Altritaliani

La disperazione. Un sentimento di ogni tempo.

sabato 30 maggio 2015 di Gabriele De Masi

Una condizione diffusa e sempre attuale, specie in tanti giovani privati di futuro e prospettiva. Se è vero che le cose stanno cambiando è altrettanto vero che questa condizione esistenziale ci è da sempre comune per amore o per bisogno. Un racconto breve dello scrittore e poeta irpino Gabriele De Masi.

Conosco ciò che mi porta da nessuna parte. Questi anni sembrano non finire, in un tempo d’attesa senza traguardo. Molti si chiedono se s’intraveda una luce, un lucignolo, nel fondo del cammino della nostra, lunga e buia galleria. Momenti, zeppi di svago e ozio senza sorriso. Sono, l’alzarsi tardi, la mattina, e, senza nessuna premura, attardarsi allo specchio senza vedere più neanche il volto conosciuto, o l’ intercettare una chiamata, che mai arriva, il decidere tra riassettare in cucina o passare a volo il Folletto, tanto, per dare almeno una mano alle faccende di casa. Conosco il vuoto senza tempo nello sfogliare le stesse pagine d’un libro, già letto, e del tutto dimenticato. Quanti anni saranno passati? Tanti. Passano in fretta, fuggono e non li trattengo.

Conosco la disperazione, quando non è ricambiato un amore o non mi prendono all’impiego dopo l’ennesimo colloquio. Gli altri vanno avanti e io sto fermo a questo tavolo di bar in compagnia di noccioline, salatini e dell’aperitivo; prendo, sgranocchio e dimentico. Il biondo del bicchiere mi rasserena. Guardo la piazza: smontano le bancarelle del mercato. Forse non tornerò a casa per pranzo, con mia madre che spinge nel darmi da fare, tentare, cercare comunque un’occupazione e, in mancanza, anche una donna, che mi aiuti a mettere senno. Come se non tentassi, non volessi! Non pulisco più le scarpe con Brill. Uso queste sportive, che non richiedono cura e impegno, forse come me, e, con me, salgono e scendono scale che non portano da nessuna parte. Sanno bene le mie scarpe come passo la giornata nella speranza di fare anch’esse un salto di felicità. Passi senza smalto.

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Conosco lo scorno di girare con due euro in tasca, né mi va di chiederne altri, quando finiscono in fretta i dieci o i venti che mi danno i miei vecchi, affranti. Non so se basteranno, questi che rimangono, almeno, per un panino con la mortadella e una birra, se non voglio tornare a casa.

Fai la valigia e vai a spaccare le pietre nelle cave, dannato!” sbraita mio padre senza forze, al sommo di discussioni infiammate, e non sa che mi tocca vederlo stare male.

Non torno a casa. Continuo a guardare la piazza. Vanno via gli ambulanti e giungono gli spazzini roteando in un frettoloso gioco di danza le grandi scope, perché li aspettano a pranzo. Quanto spazio si apre, quando tutti vanno via. Resto solo a guardare. Mi conforta il luogo. Risplende la luce traversa. Qualche ragazzo porta il pallone e subito altri inventano porte con zaini e panni. Respiro piano, annuso l’aria, assaporo lo schiamazzo contento di gara. Non penso più. Non sono più solo. Guardo i portici nel fondo e la chiesa dei frati sul lato. E’ pace dell’anima. Magari, non finisca mai!

Vieni con noi, questa sera? Andiamo a cena sui colli…” mi chiama Renato, rombando con l’auto importante, il figlio del noto avvocato del centro città. “Dai! Una bella bicchierata e una ricca mangiata…

Ci stavo proprio pensando. Ci puoi contare.” Rispondo io, senza coraggio e senza pensarci. Conosco la disperazione.

Gabriele De Masi


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