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Novità editoriale

Gran tour nella Sardegna di Massimo Onofri

martedì 28 luglio 2015 di Alessandro Moscè

Con “Passaggio in Sardegna”, Massimo Onofri ripropone una delle forme letterarie che da sempre avvincono il lettore, quella del viaggio. Come per il celebre “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, anche questo tour della Sardegna ci occasiona mille spunti di riflessione e mille incontri con personaggi e luoghi permettendoci cosi un arricchimento sì culturale, ma diremmo anche esistenziale. Un libro pieno di vità.

Alcuni accostamenti nascono da una prima, irrefutabile impressione, quando un gran tour si trasforma in conoscenza diretta, deduzione illuminata, convincimento dialettico.Viaggio in Italia” di Guido Piovene (uscì nel 1957) fu un reportage dal nord al sud d’Italia, città dopo città, tra radure e campagne, colline e marine, alla ricerca di uno spazio perduto ma non abbandonato. Quel viaggio è stato fedele come una fotografia e circostanziato come un atto d’accusa.

Nel libro emerge non solo un Paese ricostruito e un’immagine lenticolare di centri urbani e paesaggi marginali, ma specie il carattere dell’italiano, e quindi una vocazione antropologica messa in luce mediante un certosino monitoraggio dei luoghi. Eppure, ancora oggi, è attuale, proprio perché non si ferma alla patina superficiale delle cose, ma penetra a fondo cogliendo un’anima, un’occasione, arrivando perfino ad una resa dei conti. Piovene scrisse una guida da consultazione, una mappa orientativa, un’opera narrativa e saggistica, geografica e storica insieme. Focalizzò le cause degli avvenimenti e non si limitò a registrare pazientemente fatti e circostanze.

Sessant’anni dopo, “Passaggio in Sardegna” (Giunti 2015) di Massimo Onofri parte dalla stessa condizione setacciando una sola regione: perlustra non solo a scopo descrittivo, perché dagli uomini, dalle vicende, dai posti, dagli anni che passano si cristallizzi un vincolo destinato a durare, a non disperdersi nel vuoto.

Se Piovene viaggiava, Onofri è uno stanziale, nel senso che la Sardegna gli “appartiene” da quando ha conseguito una cattedra di Letteratura Italiana presso l’Università di Sassari.
Critico di notevole spessore, coltissimo, acuto, fine, ironico, coraggioso, collabora con “Avvenire”, “Il Sole 24Ore”, “L’Indice dei Libri del Mese” e “Nuovi Argomenti”. Nel 2008 gli è stato assegnato il Premio Brancati per la sezione saggistica con La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo (Donzelli 2007). Ha vinto Il Premio Fondazione De Sanctis nella sezione speciale della Presidenza del Consiglio dei Ministri con L’epopea infranta. Retorica e antiretorica per Garibaldi (Medusa 2011). Massimo Onofri risiede a Viterbo.

Il prologo di “Passaggio in Sardegna” contiene una frase chiave indicativa della scoperta, con lo stupore e l’istinto di una gioventù rimasta intaccata, “condotta” tra spiagge, scogli, calette, grotte, librerie, incontri, festival, ristoranti, cibi e vini. “Ci misi un attimo a pensarlo: non c’è nulla nella vita d’un uomo, dico di questa fuggevole e miseranda vita, che possa durare di più della bellezza d’una donna, quando ti scende nel cuore”. Una dedica che coniuga amore e destino e che da una terra laterale si muove in un’intesa allegra, frizzante.

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Massimo Onofri

Il Novecento e il terzo millennio di Onofri sono stati e continuano ad essere insoliti. Non solo perché inquadrati con una personalissima visione e un linguaggio altrettanto proprio, ma in quanto lo strumento letterario è solo un mezzo, appunto. Onofri si cala sempre dentro la realtà, per cui è l’esperienza umana che lo forgia, le comparazioni tra discipline, non un universo chiuso, isolato. In questo modo di operare è tra i più originali intellettuali italiani dei nostri giorni.

Ogni libro spiazza perché capovolge il precedente, non segue una direttiva accademica, ipertestuale, ma entra dirompente nelle pieghe del vivere. L’autore lo dice apertamente che i suoi corsi sono per “persone animate da una qualche araldica dell’amore e della libertà, dentro l’idea che la critica non sia nulla se non si traduce in conoscenza della vita, nell’assunzione di un principio di responsabilità individuale”. Ognuno di questi passaggi sardi propone un centro differente.

Onofri discerne lo stabile dal transitorio, accumula con il carattere di inventario, con episodi ricostruiti meticolosamente, con dettagli che ricordano vagamente alcuni aspetti di “Viaggio in Italia”, progetto curato da Luigi Ghirri nel 1984, che divenne il manifesto della “scuola italiana di paesaggio”, il quale partiva dalla forma del grande patrimonio dismesso definendo i parametri di qualità, il cambiamento che coincide con una valutazione dell’esistente, della riqualificazione e della riorganizzazione dei nodi urbani.
Ma nel libro di Onofri c’è di più: la struggente pietas e condivisione nel viaggio verso una meta. Il riferimento mitologico, ovviamente, è al celeberrimo viaggio di Ulisse nell’Odissea. Il critico non ha fretta di giungere a destinazione, ma approfitta del viaggio per esplorare, per ampliare il proprio bagaglio culturale.

La Sardegna funge dunque da stimolo, sosta dopo sosta, tenendo presente il sentimento dello scrivere: un esempio concreto del naturale legame con i luoghi e la gente. Luoghi fisici dalle rimembranze leopardiane e del “caro immaginar” che fanno comprendere quanto sia importante non fermarsi ad una sola realtà visiva, ma guardare con gli occhi dell’anima (doppia visione) ciò che vive al di là delle apparenze, dove i valori della solidarietà si coniugano con l’intelligenza anche imprenditoriale.

Viene pertanto sfatata la presunta antimodernità dei sardi e la tentazione di una sospensione perenne. I paesi come Siligo, terra natia di Gavino Ledda, autore di Padre padrone (1975), tradotto in quaranta lingue, riportano alla ribalta “la feroce condizione sociale di un’isola selvaggia, arcaica, spogliata d’ogni arcadia, vissuta e raccontata dal di dentro delle inaccessibili mura domestiche, degli olivi, senza alcun compiacimento estetico”.

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Scultura di Giacometti

Emerge la Sardegna agro-pastorale, vittima di conflitti drammatici, di una terrigena predisposizione all’essere sottomessa pur trovando una riconciliazione familiare. Gavino Ledda oggi lavora un orto botanico e beneficia del vitalizio della legge Bacchelli perché è ridotto in povertà.
La forza di quel romanzo, annota Massimo Onofri, è ancora nella lingua, più che nella storia. Una lingua pre-sociale, polifonica, la stessa che amava Antonio Gramsci, nato ad Alesa, quarto di sette fratelli, il quale dal carcere esortava i familiari a far sì che i bambini parlassero in sardo perché non venisse messa una “camicia di forza alla loro fantasia” (il sardismo è qualcosa che si succhia come un latte materno).

Forse c’è un’irriducibilità isolana che unisce il concetto di persona all’appagamento delle virtù, all’onestà morale, al carattere e al rigore di una lingua amata anche dagli utopisti, l’ultimo dei quali è stato il rimpianto segretario del Pci Enrico Berlinguer.

E poi l’amore per il cibo come offerta distintiva nel fazzoletto di terra estemporaneo dove mangiare in un’atmosfera rassicurante, amabile. Massimo Onofri assapora gusti prelibati che incentivano una conviviale, un dialogo proficuo dinanzi al gratinato di mare, al filetto di orata, alla frittura di calamari, al tonno tostato con il sesamo, ai fiori di zucca ripieni, ai tagliolini in nero di seppia, ai campanellini con spada, pesto di rucola, pachino e bottarga, agli gnocchi con carciofi e fiore sardo, alle bavette al granchione ecc.

Il cibo, nella storia della letteratura, è anche il viatico per un segreto da confessare, per rivelare un’intimità celata. Si pensi ad un noto racconto di James Joyce dal titolo I morti (1907), dove dopo una cena succulenta che sembra il preludio ad una notte di passione, Gretta palesa al marito Gabriel il doloroso peso che ha nascosto per tanti anni: un ragazzo, quando era adolescente, si è lasciato morire perché innamorato di lei.

Uno dei capitoli più riusciti di “Passaggio in Sardegna” è senz’altro Una filologia del dolore: cose d’Asinara, in cui Massimo Onofri incontra gli asinelli bianchi in un paradiso di acque cristalline. “Gli asinelli bianchi non si riuniscono in branco, se non d’estate in gruppi misti (anche fra anziani), vivendo il maschio in solitudine e la femmina col puledro: una testa pesante, quasi abnorme, con un’altezza di meno d’un metro misurata al garrese, e cioè in corrispondenza delle prime vertebre dorsali (una specie di nanismo, insomma)”.
Gli asinelli sono quasi ciechi e procedono con un passo incerto, vittime predestinate, superstiti di un altro mondo. Da contro altare all’acqua dai colori diamantini, emerge uno stabile inquietante, l’ex carcere dell’Asinara, che è stato un penitenziario attivo fino al 1998. L’intera isola oggi è diventata il Parco nazionale dell’Asinara. Dalle porte blindate dove le finestre erano a forma di bocca di lupo, sono entrati Totò Riina e Raffaele Cutolo, che qui si sposò. Matteo Boe scappò con un gommone fornitogli da una donna (unico caso di evasione), mentre in passato, poco distante, venne eretto un lazzaretto dove morivano persone affette da malattie contagiose.

All’Asinara soggiornarono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che trascorsero un breve periodo per motivi di sicurezza. La descrizione delle ultime righe, con le stelle e la luna trepide in cielo, conferisce la misura di una coincidenza tra la bellezza del creato e la contemplazione umana, mentre gli uccelli si alzano in volo dopo che gli asinelli hanno emesso stridenti ragli. Con la leggerezza di chi beve un aperitivo, Onofri ci racconta di Paola Bacchiddu, la ragazza che passa le vacanze a Gallura e che è stata appena candidata per L’Altra Europa con Tsipras. Ebbene, l’avvenente giovane si è fatta fotografare accucciata di spalle in una barca, mostrando un “meraviglioso fondoschiena”.

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Preistoria Sarda

E’ efficace il passaggio fulmineo dalla descrizione alla storia, alla cronaca e al folklore, in una scrittura miscellanea dove il patchwork diluisce il viaggio tra incanto e distensione, ironia e critica. E’ dunque la pratica del metaracconto che si fa strada, uno schema globale che ordina e spiega, che guarda oltre. Su “Libero” Maurizio Belpietro ha parlato, a proposito della provocazione di Paola Bacchiddu, di una sinistra che “si gioca il sedere”, mentre su “Il Giornale” Massimiliano Parente ha preso atto di “un primo passo verso lo sdoganamento impegnato del culo”.

Per Onofri qui c’è solo la consapevolezza di come i simboli contino, ma anche di come possiamo ucciderli, “farli implodere in una risata”. La forza di questo libro è il livellare persone comuni con i personaggi della letteratura, dell’attualità, entrando e uscendo da ogni svincolo con dimestichezza e nonchalance, per il piacere di discernere, annotare, evadere.

Non poteva mancare Giuseppe Garibaldi con la sua Caprera: l’uomo è una leggenda che diviene oralità, diceria che sopravvive a se stessa. Garibaldi mangiava pasti semplice ma abbondanti, i maccheroni, le pernici, il cinghiale. Si dice che il medico filosofo Timoteo Roboli fosse venuto a studiare il cranio dell’eroe che passava il tempo a coltivare il suo “piccolo Olimpo”.

Il Compendio garibaldino lo ricorda materialmente con la stalla dei cavalli che Garibaldi custodiva, con la famosa Casa Bianca e le sue sette stanze, il mulino, il frantoio, i cimeli come la carrozzella a rotelle e l’orologio inglese che segna l’ora della morte. E poi compare improvvisamente Olbia, la città di Grazia Deledda e Alberto Giacometti. In particolare delle donne della scrittrice e delle opere filiformi dello scultore. Da un lato quel femminile di una volta dilaniato dal senso del peccato e dal piacere erotico ma destinato ad un severa punizione, all’espiazione e alla ribellione; dall’altro un mondo primordiale, del tutto primitivo.

“Mi concentro su queste scaglie di materia aggrumatesi, chissà come e perché, in forme che dell’umano serbano solo un umano ricordo, e che, da un momento all’altro, sembrano disfarsi in cumuli insensati”, constata Massimo Onofri di fronte ad una creazione di Giacometti. Qualcosa di insondabile supera il tempo, perché se da un lato Deledda riproduce modelli matriarcali del passato, dall’altro Giacometti fissa un eterno principio. Infine la domanda sul senso del vivere in un luogo, di kantiana memoria, così come sulla nozione di identità, se mai esistesse, in un’espressione insieme laica e razionale, che per rifarsi agli interrogativi di Marcello Fois, scrittore sardo che vive a Bologna, attinge alla storia biologica, genetica, psicologica, ma anche di terre e cieli, di paesaggi e colori, di trasalimenti.

C’è un comun denominatore che unisce i paesi circonvicini della Sardegna nel viaggio intrapreso in un lungo pendolarismo? Massimo Onofri riflette come dovesse appellarsi all’infinito di Antioco Zucca, scrittore-filosofo che non riconosceva un’armonia possibile se non avviando un dialogo solitario, leopardiano. Zucca, pur avendo dato un contributo rilevante alla sprovincializzazione della cultura sarda della prima metà del Novecento, non ha avuto da parte degli studiosi isolani il dovuto riconoscimento, ma ha tracciato la linea di demarcazione tra il luogo e l’uomo, nell’amore per l’infinito, arricchito da percezioni liete in una grande storia d’amore. Ascoltando il cuore, come nel passaggio di Onofri, al fianco della madre, del padre e della figlia, sia quando ci sono materialmente, che quando vengono custoditi in un poetico candore, magari “mentre le stelle provano a farsi largo tra le nuvole” di una Sardegna muta, placida.

Alessandro Moscè


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