Altritaliani
Lettera aperta:

L’Italia delle gabelle nell’utopia europeista.

sabato 6 giugno 2015 di Daniele Bertozzi

Ho scoperto il sito “Altritaliani.net” e per il momento l’ho solo visitato deducendone un’ottima impressione. È vario di argomenti, interessante, libero nel pensiero e, a mio modesto parere, rispecchia la grande varietà degli italiani che hanno lasciato l’Italia per infiniti e diversi motivi. All’estero c’è effettivamente un’altra Italia, una comunità variegata come quella nazionale, che codesta pubblicazione accoglie senza fare differenze di parte. Ciò premesso, modestamente, introduco la mia voce nel coro sperando di trovare un ascolto, una critica, un consenso o una lezione da imparare.

L’Italia oberata dalle tasse è il tema ricorrente ormai da troppi anni. Pur non essendo il solo male, è quello che ogni italiano sente come il più insopportabile. In alcune situazioni, in troppe e assurde situazioni, ci sono anche quegli italiani che, pur volendo, non possono pagarle.

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La domanda spontanea è come sia possibile che una persona non possa detrarre dal suo reddito la quota che lo Stato gli chiede per i servizi che gli sono resi nella società organizzata in cui vive. O la richiesta dello Stato è troppo onerosa e quindi iniqua o quel cittadino spreca i suoi guadagni in spese illecite. Sempre che si tratti di guadagni netti e non di incassi al lordo delle spese di mantenimento dignitoso di se stesso e dei familiari che ha a suo carico.

La risposta si trova implicita nel sistema economico “Italia”, vecchio e fuori dal contesto della moderna economia. In un tale sistema tutti i cittadini sono coinvolti siano essi politici, amministratori, imprenditori o lavoratori dipendenti e ciscuno ne subisce le conseguenze sia approfittandone impunemente o subendone i soprusi. A dimostrazione di quanto sto affermando trascrivo di seguito un paragrafo che traggo dalla lettura del seguente articolo che racchiude in se quasi tutti i mali italiani:

Dal sito Web Altritaliani:
“Er Cecato”, “A Carogna” e gli anticorpi della democrazia. mercoledì 10 dicembre 2014 di Veleno - Settimo Paragrafo.
“Quei politici che hanno favorito la “malaimpresa” oltre che la malavita, non sono là per caso. Ci sono perché sono stati scelti dai cittadini. Alemanno è stato scelto dai romani, mica da Mago Zurli, e spesso chi vota questi amministratori lo fa anche per interessi egoistici e non per il bene della comunità. Dietro a tutto questo ci siamo noi. Gli italiani. Ci siamo noi che da Craxi a Berlusconi, ma ancora prima (dovremmo risalire fino agli albori della nostra storia unitaria), siamo cresciuti con l’idea che le regole sono un impiccio, che l’autorità dello Stato è una cosa da canzonare, raggirare, che è meglio non fidarsi, meglio cercare la scorciatoia, la tangente. Le tasse? Meglio non pagarle, del resto che mi danno in dietro? Chi me lo fa fare? L’esame? Ma mio figlio è fragile, cerco una raccomandazione, non perché non sia bravo, ma cosi è più tranquillo.”

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Solo in questo paragrafo c’è quanto basta e di più per descrivere la situazione dell’intera repubblica italiana. La delinquenza organizzata, molto spesso appoggiata dalla popolazione, i politici eletti che si approfittano del sistema che permette loro di agire per il proprio tornaconto, la disobbedienza verso le imposizioni, molto spesso ingiuste, delle autorità costituite, il clientelismo e la raccomandazione. Tutti mali storici che ci portiamo dietro dall’alto medioevo fino a dopo l’unificazione del Regno d’Italia.

Né il fascismo, né l’attuale repubblica hanno messo mano a cambiare questa nostra martoriata Italia. I tempi sono cambiati, l’economia si è evoluta secondo le esigenze della modernità, le leggi delle nazioni più avanzate si sono adattate alle esigenze moderne, ma l’Italia mantiene e adatta le sue leggi malamente solo per sopravvivere nella comunità internazionale. E gli italiani? Gli italiani subiscono, si arrangiano come possono oppure se ne vanno a vivere all’estero.

I politici promettono di ridurre le tasse, di dare assistenza ai cittadini bisognosi, di perseguire gli evasori fiscali e tante altre belle e allettanti promesse, ma nessuno pensa di riformare radicalmente il sistema economico della Stato che è la causa di tutti i mali.

Esistono ancora le antiche gabelle e i dazi con gli immancabili gabellieri. Il termine è antico come la storia ma, in pratica, in Italia le gabelle sono ancora in uso. Le chiamiamo impropriamente imposte o tasse ma sono il proseguimento delle antiche usanze che i signori feudali imponevano al popolo. Anticamente erano applicate sui prodotti dell’agricoltura ma anche sull’uso delle risorse naturali: esempi le gabelle sul grano, sull’abbeveratoio per le bestie, sul pascolo, sul trasporto delle merci, sull’uso del forno padronale e molte altre ancora. Variavano da feudo a feudo a seconda dell’esigenza dei feudatari.

Oggi hanno cambiato nome ma non la sostanza e si possono individuare fra le varie tasse per una licenza commerciale, per l’esposizione di un’insegna sul locale di un esercizio commerciale o artigiano, su un cartello esposto al pubblico nella vetrina del commerciante e la lista è lunghissima e anche questa varia secondo l’esigenza di ciascun comune e provincia e, perché no, anche della regione. Benché queste tasse non abbiano un senso, inquanto non imposte su un guadagno netto del cittadino, sono accettate dagli imprenditori italiani senza obiezione.

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Sono un’eredità culturale della quale dobbiamo esserne fieri? Mi sbaglio? Nel mondo civile moderno ogni tassa che le autorità civiche impongono dovrebbe corrispondere ad un reale servizio da queste stesse reso al cittadino. Ho appreso dalle cronache che in Italia si pagano anche le tasse sulle macchine utensili che servono alla produzione come se fossero una ricchezza a se stante. Assurdo! oppure io mi sbaglio e sono fuori dal mondo? Io capisco che una tassa deve essere pagata allo Stato dove si vive per mantenere l’organizzazione dello Stato stesso che amministra la società civile. Ma le tasse devono essere imposte solo sul reddito dei cittadini al netto delle spese che occorrono per produrre il medesimo. Inoltre devono essere tassati solo i redditi eccedenti l’importo minimo di sussistenza per evitare che lo Stato esiga il pagamento di tasse da chi deve invece sostenere e che quindi non è in grado di pagare quanto gli è richiesto.

La riforma del fisco che i politici italiani proclamano dovrebbe proprio cambiare radicalmente la situazione esistente e non abbassare l’aliquota in tasse assurde e inique che inducono le imprese a trasferirsi all’estero per operare con più facilità e conseguentemente anche con maggior profitto. Copisco benissimo, e non ci vuole tanto a capirlo, che trasformare l’Italia in uno Stato moderno significa smontare la gigantesca macchina burocratica dello Stato, abolire i privlegi delle varie caste, esautorare istituzioni inutili e molto spesso ostili ai cambiamenti. Tutte cose queste che, se realizzate in breve tempo, procurerebbero un terremoto politico ma che non lasciano alcuna alternativa.

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Prima si incomincia e meglio è perché il resto del mondo non ci sta ad aspettare. Le nazioni europee nostre vicine l’hanno fatto in tempo e gradatamente, benché anch’esse derivassero dalla nostra stessa storia medievale. Il medioevo è la storia dell’Europa comune a tutte le nazioni di questo continente. Se non vogliamo finire come le nazioni del continente africano è meglio che ci diamo una mossa alla svelta. Gli italiani di tutti i ceti sociali (forse ad eccezione dei politici) sono pronti e lo dimostra il continuo esodo.

Siccome non sto scrivendo un libro, ma semplicemente alcune constatazioni del mio pensiero per metterle a confronto con l’opinione di altri, mi fermo qui e mi riservo di proseguire su altri argomenti, come l’utopia europeista, dopo e se riceverò commenti a quanto scritto. Ci saranno pure “Altritaliani” che vorranno contestare o associarsi al mio pensiero. Bisogna in qualche modo aprire gli occhi agli italiani in patria sulle demagogie dei loro politici.

Daniele Bertozzi
Da Melbourne (Australia)

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