Altritaliani
Letteratura, lingua, libri

Il vivere in provincia. "Dal regale teatro di campagna" di Lucio Tufano

venerdì 12 giugno 2015 di Armando Lostaglio

Sono molti gli autori che hanno scritto e descritto, con piglio artistico, la propria città natale, la provincia nascosta e vitale. Una società che sembra assopita e talvolta refrattaria ai cambiamenti estremi.

Alberto Bevilacqua in “Giallo Parma” la mette su un piano di introspezione con tinte di giallo e ammantato da un reddito fra i più alti in Italia: il danaro che filtra ed influenza ogni condizione umana. Michelangelo Antonioni, nel bellissimo “Al di là delle nuvole”, gira nella sua Ferrara, a quattro mani con Wim Wenders, un film aeriforme dove la vita, con i suoi dubbi e le sue meraviglie interiori, esalta la bellezza dei colori e delle forme. A ricamarne i contenuti sono le architetture e i merletti murari della sua città (nella quale è nato novant’anni fa): è splendida Ferrara avvolta nella nebbia e nella sua barocca linearità.

E’ invece uscito di nuovo in questi giorni in libreria (per Einaudi) il romanzo “I quindicimila passi” di Vitaliano Trevisan: sotto la lente spesso spietata è la sua Vicenza, con la veneta tradizione cattolica che l’autore lascia affiorare fra il blasfemo e l’antropologico.

A scriverne su “Repubblica” è stato lo scrittore e saggista lucano (di origine rionerese) Beniamino Placido, con un editoriale dal titolo “Ammalarsi di vivere in provincia”. Della caparbietà o della “eroicità” (per taluni) del vivere in provincia, ci siamo talvolta occupati, quasi con un senso di disagio, forse di fastidio, come a voler sentirsi sospesi fra la voglia di scappare ed una antica puerile nostalgia che ci lega alle pietre natie.

Lucio Tufano, giornalista e scrittore oltre che profondo conoscitore delle dinamiche civili ed umane della sua città, Potenza, col suo libro "Dal Regale Teatro Di Campagna" ci conduce in un viaggio fuori dal tempo, sospesi in una dimensione che non si sa bene se cogliere soltanto con spirito ilare oppure se tradurla in un’analisi del disagio inteso quale propedeutico per una nuova dinamica dei rapporti interpersonali.

Non è fresca di stampa quest’opera di Tufano (edita da Bagatto libri - Roma), ma conserva intatto tutto un bagaglio di sana rappresentazione della vita, della sua inconsapevole teatralità, come tanti "cerchi concentrici per una teatralità scissa e concatenata" come sostiene l’autore nella presentazione. Una vita di provincia quella raccontata da Lucio Tufano che gravita attorno allo storico Teatro "Francesco Stabile" del capoluogo.

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Teatro Francesco Stabile di Potenza

"Su di una piazza, assediata da vicoli e da scarpate, è atterrato un palco-teatro, un grande sipario per platea che si rinnova nelle generazioni. Questa volta non è l’eroe che fa la storia, né le bandiere, né il notabile...questa volta la storia compete al quadrato concentrico di campagna-piazza-teatro, al dualismo di cipria e di letame, al contrasto di velluti e fustagni".

Questo centra in prefazione lo scrittore e regista (di origini melfitane) Pasquale Festa Campanile che ebbe modo di leggere il manoscritto di Tufano nel 1985 (di lì a poco sarebbe scomparso). Cogliendo in pieno l’aspetto di viaggio nel tempo "senza perdersi nel groviglio del passato", Festa Campanile guarda all’opera con un senso di alta dignità letteraria oltre che di costume. Cui si aggiunge la visione di Orazio Gavioli (sempre in prefazione del libro) che avvicina lo Stabile al Monolito di Kubrik (quello di "2001: Odissea nello spazio"); citazioni colte, evolute, e richiami ad una evoluzione del tempo, con l’arrivo della luce elettrica e, col cinematografo, le proiezioni dei primi film in città.

Come una epopea di uomini comuni, una antropologia "grottesca" del quotidiano, Tufano rappresenta un amore non comune verso la propria gente, i personaggi che non fanno storia cui conferisce rango e rispetto, proprio come fa il teatro nelle sue manifestazioni. E raggiunge non di meno vette di aulica poesia, in un racconto che non stanca e che anzi diletta, nella sua veste grafica che vuol essere fiabesca, come un libro per bambini con rare immagini d’epoca. Una storia reale (con documentazione d’archivio e giornalistica), una fantastica ed un’altra narrativa, con lo stile barocco (mai ridondante) che contraddistingue da tempo l’opera pubblicistica di Tufano.

Poesia del viaggio e sapore di "Pane e cioccolata" (il film di Brusati): "...è il treno che buca le montagne, percorre le pianure, trafigge le nebbie in un fischio lacerante di bandiere e biblici cori".

Il libro è come un film, sospeso fra neorealismo e commedia, di quelli che saprebbe girare Lina Wertmuller.

Vicende di migrazioni e di ritorni. Il Circolo Lucano e il "café chantant", gli occhi di velluto ed il sorriso affascinante di Itala Brugia, mezzo soprano. Un leggero vento di sensualità borghese e popolare ad un tempo, un tiepido assaporare di memorie, e di uomini andati via e di quelli che ritornano. T“aliani che vanno, taliani che vengono, dopo aver sollevato le larghe gonne di Zurigo con le piume di uccello”.

Armando Lostaglio


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