Altritaliani

A Kabul la morte viene dall’Italia

lunedì 21 settembre 2009 di Eleonora Puntillo

Dopo la strage, ecco una verità che viene sommersa dalla retorica: l’esplosivo dei terroristi talebani viene ricavato dalle mine antiuomo italiane che gli americani fornirono per la guerriglia contro l’occupazione sovietica.

Quel che fa più rabbia è la ripetizione. Come se l’opinione pubblica e quanti ascoltano-guardano i telegiornali non s’applicassero ad altro, nella vita, che a dimenticare quello che hanno percepito da notizie e immagini. All’indomani della recente strage di soldati italiani a Kabul, i quotidiani e i notiziari audio-video italiani sembravano aver ricopiato integralmente le dichiarazioni che si lessero e si video-ascoltarono all’indomani della strage di Nassyria (più grave per numero di uccisi fra soldati e civili italiani nonché irakeni). Ovvero: “via dalla guerra”, “tutti a casa”, “andarsene ora sarebbe una vittoria per i terroristi”, “exit da concordare con gli alleati”, “è una missione di pace”. Cambiati i nomi dei dichiaranti di turno, cambiati anche il governo e la maggioranza, all’epoca di Nassyria di centro-sinistra, adesso di centro-destra, ma non cambiate di una sillaba le parole. Tutte ugualmente insopportabili. Come pure il profluvio di retorica cronaca finto commossa cameratesca patriottica, nulla che rispecchi il reale dolore e lo sgomento dei familiari e dei commilitoni.

Sotto tanto profluvio di parole è passata inosservata la notizia che meritava (e merita tuttora) prime pagine e ripetuti telegiornali, martellanti servizi televisivi, che avrebbe dovuto suscitare aspri commenti politici, prese di posizione, proteste, manifestazioni, ribellioni, cortei pacifisti, scioperi, rivolte studentesche, prediche nelle chiese, digiuni e processioni. La notizia cioè che l’esplosivo usato dai terroristi per assassinare gli italiani proviene da mine antiuomo fabbricate in Italia, molto apprezzate per efficacia omicida, acquistate dagli americani e da loro trasferite trenta anni fa ai guerriglieri afgani (già allora talebani) per usarle contro le truppe sovietiche allora occupanti.
(Nota bene: mai e poi mai s’è avuta notizia di uno sciopero o una qualsiasi protesta sindacale nelle italiche fabbriche di armi).

Singolare ma non troppo anche il silenzio sulla condanna inflitta dal tribunale militare all’alto ufficiale che trascurò a Nassyria di sistemare più efficaci difese intorno all’edificio dove lavoravano gli italiani. Neanche c’è stata alcuna eco significativa, nessuna reazione efficace di fronte alla notizia (anch’essa sommessamente pubblicata) che la magistratura italiana ha sequestrato e bloccato da molti mesi una diecina di mezzi blindati, ritenendoli meritevoli di perizia giudiziaria, come su qualsiasi altro corpo o reperto di reato. Dall’Italia si indaga sulle tracce e sulle traiettorie dei proiettili talebani, allo scopo – chiaramente vano - di identificare responsabili che stanno lontani alcune migliaia di chilometri. Con i tempi e le procedure della giustizia italiana.

Nell’ormai lontano ‘68 leggemmo “una risata vi seppellirà” scritto su muri universitari. Oggi ci vorrebbero centomila risate, e neanche basterebbero.

Eleonora Puntillo


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