentazione del progetto e, nei casi migliori, con la sua realizzazione. Il progettare con i bambini è comunque un arricchimento poiché permette di tralasciare riti e processi a volte stantii.

Una iniziativa significativa in tal senso si è tenuta nei comuni del distretto socio sanitario di San Giorgio di Piano, nell’hinterland bolognese. Il tema era quello dello sviluppo sostenibile dell’ambiente urbano ed è stato sviluppato con la collaborazione della Facoltà di Architettura di Ferrara e dell’Associazione Camina, attraverso l’organizzazione di laboratori creativi nelle scuole, differenziati rispetto alle età dei piccoli partecipanti. Il valore pedagogico della proposta stava anche nella presenza degli architetti in funzione di educatori, capaci, per la loro specifica preparazione, di spingere i bambini ad appropriarsi degli spazi, a perdersi in essi per poi ritrovarsi, a misurarli con le braccia e con le gambe, ad annusarli, a percepirli nella loro pienezza anche ad occhi chiusi. Dalla conoscenza e comprensione dei luoghi si passava alla proposta attraverso una rappresentazione appropriata, problema di non banale risoluzione per il cittadino comune.
La presenza della Facoltà di Architettura ha permesso calare le proposte avanzate all’interno di una logica di fattibilità, in modo da determinare una sorta di catalogo di pronto intervento per le Amministrazioni coinvolte. Oltre al valore disciplinare è apparso subito evidente ai diversi attori dell’esperienza come si sia determinato lungo il processo un vero e proprio percorso di cittadinanza, in cui i bambini prendono coscienza di far parte di una comunità e dei suoi luoghi e spazi.

Processi mentali, a ben pensarci, antichi come il mondo antico che un proverbio africano sintetizza meglio di mille parole “Occorre un intero villaggio per far crescere un bambino”. Commessi innumerevoli errori nella costruzione della città contemporanea, oggi si potrebbe dire che occorre un bambino per far crescere correttamente il villaggio.

Pierluigi Molteni

. *[Pierluigi Molteni è architetto. Vive a Bologna. Scrive per la rivista di architettura Ottagono. Per saperne di più, potete consultare il suo sito]

P.S. L’ articolo verrà prossimamente pubblicato in FOCUS IN n° 4. Ringraziamo l’autore e la redazione del giornale per il loro contributo al nostro "Mensile" sull’argomento "Esci dentro".


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