Altritaliani
Le ragioni del romanzo e la vita letteraria a Napoli

Il ritorno di Mario Pomilio

venerdì 10 aprile 2015 di Raffaele Bussi

Ritorna, dopo qualche decennio di oblio da parte della critica, l’attenzione su Mario Pomilio, tra i grandi protagonisti della feconda stagione letteraria, napoletana e nazionale, del secondo Novecento e che i “lumi commerciali”, per dirla con Pascale Casanova, avevano relegato nel dimenticatoio, un’assenza che ha privato di un rilevante contributo il dibattito tra cultura laica e cultura cristiana.

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Mario Pomilio

Ritorna l’interesse della critica sullo scrittore, napoletano d’adozione e abbruzzese di nascita, vincitore tra l’altro di due dei maggiori premi letterari italiani, il Campiello con La Compromissione e lo Strega con Il Natale del 1833, a venticinque anni dalla scomparsa con la pubblicazione di due interessanti opere dello scrittore, la ristampa del romanzo Il nuovo corso da parte dell’editore Hacca, nella collana Novecento, che Valentino Bompiani aveva pubblicato nel ’59 e la riproposta degli Scritti cristiani per i tipi di “Vita e Pensiero”, prefazione di Giuseppe Langella a cura di Marco Beck ed infine il volume di Fabio Pierangeli e Paola Villani dal titolo Le ragioni del romanzo, Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli per i tipi di Studium in collaborazione con l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, il centro di Ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia e la Biblioteca Nazionale del capoluogo partenopeo. Quest’ultimo contributo, dedicato a Carmine De Biase, grande studioso e profondo conoscitore del corpus pomiliano, già prefatore degli Atti del convegno Mario Pomilio e il romanzo italiano del Novecento  [1], va proprio a collegarsi all’opera del critico napoletano e all‘altra interessante ricerca che raccoglie gli atti del secondo convegno Quale creatività spirituale a servizio della cultura che l’editore Feeria ha pubblicato per la Comunità di San Leolino dal titolo Mario Pomilio, pellegrino dell’Assoluto.

Il libro di Villani e Pierangeli si trova felicemente a raccogliere i frutti dei nuovi materiali recentemente acquisiti dal Centro Manoscritti di Pavia. Il Centro, diretto da Maria Antonietta Grignani, a Mario Pomilio ha dedicato una specifica sala aperta agli studiosi. E così, mentre ancora si avvicendano edizioni delle opere maggiori, il dibattito su Pomilio e su quella feconda stagione letteraria, napoletana e nazionale, di secondo Novecento si anima di nuove voci e nuovi studi. Questa raccolta si fregia, dunque, di essere il primo ampio volume pomiliano che si avvale delle carte del Fondo Pomilio. Conduce un percorso con i piedi sul testo, e naturalmente sull’avantesto e paratesto, come indispensabile fondamento e rigoroso supporto a nuove letture.

I contributi qui raccolti si presentano idealmente divisi in tre diverse sezioni. La prima, a restituire il personaggio Pomilio, ritratto (Giulio Ferroni) e autoritratto (Paola Villani) sullo sfondo e all’interno di un eloquente (talvolta tragico, agonico) contesto culturale di transizione particolarmente fecondo negli anni Sessanta e Settanta; Pomilio come centro radiante di una fitta rete di rapporti, umani prima che professionali, che forse trovano nei carteggi inediti con Domenico Rea (Francesco Durante) e Michele Prisco (Donatella Trotta) tra le testimonianze più vive. Ne vengono fuori anche l’uomo (Maria Pia Bonanate), il politico (Ortensio Zecchino), i suoi luoghi (Silvia Zoppi) e una ideale geografia dell’anima, fatta di appartenenza e straniamento (Fabio Pierangeli). Segue quindi una serie di saggi dedicati al romanzo capolavoro, Il Quinto evangelio, ripercorrendo gli intricati sentieri dell’avantesto (Wanda Santini) e gli infiniti possibili degli storici/apocrifi documentali anche in relazione ad un paesaggio culturale, cristiano e laico, millenario (Gabriele Frasca). Il Quinto evangelio come romanzo-enciclopedia che accoglie o anticipa le forme sperimentali (Luisa Bianchi) e insieme raccoglie la forte tradizione pirandelliana (Franco Zangrilli). La terza sezione raccoglie studi su altre grandi opere pomiliane. Una lettura del ‘primo’ Pomilio attraverso il denso epistolario inedito (Vincenzo Caporale), una lettura del racconto del dissesto Il cane sull’Etna (Gianni Maffei), uno studio filologico sulla genesi del Testimone (Mirko Volpi) e infine una ricostruzione delle fonti documentarie e letterarie de Il Natale del 1833 (Carla Damnotti).
Infine, a chiudere ma mai a concludere, uno scritto del figlio dell’Autore, Tommaso Pomilio, una testimonianza autobiografica ma anche critica e filologica che con feconda intelligenza emotiva si chiude con la trascrizione di un testo inedito, collegato a Il Cane sull’Etna: un ulteriore tassello di un affresco in progress e mai finito, di una scrittura che davvero va a definirsi come “vita”.

La ripubblicazione di opere di Pomilio e la rinnovata ricerca sulla sua vasta produzione sono tutti avvenimenti che segnano il tempo contemporaneo su di uno straordinario autore del Novecento ed un intellettuale originale che ha scandagliato come pochi, nello scenario narrativo globale, l’esistenzialità, cammino inesplorato di una umanità disattenta che solo all’ultimo giro di giostra si risveglia dall’effimero per riscontrare la strada percorsa e i relativi approcci. Personaggio riservato che proprio come quelli che contano, poco ha offerto alla vita privata, Pomilio ha sempre preferito restare al di fuori del cono di luce dell’apparire, privilegiando l’essere, quello con l’iniziale maiuscola, a marcare il confine tra una vita effimera ed evanescente e quella interiore sconosciuta a gran parte di un’umanità che rincorre il superfluo esistenziale.

Proprio nell’intervista rilasciata a Pasquale Maffeo pochi mesi prima della morte avvenuta il 13 aprile del 1990, l’Autore de Il Quinto Evangelio non esitava a dare un giudizio chiaro sulla narrativa italiana, lui massimo scrittore cristiano, voce che nella seconda metà del Novecento ha sovrastato e illuminato tutte le letterature e civiltà occidentali, non temendo di denunciare come la narrativa ed europea abbia perso la sua voce, schiava di quella americana. Circa la difficoltà del Vecchio Continente ad unirsi, Pomilio assegna la difficoltà innanzitutto alla diversità linguistica ed altresì alla varietà delle diverse culture che in Europa connotano singolarmente ogni nazione, un patrimonio cui sarà difficile rinunziare. Culturalmente l’Europa sarà sempre frammentata. Questo non sarebbe un male, a parere dello scrittore, perché la storia della cultura europea è stata sempre una storia varia, un fenomeno che nasceva in un luogo e poi veniva rielaborato diversamente in un altro luogo, come una zona di grandi scambi in cui culture autonome e originali si sono compenetrate.

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Da sinistra a destra Arbasino, Palazzeschi, Pasolini, Volponi e un giovane Mario Pomilio

Siamo in un’epoca nella quale, culturalmente parlando - chiarisce Pomilio – e intesa in senso generalissimo, dalla letteratura agli strumenti espletivi più vari (il cinema, la televisione, la canzone, la musica e altre cose), tutto tende a essere sempre più dipendente dall’America. In altri termini, c’è una omologazione generale dell’Europa ma a specchio di una cultura diversa. Noi sappiamo benissimo che cos’è l’influsso che esercitano il modo d’essere e la cultura americana su di noi, per cui gli stessi fenomeni tu li vedi riprodursi dappertutto in lingue diverse. Ciò significa che l’unità della cultura europea ora si sta giocando fuori degli ambiti tradizionali. Questo è il grosso problema. La nostra Europa sarà sempre meno riconoscibile, a mio parere, come fattore autonomo. [2]

Allo scrittore napoletano va riconosciuta la grande capacità di scontare con tre decenni d’anticipo il futuro su quello che sarebbe stato il ruolo dell’Europa e della sua unione. Un grande dimenticato Pomilio, e gli ultimi avvenimenti sono l’occasione per far risuonare la voce pacata e luminosa di un grande scrittore, soprattutto attraverso la lucida ricerca di Pierangeli e Villani, un contributo di grande spessore critico che ripercorre e ripropone lo scatto morale che ne ha informato il percorso umano e professionale, lo stesso scatto che la Chiesa vorrebbe poter oggi seminare all’interno della crisi antropologica che avvolge e deprime l’uomo contemporaneo.

Come coniugare il ruolo dello scrittore con un percorso umano di tale fatta è lo stesso Pomilio a definirlo in Scritti cristiani, quando afferma che il romanzo comincia là dove lo scatto morale dello scrittore richiama a sé la materia e la solleva a significato. Scrivere è un lavoro di scavo per una prospettiva di verità. All’inizio non ho dinanzi che un nucleo di fatti che mi è oscuro. Scavare per entro di esso, cercare il significato, la verità che mi propone, è la condizione del mio lavoro.

L’impegno di un grande romanziere e maestro del pensiero quale Mario Pomilio sembra raccolto tutto in questo passaggio, ad ogni buon conto di quanti, raffazzonatori di turno dell’elegante, raffinata ed intrigante arte della scrittura, barattano quello che è diventato un mestiere per un ruolo da ricoprire a tutti i costi, un ruolo che attraverso l’affabulazione del narrare interpreta fatti e risvolti del tempo, ma soprattutto le contraddizioni del contesto storico nel quale ogni autore opera.

Raffaele Bussi
Castellammare di Stabia - Napoli


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